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L’aggettivo “giusto” e il sostantivo “guerra”: due realtà inconciliabili

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Papa Francesco, nato Jorge Mario Bergoglio (1936), dal 13 marzo 2013 è il 266º Pontefice della Chiesa Cattolica
Papa Francesco, nato Jorge Mario Bergoglio (1936) e di nazionalità argentina, dal 13 Marzo 2013 è il 266º Pontefice della Chiesa Cattolica

Un completo rifiuto, dunque, da parte di Jorge Mario Bergoglio di qualsiasi forma di belligeranza, irrimediabilmente etichettata come illegittimaDominique Wolton, a questo punto, gli domanda: «Vuole dire che non si può usare l’espressione guerra giusta?». Il Papa risponde, laconico: «L’unica cosa giusta è la pace».

Il tema della guerra giusta è sempre stato uno dei più scottanti, in quanto non si è mai vissuto un secolo totalmente scevro di conflitti. Con le minacce di un conflitto nucleare tra Stati Uniti e Corea del Nord, con i bombardamenti in Afghanistan, con le continue incursioni terroristiche in Europa, con le costanti tensioni in Siria e Yemen, del resto, è oggi più difficile che mai accantonarlo. E non si dovrebbe affatto farlo. Per chi ha dimestichezza con il nome di Gino Strada, celebre fondatore dell’ONG italiana Emergency, queste parole riecheggiano quelle stampate nero su bianco in La guerra giusta, opera pubblicata nel 2006 insieme allo storico americano Howard Zinn. A causa di queste sue affermazioni, Gino Strada fu etichettato spregiativamente come «utopista» in numerose occasioni. Interpellato sulla questione, il medico e attivista italiano ha dichiarato di considerarlo, al contrario, un vero e proprio complimento: «L’utopia è qualcosa che non si è ancora verificato, ma non è detto che non possa o non debba realizzarsi. È il sale della vita, dà un senso all’impegno quotidiano».

Del resto, sradicare una concezione così lungamente insita nel pensiero di generazioni e generazioni è un’impresa quasi – quasi – impossibile. O comunque, titanica. Per avere una vaga idea di quanto antica possa essere questa opinione, basti pensare a quanto Aristotele di Stagira (384/383322 a.C.) esprime nella Politica. La guerra è considerata moralmente e giuridicamente giusta solo in tre casi: se condotta così da non ricadere sotto il dominio altrui; se scatenata per dominare a vantaggio dei popoli assoggettati; se portata avanti per ridurre in schiavitù i barbari, considerati schiavi per natura. Una concezione indubbiamente molto controversa, che distingue tra due tipologie di uomini, alcuni destinati per natura a comandare, altri non autosufficienti e dunque maggiormente atti ad essere comandati.

Cole_Thomas_The_Course_of_Empire_Destruction_1836In epoca romana, lo ius belli esigeva che le guerre fossero prima annunciate e solo in un secondo momento dichiarate. Lo stato di guerra era considerato la normalità fra popoli che non fossero legati da un trattato. La guerra era dunque considerata “giusta” non in base a motivi di sicurezza o difesa, ma solo in base a procedure giuridiche. L’illustre oratore e filosofo romano Cicerone (10643 a.C.), oltre a dichiarare “giusta” ogni guerra annunciata secondo le norme previste, sembra pronunciarsi a favore anche della guerra combattuta per riparare un torto subito o per ricacciare indietro i nemici, così da ampliare ulteriormente i criteri stabiliti per poter attribuire l’appellativo di “giusto” a un conflitto.

