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L’attualità nei classici: la vicenda di Didone ed Enea

Pubblicato il Pubblicato in Il consiglio del Libraio, Letteratura e Cultura, Recenti

di Francesca Bianchetti

L’amore, il re delle emozioni, è da sempre una delle tematiche predilette dell’arte. Oggi, ancor più frequentemente, lo ritroviamo come filo conduttore nella musica, nel cinema, nella letteratura. Sebbene nel tempo si sia rivestito di connotazioni differenti, è innegabile che ci sia moltissima attualità nei diversi componimenti che sono giunti a noi.

Si potrebbe quasi pensare che non siano passati secoli da quando Lucrezio (poco prima dell’anno zero) raccontava con estrema precisione, nel IV libro del suo De Rerum Natura, quale viva follia possa assalire due amanti; molti si ricorderanno della tragica vicenda di Didone ed Enea, nell’Eneide di Virgilio oppure la tormentata vicenda di Paolo e Francesca, narrata nell’Inferno dantesco. Gli esempi potrebbero continuare, infiniti. Ognuna di queste composizioni ha il proprio taglio, il proprio stile, la propria epoca, ma il lettore non può percepirle come del tutto estranee o slegate dalla modernità.

Ci soffermiamo qui, proprio sulla vicenda di Didone ed Enea che ha saputo ispirare molte altre, successive opere, per riflettere sulla potenza di un sentimento che sa riempire la vita ma anche condurre alla follia, alla disperazione e in certi casi, al suicidio.

Didone, dopo che l’amato marito e re Sicheo è stato ucciso a tradimento da suo fratello Pigmalione, scappa da Tiro verso  una nuova costa del nord Africa, dove edifica Cartagine; fuggito da una Troia in fiamme, è proprio qui che, Enea, il pio eroe per eccellenza, trova rifugio. Ma come sempre, dietro ai mortali, si muovono ininterrotte le imprescindibili forze e volontà degli dei; in questo caso Giunone e Venere desiderano far scoppiare l’amore tra i due, ognuna per un motivo diverso.

Cupido, mediante un inganno, durante il banchetto che vede Enea protagonista di valorosi racconti sulla città di Troia e la guerra, fa sbocciare nell’animo della donna  un sentimento via via crescente, nonostante l’antica promessa di fedeltà al defunto Sicheo.

Il nuovo sentimento infiamma l’animo di Didone che, trovato sostegno nella sorella Anna, si abbandona alla passione e, colma di attenzioni per il suo amato, smette di amministrare il regno e portare a compimento le opere iniziate. Con l’intervento degli dei favorevoli, viene poi organizzata una battuta di caccia durante la quale un fortissimo temporale obbliga Didone ed Enea a rifugiarsi in una caverna ove viene finalmente celebrata la loro unione. Subito la notizia si sparge ma lei ormai <<non si preoccupa di apparenze o di fama>>.

Come ci dice l’autore, però, <<quello fu il primo giorno di morte>>, poi causa del tragico epilogo.

Una terribile notizia giunge infatti a Cartagine: Mercurio, inviato da Giove, riferisce ad Enea che il volere divino prevede che lui riparta immediatamente per l’Italia, per realizzare il compito voluto dal Fato. L’eroe, seppur sgomento, non si oppone e pur sapendo quanto doloroso sia dare la notizia, fa preparare di nascosto delle navi per la partenza.

Venuta a conoscenza del fatto, Didone, nel pieno del suo sentimento amoroso che, come ben sappiamo, si erge sempre sul confine con l’odio, alterna parole di immensa rabbia a suppliche, conscia della terribile solitudine e disonore a cui sarà esposta dopo l’abbandono. Ogni parola è vana: questo atteggiamento irremovibile la trascina in un’ira ancor più bruciante; nemmeno Anna riesce a convincere Enea a rimandare la partenza.

Su questi presupposti, la giovane regina medita la propria morte. Ecco che allora, con un inganno, convince la sorella ad allestire un rogo su cui vengono deposte l’immagine e la spada di Enea.

L’ultima notte di Didone è segnata da mille pensieri che si affollano nella sua mente riguardo alle possibili alternative che rimangono, ma tutte troppo misere per essere seguite. A causa del tradimento verso Sicheo, la morte appare come liberatrice e giusta punitrice al tempo stesso.

Enea nel frattempo affretta la partenza e si allontana; dall’alto del palazzo, Didone assiste alla scena, scagliando sull’eroe una terribile maledizione e, dopo aver appiccato il fuoco e maledetto il suo amato ancora una volta, si getta sulla sua spada. Anna, ignara del reale motivo di quel rogo, giunge troppo tardi, non riuscendo a fermarne il sangue che scorre copioso. Solo alla fine, Iride, scendendo sulla Terra per  reciderle il capello della vita, le permette di trovare finalmente la pace.

La vicenda di questo amore tormentato, pur essendo intagliata nel mito e ricalcando temi precedenti, offre un ritratto a sé stante  e a tratti contemporaneo.

