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L’arte dell’osservare

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti

Un racconto autunnale

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Irene Ventura ©

In Giappone, le stagioni si sentono più che altrove. Non ricordo dove ho sentito questa frase, ma in questi ultimi giorni di Ottobre ne ho colto finalmente il significato. Il caldo torrido dei mesi scorsi si è trasformato in aria fresca e rigenerante, la luce prepotente ed accecante dell’Estate ha lasciato il suo posto ad un sole i cui raggi sembrano non cadere più in maniera perpendicolare ma perennemente diagonale, rendendo tutto morbido e profondamente vibrante.

I giorni, in questo Paese, sembrano scorrere più lentamente, dando alle stagioni il tempo di esprimersi, di dispiegarsi, di aprirsi come un ventaglio per far vedere tutte le loro sfumature. Il giallo dei ginkgo biloba è cosi denso e luminoso che sembra di essere circondati da nuvole d’oro. Cammino lentamente nel parco che circonda il castello di Osaka, e per la prima volta nella mia vita riesco a sentire i colori della natura sotto la mia pelle, quasi dentro di me. Sento che il mio corpo, armonizzandosi con il circostante, può danzare calmo e pacifico dal palcoscenico dell’Estate a quello dell’Autunno, seguendo le stagioni attraverso l’ingiallire delle foglie, in un rassicurante cambiamento naturale di colore. Dal verde al giallo, dal giallo all’arancione, per arrivare infine ad un rosso quasi sfacciato. Questa bellezza mi ubriaca e provoca in me una sensazione che non riesco a definire. Continuo a scivolare tra i sentieri di ghiaia, e mi ricordo all’improvviso di una parola che lessi un giorno, mentre mi documentavo sull’estetica giapponese.

<<Mono aware>>. Questa espressione, in giapponese, sta ad indicare il pathos (aware) delle cose (mono), derivante dalla percezione della loro caducità: si riferisce agli aspetti della natura <<che spingono un individuo sensibile verso la consapevolezza della bellezza effimera di un mondo che trova nel mutamento la sua unica costante>> [1].  Queste due parole sono spesso associate all’amore che i giapponesi hanno per i fiori di ciliegio, la cui bellezza è particolarmente fugace poiché sfioriscono entro una settimana da quando sbocciano. Mi ha sempre colpito il fatto che, dai giapponesi, il momento in cui i petali bianchi comunicano tutta la loro bellezza non è quello in cui sono al culmine della fioritura, bensì quello della loro caduta. Tra fine Marzo e i primi di Aprile, il Giappone si raduna sotto gli alberi di ciliegio, nel rito dell’Hanami (guardare i fiori), per osservare i candidi fiori. Ma ancora più atteso è il momento in cui essi inizieranno a cadere, regalando una surreale e preziosa neve di Primavera che ricoprirà poeticamente ogni cosa. Ed è cosi che pensando all’Hanami mi accorgo – guardandomi attorno – che molte, moltissime persone sono lì, con il naso al’insù verso gli alberi. Sorridono, scattano foto e passeggiano indicando chi un albero, chi un altro.

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Irene Ventura ©

Mi accorgo, con mia grande sorpresa, di essere dentro ad un altro rituale del Giappone che fino ad oggi mi era sconosciuto. E’ il Momijigari, ossia <<la caccia all’acero giapponese>>! Momiji sta a significare, appunto, acero (un albero le cui foglie si tingono di un rosso particolarmente carico) ma anche tutte le foglie autunnali in generale; mentre gari, deriva dal verbo karu, che significa cacciare. E così scopro che anche l’Autunno e non soltanto la Primavera, diventa per i giapponesi un momento in cui la natura li invita ad un atto di contemplazione. E capisco che qui si racchiude uno dei segreti del Giappone: un bellezza sottile, che pervade ogni cosa in questo Paese, ma che sfugge ad una definizione. Un esperire l’incanto del reale, legato all’attesa e alla capacità di saper aspettare, consapevoli che ogni cosa ha un suo tempo per manifestarsi, che tutto finirà, passerà, perché è naturale che così sia. E che noi possiamo essere solo testimoni di quella manifestazione fugace della realtà. Nell’Hanami e nel Momijigari, riesco ad intravedere il relazionarsi dei giapponesi con la bellezza: è un momento che richiede il fermarsi, il passare da un presente frenetico in cui siamo costantemente distratti, ad uno in cui la contemplazione della natura, esige un rallentare. Perché è solo attraverso un lento procedere che si può guardare il dettaglio, accorgersi di come una foglia cambia colore o del primo fiore che cade.

