Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

La vita di Giacomo Leopardi, tra la Crisi e l’Illusione

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone

di Emanuele Grillo

(tratto da La Crisi e l’Illusione)

A Recanati, il 29 giugno 1798, nacque Giacomo Leopardi, considerato il maggior poeta dell’Ottocento italiano nonché una delle più importanti figure del Romanticismo letterario e della letteratura mondiale. Figlio primogenito del Conte Monaldo e di Adelaide Antici, si trovò a vivere fin dalla tenera età in un ambiente codino, bigotto, cerimonioso e senza cordialità. Il padre Monaldo, infatti, non era privo di personalità e di cultura, ma d’ingegno mediocre, dogmatico, soffocato dai pregiudizi. La mamma Adelaide, dal canto suo, era dotata di un animo severo e autoritario, con sistemi alquanto arcigni verso i propri figli.

L’ambiente di Recanati, come molti paesini sparsi nell’Italia centro-meridionale agli inizi del XIX secolo, non era intrinseco dei fermenti innovatori della civiltà moderna, borghese e romantica: i libri e le notizie giungevano sempre in ritardo e di seconda mano, affievoliti e svuotati dalle penne degli autori. Nelle campagna, invece, vigeva ancora preponderante il sistema feudale, fondata ormai su un’economia retriva: la letteratura locale era per lo più accademica, senza spiragli di cambiamento. Leopardi descrive la sua cittadina natale come un <<sonno universale>> e descrive i suoi concittadini in tal maniera:

<<Gente zotica, vil; cui nomi strani, e spesso argomento di riso e di trastullo, son dottrina e saper…>> (Giacomo Leopardi – su  Recanati)

Il fanciullo Giacomo, dalla precoce intelligenza, apprese i primi rudimenti di una cultura umanistica, filosofica, scientifica dai preti e precettori. Nel Palazzo familiare in cui viveva, il giovane Leopardi poté usufruire dell’immensa biblioteca allestita dal padre Monaldo per fini personali, familiari e della città intera. Studia intensamente, fin da bambino, per circa sette anni: le sue attività giornaliere e notturne diventano lo studio e l’apprendimento solitario (<<Studio matto e disperatissimo>>) tanto che impara a gestire da solo lingue come il latino, il greco e persino l’aramaico. All’età di soli 15 anni termina una Storia dell’astronomia (1813), opera di compilazione tutta esterna e aneddotica, ma con una ricchezza infinita di notizie racimolate d’ogni parte; a diciassette anni crea un’altra opera su questo tema, stavolta decisamente più organizzata e con un impronta più personale, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815).

L’autore di Recanati ha per base una coscienza sensistica e materialistica, la quale lo lega fortemente all’autore latino Lucrezio. La formazione culturale di Leopardi è, tuttavia, dipendente dai testi che circolavano a quel tempo: il ragazzo saccente di Recanati studia sui libri di Fontenelle e Voltaire. Ma solitamente i libri contenuti nella sua biblioteca erano superati, e davano una visione dei fatti allora recenti molto teorica ed antiquata. Furono proprio le sommosse popolari a scrivere la storia dell’Europa tra il XVIII ed il XIX secolo: i sentimenti, le grida, gli echi di libertà non potevano rientrare nelle pagine fredde dei libri illuministi. Così si crea un divario, a cui nemmeno il talento di Leopardi può rimediare: la Recanati lontana dal mondo lo distacca dall’universo che sta attorno e l’autore si sente solo, stretto nella morsa familiare, come se lo stesso Fato avesse avuto ciò.

Se autori come Alessandro Manzoni, dunque, poterono vivere di presenza le vicende storiche e letterarie, Leopardi era costretto a seguirli in un mondo subalterno, ove la cultura e le motivazioni politiche si affievolivano tra l’ignoranza e l’inettitudine delle genti di campagna. La situazione familiare, come inteso dalle prime battute, non lo confortava per nulla: il padre Monaldo non approvò mai il figlio né sostenne in alcun modo i suoi studi, mentre la madre Adelaide non abbracciava mai i figli, li opprimeva con la sua severità filo-religiosa ma pur sempre bigotta e soprattutto desiderava la morte dei propri figli quando questi ultimi erano ammalati, voleva che i suoi figli sacrificassero la loro giovinezza. Leopardi ragiona su argomenti seri e al tempo stesso attuali in quel tempo come la morte, il dolore, la tristezza, il tedio: i suoi argomenti diluiti col pessimismo hanno generato la sua poetica, il suo sistema di pensiero, la sua filosofia.