Con la nascita del pensiero cristiano, la guerra viene additata unanimemente dai padri della Chiesa come contraria al messaggio d’amore verso i nemici proclamato da Gesù Cristo. Già Agostino d’Ippona (354430), tuttavia, riteneva la guerra giustificabile solo nel caso in cui rientrasse nei decreti della Divina Provvidenza («Belligerare malis videtur felicitas, bonis necessitas», ovvero «Fare la guerra è fonte di gioia per i malvagi, per i buoni è invece una necessità», De civitate Dei IV, 6.15). Con Tommaso d’Aquino (12251274), nel millennio seguente, e più in generale in epoca moderna, la dottrina della guerra giusta comincia a essere sempre più delineata nelle sue caratteristiche particolari. Più nello specifico, un conflitto, per poter essere denominato “lecito”, deve rispecchiare le seguenti condizioni:

  1. secondo il principio della legitima auctoritas, l’autorità che lo proclama dev’essere il potere pubblico;
  2. secondo il principio della iusta causa, esso deve prevedere che l’uso delle armi non provochi in alcun modo disordini o mali superiori a quelli che si vogliono eliminare;
  3. secondo il principio del debitus modus, dev’essere condotto per l’interesse generale e non per quello particolare.

Il pensiero giusnaturalistico e giuspositivistico dei secoli XVII e XVIII non mancò di giocare un ruolo assai rilevante, concentrandosi prevalentemente sulle questioni se lo stato di natura (ovvero quella condizione originaria in cui gli uomini vivevano prima del costituirsi dello stato sociale) fosse una condizione di pace o di guerra e se l’istinto fondamentale della natura umana fosse favorevole o contrario alla società.

Particolare del frontespizio della prima edizione del Leviatano del filosofo e matematico britannico Thomas Hobbes pubblicato nel 1651
Particolare del frontespizio della prima edizione del Leviatano del filosofo e matematico britannico Thomas Hobbes, pubblicato nel 1651

Il filosofo britannico Thomas Hobbes (15881679) elaborò una visione sfiduciata, al limite del pessimismo, dello stato di natura, considerandolo come una situazione di costante conflitto di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes). Gli esseri umani sono dunque principalmente aggressivi verso i propri simili (homo homini lupus), dal momento che il desiderio individuale, sregolato e privo di limitazioni, può facilmente entrare in contrasto con le mire di altri uomini. Solo rinunciando a parte di questo ius in omnia mediante un patto di unione e sottomissione a favore di un terzo individuo estraneo al patto, è possibile costituire uno stato sociale ed entrare in una temporanea condizione di pace.

Nel secolo scorso, la teoria del positivismo giuridico si è sviluppata ulteriormente verso l’idea che, affinché le norme vengano ubbidite, è necessario che siano fatte valere con mezzi coercitivi (esempio lampante ne sono le guerre coloniali e neocoloniali, che portarono a sanguinosi conflitti specialmente nel periodo della decolonizzazione, con episodi di incredibile violenza come nel caso dell’Algeria).

Nella sua attuale Costituzione, è sempre bene ricordare che il nostro Paese rifiuta la guerra in maniera categorica, anche se le condizioni per lo sviluppo di una guerra “giusta” sono leggibili tra le righe (art. 11): «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Dunque retaggi di quei famosi tre principi (legitima auctoritas, iusta causa e debitus modus), in realtà, sono ancora ben presenti anche nella nostra carissima e decantatissima Costituzione. Retaggi inconciliabili con la nuova posizione assunta da Papa Bergoglio in merito alla questione.

Non ci resta che sperare vivamente che questa forte presa del Pontefice non si traduca in ulteriori controversie tra potere politico e potere spirituale, dato che, al momento, l’attenzione del nostro Paese dovrebbe essere rivolta a questioni ben più scottanti.

 

Da sinistra verso destra: Donald J. Trump (1946) e Kim Jong-un (1984)
Da sinistra verso destra: Donald J. Trump (1946) e Kim Jong-un (1984)

 


 

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About Beatrice Furini

REDATTRICE | Classe 1996, originaria di uno sperduto paesino della brumosa Pianura Padana, dove ha lasciato il cuore, frequenta ora la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Irriducibile sognatrice, viaggia per scoprire e scoprirsi. Scrive per necessità e non smette mai di meravigliarsi.

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