Il filologo classico Richard Heinze, infatti, nel suo saggio sull’Eneide, tenta di individuare i personaggi e le caratteristiche che sono confluite nella creazione del personaggio di Didone. Virgilio magistralmente raffigura, con la sua fine descrizione, la psicologia di una personaggio femminile del tutto riuscito, ed entrato a pieno merito nella letteratura universale. Sebbene il repertorio a lui precedente, offra numerosi elementi e tematiche simili (molto spesso i poeti greci hanno cantato della donna abbandonata o di altri lamenti amorosi), Virgilio predilige uno stile più elevato, a tratti drammatico ed eroico, puntando alla ricchezza della sua rappresentazione. Nemmeno Omero con Calipso e Circe, o Apollonio Rodio con Medea si sono spinti così profondamente nella raffigurazione di un amore che si carica di pathos. I sentimenti di Didone vengono espressi mediante un’azione che si rinnova al rinnovarsi dell’evoluzione interiore del personaggio.

Tornando sulla vicenda e analizzando passo passo le reazioni che si susseguono in Didone, il momento più doloroso e decisivo è sicuramente quello dell’annunciato distacco, in cui Enea rivela la sua imminente partenza. Inizialmente è possibile scorgere in lei, a causa di una fedeltà venuta meno da parte del suo amato, un dolore, misto ad incredulità, uno stupore doloroso. Ma ancora non si dispera del tutto, sperando di poter ravvivare in lui il senso del dovere e una qualche forma di compassione; è questo il momento in cui, abbassata ogni difesa, un amante si abbandona alle lacrime e, posta in secondo piano la propria dignità, alle suppliche. Enea non si smuove, rimane inflessibile poiché gli dei gli hanno affidato una missione da compiere, il Fato stesso determina le sue azioni.

Divampa in lei la fase dell’odio sprezzante. Dopo essersi messo a nudo, privato di ogni maschera, di ogni barriera, aver mostrato il proprio dolore e la propria debolezza, un amante che si senta impotente dinnanzi ad un muro desolato di indifferenza altrui, non può che essere accecato dall’ira e dal risentimento cocente, forse perché diversamente non sa e non può reagire.

Ma ecco che mentre Enea è sul punto di partire, Didone si abbandona all’umiltà e implora nuovamente un breve rinvio, terrorizzata dal dolore della separazione che la attende.

Di fronte ad un nuovo e irremovibile rifiuto e oscuri presagi, altra soluzione non resta per lei che progettare la morte. Si sente infatti sola nel duro compito di trascinare un peso sulle sue sole spalle, il peso di un amore “lasciato a metà” e alla mercé di un destino incerto e, con ogni probabilità, nemico; una regina senza più marito né amante, traditrice del suo primo, tradita dal secondo, non altre alternative riesce a vedere davanti a sé; è la fase della disperazione.

Negli ultimi momenti, preparandosi alla morte, osservando il mare da lontano, ricompare la sete di vendetta, dinnanzi ad Enea che si allontana con le navi. Ma in questo stato furente, tormentato, cieco e doloroso Didone non può morire: deve fare i conti con quella che è stata la sua vita, la sua grandezza, la sua giustizia. Immersa negli ultimi bilanci della sua esistenza, ecco che appare ora la calma sublime di ogni rinuncia. Esce così di scena dalla vita una regina tanto tormentata quanto solenne e persino ‘’le case fremono di lamenti e il cielo risuona di un grande pianto ’’.

Didone verrà anche citata da Dante nel canto che descrive altri due amanti infelici, Paolo e Francesca. Si trova infatti nella schiera in cui si muovono, sospinte da un vento senza sosta, proprio come in vita erano trascinate da una forte passione, le anime dei lussuriosi.

Moltissimi dunque gli elementi che accomunano un mito, drammatico e dal tono eroico, a quella che è la vita reale. L’amore che insinuandosi di nascosto, invade un animo, sino a possederlo; un sentimento che con la sua grandezza sovrasta i doveri e fa dimenticare a quello stesso animo, tutto ciò che di importante lo circonda. E quando l’amore non conosce ragioni, se non quella che lo alimenta, allora è in grado di gettare anche il più nobile degli uomini, in uno stato di disgregazione del limite, della facciata della dignità e dell’orgoglio. L’amore che non conosce ragioni, non vuole abbandonare né essere abbandonato, vuole solo continuare ad alimentarsi, a discapito di ciò che è giusto o sbagliato; e allora si carica di lacrime, suppliche, rabbia e perfino di odio e disprezzo. Si dispera, si ravvede, si dispera ancora e non conoscendo tregua sicura,  talvolta sfocia, tragicamente,  in una fine prematura (il caso del suicidio). Chiunque abbia conosciuto la sofferenza dell’abbandono o della perdita, si può ritrovare senza dubbio in qualcuna di queste fasi, può riconoscerne la follia e l’irrazionale intensità, può giungere alla conclusione che in fondo, nel dolore, tutti un po’ ci assomigliamo, regine, eroi in fuga,  divinità, mortali o semplici uomini e semplici donne.

Possiamo allora affermare che le vicende del passato e i miti, unici e allo stesso tempo universali, sembrino quasi tramandati a noi con lo scopo di farci sentire un po’ meno lontani, un po’ meno diversi da quella che è sempre stata la condizione umana; questa è la loro forza, il motivo per cui dopo secoli ancora ci emozionano. Vale dunque la pena rispolverare le vicende più conosciute accanto a quelle meno famose poiché, come ritroviamo anche nel Fedro di Platone:

<<quanto alla divina follia ne abbiamo distinto quattro forme […]. La quarta, la più eccelsa, è sotto l’influsso di Afrodite e di Amore>>.

 

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About Francesca Bianchetti

COLLABORATRICE | Classe 1990, studia Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” di Vercelli. Esperta di nulla, apprendista di molto: nel mezzo, osservatrice curiosa di tutto ciò che è umano.

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