 

1.1 – II valore delle Illusioni:

La crisi dei cuori degli intellettuali europei invase pure il poeta di Recanati: secondo lui il Mondo Antico fu un’epoca così prosperosa grazie al semplice fatto che gli uomini del tempo si lasciavano illudere dal fascino dell’arte, delle emozioni e dei sentimenti. Nel corso dei secoli, però, la ragione umana ha cominciato a progredire fino al punto di riuscire a svelare il vero segreto dell’umanità: l’uomo del periodo post illuminista si rende finalmente conto della condizione precaria cui è soggetta non soltanto la propria esistenza ma, come vedremo, dell’intero cosmo. Nasceva così in Leopardi, dunque, il Pessimismo.

Adesso, è bene delineare un passaggio: nel corso della storia della letteratura, la critica ha spesso mutato la propria considerazione riguardo un particolare autore mediante degli studi più approfonditi o semplicemente a causa di ritrovamenti inerenti. Nel caso di Leopardi, per decenni il suo Pessimismo è stato così suddiviso:

–         Pessimismo Individuale ;

–         Pessimismo Storico ;

–         Pessimismo Cosmico .

Recenti studi delle Lettere a Luigi De Sinner, per l’appunto, hanno dimostrato come il pessimismo individuale risulta di per sé infondato. Dire che Leopardi è pessimista semplicemente perché soffre sia fisicamente che internamente, significherebbe svalutare il Pessimismo (su cui si basano le illusioni) oltre che semplificare le sue teorie filosofiche. In realtà, la sua sofferenza (malattia) e il suo talento di poeta gli permettono di trarre delle conclusioni universali, prima e meglio di altri uomini: questi due elementi gli suggeriscono come leggere l’infelicità sparsa nel cosmo, nonché far accorgere l’uomo (come sempre assieme alla ragione) della propria condizione precaria nell’universo. Ecco spiegato, dunque, perché il pessimismo individuale risulterebbe errato e privo di fonti. Esiste una forte antitesi tra Pascoli e Leopardi: se l’autore decadente, infatti, non mutò mai il proprio pensiero, il secondo visse momenti di repentine conversioni. Di Leopardi distinguiamo due fasi della sua esistenza, le quali hanno apportato notevoli differenze tra le sue opere:

–         I Conversione (1815-1819)    ->   “dall’erudizione al bello” ;

–         II Conversione (1819-1823)  ->   “dal bello al vero” .

Nella  I Conversione, il poeta si dedicò alla poesia e si avvicinò ad essa mediante il classicista Giordani. Leopardi, inoltre, tenne parte al dibattito culturale tra classicisti e romantici: il poeta si schiererà a favore dei classicisti. Dal punto di vista politico, fin da piccolo Leopardi fu influenzato dal padre di correnti filo-austriache: il conte Monaldo, infatti, riteneva che fosse meglio un’Italia disunita ma ricca piuttosto che un’Italia unita ma povera. Ma in età ormai giovanile, Leopardi cambierà il proprio pensiero e comincerà ad occuparsi di argomenti civili a tal riguardo. Egli esprime passionalità, il desiderio di unione ed al tempo stesso di delusione per la situazione italiana degli ultimi secoli (Italia decaduta politicamente e storicamente, simile a Manzoni – delusione storica – ed a Foscolo – delusione giacobina). Il suo intento è quello di divenire un poeta civile: a tal proposito scrive delle Canzoni Civili: All’Italia (1818) e Sopra il Monumento di Dante (1818). Leopardi rimpiange il passato ed abbatte l’inutilità del presente. Ma la sua operazione di vis polemica non raggiunge il successo sperato: il poeta di Recanati oscillerà tra il titanismo ed il vittimismo (caratteristica degli uomini romantici). Il suo intento, dunque, di creare una letteratura moderna decade nonostante abbia imitato autori come Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo. Ma c’è di più: la sua forte critica verso la storia (accentuata maggiormente nello Zibaldone) e forma così il suo pessimismo storico.

Nella fase del pessimismo storico, la natura mantiene ancora un ruolo positivo: è la Madre benefica, la quale ha conferito agli antichi la capacità di sognare mediante le illusioni. Da dire, inoltre, che Leopardi risente molto dell’influsso del filosofo Blaise Pascal sul concetto di uomo: l’uomo è infinitamente piccolo di fronte ad un universo così infinitamente grande (horror vacui di Blaise Pascal). Una notevole differenza tra i due: Pascal era una credente, mentre Leopardi ateo.