E a questo dilatarsi del tempo si accompagna il silenzio, una dimensione molto naturale per l’anima giapponese, e anch’esso requisito fondamentale per l’azione dell’osservare. Un sentiero laterale, quasi nascosto da alcuni cespugli, mi conduce verso una piccola casa da tè. Ne ho trovata sempre almeno una in quasi tutti i giardini che ho vistato ad Osaka e Tokyo. Si può ordinare un tè verde e un wagashi, un piccolo dolcino di zucchero. I wagashi sono delle opere d’arte. La pasta di zucchero viene colorata con diversi colori, sfumati come un acquarello e le forme cambiano a seconda delle stagioni, come a ricordare che tutto – anche il cibo che mangiamo – è connesso con il ciclo della natura. E noi con esso. A Primavera le forme ricordano i fiori bianchi e rosa dei ciliegi, in Autunno le foglie dalle tinte aranciate, in Inverno i cristalli di neve, mentre in Estate spesso viene usata una gelatina trasparente per ricordare l’elemento acqua delle costanti piogge estive. Mentre aspetto il mio tè, noto le azioni calme e delicate della donna che lo sta preparando; la sua cura nel disporre i dolci nel piattino; il silenzio meditativo che pervade tutta la stanza. Quasi in ogni luogo in cui vado, qui in Giappone, ritrovo queste caratteristiche: un silenzio che permette la concentrazione su ciò che si sta facendo, il prendersi il tempo necessario per focalizzarsi sull’azione al fine di ottenere un risultato impeccabile, un osservarsi che diventa un osservare ciò che ci circonda, un essere attenti ad ogni minimo dettaglio. Il Giappone mi insegna ogni giorno a non essere impaziente. Ad attendere.

E nell’attesa, ad assaporare ogni piccola cosa. La cameriera poggia senza fare alcun rumore la composizione di wagashi davanti a me, insieme al mio tè fumante di colore verde brillante. Il dolce è una foglia di acero che mi ricorda quelle osservate tutto il giorno nel parco. E di nuovo… la contemplazione. Il wagashi sembra essere creato apposta per doverlo osservare a lungo prima di venir mangiato. E io non posso fare altro che rispettare ciò e ammirare estasiata questa piccola pasta di zucchero in forma di autunno. La pioggia comincia a cadere. Forte. Guardo fuori dalla finestra e nel farlo il mio sguardo si poggia su una donna, che da sola – come me – sta bevendo il suo tè, e osserva il cielo farsi acqua. Come se la pioggia fosse uno stato d’animo, sembra che lei stessa si faccia acqua. E questa immagine di fusione con il reale, di una donna che nella sua dignitosa solitudine diventa pioggia, mi fa ricordare che l’antica religione giapponese è lo shintoismo. Un culto in cui gli dei sono ovunque intorno a noi. Dove il tutto che io ammiro non è qualcosa di stabile, ma è vivo ed animato, e per questo in costante divenire. Forse il semplice atto di guardare le foglie d’Autunno o la fioritura dei ciliegi in Primavera, e delle ortensie d’Estate, rivela in realtà la profonda connessione che i giapponesi sentono con ciò che li circonda.

Una realtà fatta di stagioni, divina in ogni sua forma e quindi preziosa in ogni suo dettaglio. Una natura davanti a cui stare in silenzio e in contemplazione, comprendendo la sua ciclicità e quella dell’osservatore, scorgendone la misteriosa bellezza e riconoscendo la propria.

 

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NOTE

[1] Cfr., Donald Richie, Sull’estetica Giapponese, 2009, Torino, ed Lindau, p.46 .

 

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About Irene Ventura

COLLABORATRICE | Classe 1983, romana. Poco dopo la laurea conseguita presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, inizia una vita nomadica che la sta portando a muoversi costantemente tra l’Italia, l’Europa e l’Asia. Vivrà per qualche mese in Giappone. E’ affascinata da tutto ciò che è diverso da lei ed è ossessionata sul perché delle cose.

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