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Le ambiguità di fondo dell’industria bellica svedese

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Uno dei jet JAS-39 prodotti dal colosso svedese SAAB.
Uno dei jet JAS-39 prodotti dal colosso svedese SAAB

Nel mese di Marzo 2015, la Svezia ha deciso di rompere la cooperazione con l’industria bellica dell’Arabia Saudita che durava da 5 anni, e la motivazione alla base di questa scelta risiede nel non volersi più associare con un Paese colpevole di trascurare totalmente i diritti umani basilari. La notizia non ha avuto grande eco nel resto del mondo, ma localmente ha sollevato una questione decisamente controversa, ovvero la posizione ambigua del Paese Scandinavo: da una parte, l’impegno a sostenere la democrazia e il rispetto dell’essere umano, dall’altra la realtà di un mercato che si piazza al 12esimo posto nel mondo per volume d’esportazione di armi.

Ma facciamo un passo indietro: nonostante la Svezia sia uno stato relativamente piccolo nel complesso insieme dell’arena politica internazionale, nel corso del ventesimo secolo essa ha costruito un sistema di difesa impressionante per le sue dimensioni, interamente basato sulla capacità di sostenere il proprio programma grazie ai soli sforzi interni. Durante la Guerra Fredda, le forze armate svedesi hanno costruito un forte legame con le altre potenze e, nonostante molte risorse fossero dovute all’efficienza nazionale, l’esercito ha continuato a mantenere relazioni estere: ad esempio, la tecnologia per la flotta di jet JAS-39 fu fornita dagli Stati Uniti – ma l’assemblaggio degli stessi avvenne in Svezia negli stabilimenti della SAAB. Negli Anni ’90, tutto ciò iniziò a cambiare: con i tagli al budget per la difesa in mercato nazionale, non riuscì più ad essere indipendente e dovette aprirsi ulteriormente verso l’estero vendendo le proprie produzioni belliche in Sud Africa, Brasile, Australia, Norvegia, Danimarca e Svizzera. Dal 2001 l’export di armamenti è più che quadruplicato ed ammonta a circa 2 miliardi di dollari l’anno, garantendo alla Svezia un posto tra Paesi del calibro di USA, Germania, Francia e Russia.

Ad oggi, il problema è fondamentalmente di natura morale: come si può conciliare un’industria bellica estremamente efficiente e di dimensioni considerevoli con il dovere di proteggere le popolazioni più assoggettate a conflitti internazionali e non – correndo inoltre il rischio di fornire le armi che potrebbero direttamente alimentare tali scenari? Un primo passo sembra essere stato fatto dall’attuale Primo Ministro Stefan Löfven, che ha appunto deciso di tagliare i ponti con l’Arabia Saudita: tuttavia, tale scelta comporta esporsi al rischio per le industrie del settore di perdere la propria importanza e il lustro duramente ottenuto negli scorsi decenni.

Rischio che la Svezia non è disposta a correre, e pertanto la strada che sembra la più logica da seguire per Stoccolma è quella che porta al conseguimento degli interessi nazionali. In conclusione, starà all’attuale classe politica trovare un compromesso che possa accomodare le necessità dell’industria interna e la volontà di supportare il rispetto dei diritti umani in tutto il mondo.

Sarà possibile?

 

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About Cecilia Moroni

COLLABORATRICE | Nata a Voghera (PV) nel Dicembre 1990, dopo aver terminato gli studi di Relazioni Internazionali all'Università Cattolica di Milano (e una breve parentesi olandese) si trasferisce a Stoccolma nell'estate 2014. Appassionata di politica, viaggiatrice in solitaria, innamorata della Scandinavia, convinta europeista.

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