« Che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla in confronto all’infinito, un tutto in confronto al nulla, un qualcosa di mezzo fra nulla e tutto…» (Blaise Pascal – Pensieri, 72)

Nella II Conversione, invece, risiedono la maggior parte delle Canzoni come ad esempio Ad Angelo mai, Nelle nozze della sorella Paolina, Bruto minore, Ultimo Canto di Saffo, Inno ai Patriarchi etc… . Ma il motivo della sua conversione consiste soprattutto in un cambiamento di teoria, di rotta filosofica tale da modificare il resto della sua esistenza: il passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico. Leopardi non parla più del passato, non imita più il Mondo Classico: si rinchiude nella propria esistenza che, come quella degli altri uomini, si presenta vuota e priva di significato. Il bene, dunque, non è più da ricercare nel passato quantomeno nel presente (infatti, dal bello al “vero”). L’autore è venuto a conoscenza  dell’ “arido vero”, il quale lo catapulta in un mondo sofferente e pieno di angoscia e tedio. La natura, questa volta, diviene prima muta e poi natura Matrigna che passa dall’indifferenza dei problemi dell’uomo (con l’opera Canto Notturno di un Pastore errante dell’Asia, 1830) alla sua inevitabile distruzione (con l’opera  Dialogo della natura e di un islandese, 1824). Tra l’altro, avviene il rovescio della medaglia: la ragione, prima contro l’uomo, adesso è l’unica amica  dell’essere umano in quanto, aprendogli gli occhi, gli fa rendere conto della propria condizione precaria nell’universo.

Ma la genialità leopardiana, con il suo pessimismo cosmico, raggiunge la perfezione: non soltanto gli uomini soffrono, bensì tutto il creato (compresi la natura, gli animali e tutti gli altri esseri viventi presenti nel cosmo). A tal proposito, Leopardi aveva creato delle anticipazioni della sua visione pessimistica: nello Zibaldone, ne Il passo del giardino del male, la natura era in evidente decadimento, il male sparso ovunque. Leopardi si avvicina al nichilismo: l’uomo non è nulla, tutto si annulla. Gli stessi idilli, scritti dal 1819 al 1821, il più delle volte risentono della pesantezza delle teorie di Leopardi il quale, solitamente, non riesce a contenere il suo forte disagio interiore. Leopardi è contro il progresso: considera quest’ultimo come lo shock che l’uomo moderno subisce dalla Industrial Revolution in poi. L’autore, dunque, si presenta come un saggio stoico che contempla ed osserva la realtà, delineandone lucidamente le leggi nonché le teorie filosofiche che la governano. Le sue illusioni, proprio come si basano nel suo Pessimismo, sembrano essersi spente nel vuoto e nel pianto dell’universo.

<<Infinità vanità del tutto…>> (Giacomo Leopardi – aforismi)

 

1.2 – La perdita delle illusioni “giovanili”:

La perdita delle illusioni “giovanili” è da riscontrare negli Idilli come A Silvia e La sera del dì di festa. In particolar modo la poesia A Silvia, composta tra il 19 e il 20 aprile 1828, rientra nella categoria dei “Grandi Idilli”, oltre che nel Periodo Pisano-recanatese. Il canto è dedicato a Silvia, comunemente identificata con Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tubercolosi nel 1818. Silvia muore prima di giungere al fiore dei suoi anni: allo stesso modo la speranza e le illusioni muoiono prima che si facciano piena la giovinezza del poeta. Silvia è dunque il simbolo della speranza e del suo disparire dinanzi alla forza impietosa dell’arido vero e meschino dell’esistenza. Nella poesia viene rievocato il ricordo di un momento dell’adolescenza, segnato dalla presenza festosa della fanciulla che nel canto e nella stessa vivacità del lavoro sembrava esprimere quell’attesa di una gioia che di lì a poco si sarebbe rivelata vana. Nonostante siano trascorsi ormai degli anni, Leopardi non smette di porsi delle domande:

<<Questo è quel mondo? Questi i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme?>> (Giacomo Leopardi –  A Silvia, vv. 56-57)

 La constatazione finale è che il vero distrugge ogni illusione e ci lascia di fronte alla morte:

<<Tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano>> (Giacomo Leopardi –  A Silvia, vv. 61-63)

 E ancora, ne La sera del dì di festa composta nel 1820:

<<A te la speme nego, mi disse, anche la speme; e d’altro non brillin gli occhi tuoi se non di pianto…>> (Giacomo Leopardi –  La sera del dì di festa, vv. 14-16)

 Ed infine, la morte delle speranze e delle illusioni giovanili che, proprio come il giorno che si perde, si disperdono nella razionalità distruttiva del cosmo:

<<Nella mia prima età, quando s’aspetta bramosamente il dì festivo, or poscia ch’egli era spento […] ed alla tarda notte un canto che s’udia per li sentieri lontanando morire a poco a poco, già similmente mi stringeva il core>> (Giacomo Leopardi –  La sera del dì di festa, vv. 40-42 / vv.43-46)

 

1.3 – Lo Zibaldone, le Teorie:

Lo Zibaldone, composto prima delle sue Operette Morali, può essere tutt’oggi considerato come il cantiere ove nascono e crescono le teorie filosofiche, i processi letterari, i mutamenti stilistici di Leopardi. Lo Zibaldone, tra l’altro, è fonte di molte notizie familiari grazie all’alto tasso di lettere in esso contenute. La lettera più famosa è certamente quella rivolta al padre, in cui il giovane Leopardi trovava finalmente la forza di opporsi alle pressioni familiari. Leopardi scrisse ben centoundici Pensieri, ove non sono presenti cambiamenti letterari.

Emerge forse qui nello Zibaldone, più che in ogni altra opera, la caratteristica del vago e dell’indefinito.Nello Zibaldone, tra l’altro, emerge il rapporto tra pensiero e stile: l’infelicità dell’uomo può essere attenuata attraverso alcune sensazioni fornite dall’immaginazione e dall’illusione. Se con l’alido vero il piacere è negato, con l’immaginazione invece si creano delle sensazioni piacevoli, delle illusioni: la teoria del suono e la teoria della visione.

 

La teoria del suono:

Il canto è piacevole, ma sentirlo provenire da una fonte sonora posta ad una certa distanza o magari sentendolo mentre si affievolisce fino a scomparire, provoca piacere nel poeta.

E’ piacevole udire un canto di cui si sconosce la provenienza.

Lo stormire del vento per le vie della città.

Il tuono e il vento non si vedono (come l’eco) ma destano piacere nell’ascoltarli.

E ancora se vi è un suono lontano con un’ambientazione tetra, ciò ne accentua l’incertezza ed il piacere del vago.

 

La teoria della visione:

La luce della luna fornisce sensazioni vaghe e indefinite.

La penombra dà anch’essa delle sensazioni vaghe e indefinite.

Il senso della vastità dona piacere all’uomo.

La luna ed il sole che giocano con le nuvole regalano sensazioni di piacere.

La luce e l’ombra delle città danno un tocco romantico all’animo umano.

Le stelle aumentano la sensazione di infinità.

Uno spiraglio di luce che entra dalla finestra socchiusa, desta curiosità e voglia di scoprire, di veder oltre.

<<Queste immagini, in poesia, sono sempre bellissime…>> (Giacomo Leopardi – Zibaldone)

 

1.4 – Il superamento del Pessimismo e l’ideale collettivo:

Nel 1836, un anno prima della morte di Leopardi nella città partenopea, il poeta originario di Recanati tentò un’ultima conversione, mai del tutto conclusa.Secondo lo studio dei critici e le fonti degli ultimi suoi mesi di vita, sembrerebbe che Leopardi cercasse un metodo per sviare al Pessimismo cosmico, da lui teorizzato e tra l’altro confermato numerose volte. E allora perché Leopardi avrebbe dovuto ripensarci? Le sue capacità non l’avevano aiutato a scovare i misteri dell’universo, il “vero” ruolo della natura, il reale destino dell’uomo? Probabilmente la risposta è più semplice di quanto si possa credere.

Leopardi non voleva continuare a vivere gli ultimi anni della sua vita in quella condizione angosciosa, voleva dare al mondo una possibilità di salvezza, un rimedio alle forze della natura che sovrastano la fragile esistenza degli uomini. La Ginestra, dunque, è il risultato dell’ultimo messaggio filosofico e letterario di un Leopardi decisamente  “convertito” ma non ancora salvo (come Foscolo e Manzoni). Importante la scelta della ginestra: essa è il fiore del deserto. Il poeta la immagina sulle pendici riarse e desolate del Vesuvio, la quale è l’unico fiore che riesce a sopravvivere mediante la sua flessibilità e tenacia.

La ginestra, dunque, rappresenta simbolicamente l’uomo che sa accettare la verità sulla propria condizione e, su questa verità, può costruire la propria dignità. I milleottocento anni trascorsi dalla distruttrice eruzione del Vesuvio, infatti, non hanno minimamente mutato in nulla la condizione dell’uomo: proprio come allora, si ritrova indifeso e tremante di fronte ad ogni piccolo indizio dell’attività del vulcano napoletano. Interessante, tra l’altro, notare come Leopardi abbia inserito ironicamente una citazione evangelica dell’Apostolo Giovanni:

<<Καἠγάπησαν οἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σχότος ἢ τὸ φῶς…>> (in Greco Antico)

<<E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce…>> (Giovanni – III, 19)

Il segnale che conferisce Leopardi ai posteri è un messaggio di speranza: unirsi per contrastare le avversità che la Natura Matrigna scaglia contro i suoi stessi figli, riuscire a sopportare il pesante fardello conoscitivo del Pessimismo Cosmico e reagire prontamente alle difficoltà dell’esistenza.

Un ideale collettivo che si rifugia, ancora una volta, nelle illusioni di vita e di speranza.

 

Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

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