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La storia che non passa

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Da sinistra verso destra: Benito Mussolini (1883-1945), Adolf Hitler (1889-1945)

Mancano poco più di due mesi al 27 Gennaio: la Giornata della Memoria, in cui si commemorano le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Un evento che avrebbe tutte le buone ragioni per esistere, che andrebbe maggiormente divulgato ma che si trasforma, ogni volta, nell’ennesima occasione per mettere in scena l’ipocrisia. Quello che ogni anno ci si limita a fare, infatti, è partecipare a commemorazioni in memoria delle vittime dei campi di sterminio oppure (l’opzione per i più sedentari) cambiare la propria immagine sul profilo Facebook e lanciare hashtag in inglese dello stile #NeverForget o #NeverMore. La storia, alla fine, diventa una componente secondaria, di sfondo. Per dare sfogo ai luoghi comuni.

Siamo talmente abituati a tutta questa retorica che non ci si pone più delle domande basilari, del tipo: <<Quali sono le nostre responsabilità, in qualità di italiani, nel Secondo Conflitto Mondiale?>><<Che crimini ha compiuto Mussolini per essere definito un sanguinario?>>.

Queste domande mi sono venute in mente soltanto qualche mese fa, mentre studiavo presso l’Università di Hanyang a Seoul. Il tema era la responsabilità del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale e le colpe mai riconosciute dalla potenza del Sol Levante.  Al termine del dibattito, il mio professore mi chiese – visto che ero l’unico italiano della classe – di fare un lavoro simile sul Governo Fascista italiano. Ciò che scoprii fu scioccante.

Sebbene l’Italia di Benito Mussolini fosse (sino a prova contraria) alleata di Adolf Hitler, fino ad oggi il Governo italiano non ha mai riconosciuto nessun crimine durante la guerra, anzi. Ufficialmente, per la nostra Penisola è ancora valido lo slogan: <<Italiani brava gente>>. Si tende infatti a citare eroi come Giorgio Perlasca, “dimenticando” i migliaia di italiani collaborazionisti. Come afferma lo storico Rory Carroll<<Se chiediamo oggi  ad un italiano medio il ruolo dell’Italia nella guerra, lui parlerà della lotta partigiana di liberazione contro la Germania>>. Lo storico tedesco Lutz Klinkhammer è della stessa opinione: <<il refrain “italiani brava gente” non è del tutto sbagliato, perché durante l’occupazione italiana abbiamo visto che c’erano dei bravi soldati. Quello che è infondato è far credere che questa fosse la regola ed è stato l’aspetto principale dell’occupazione>>.

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Mario Giuseppe Leon Roatta (1887-1968) è stato un Generale italiano. La Repubblica Socialista di Jugoslavia aveva chiesto la sua estradizione, per essere processato come criminale di guerra. L’Italia, invece, lo accusava per aver messo a disposizione del Regime Fascista il SIM (Servizio Informazioni Militare) e la mancata difesa di Roma, dal 25 Luglio all’8 Settembre 1943. Fuggì in Spagna e ritornò in Italia soltanto nel 1966, quando tutte le accuse nei suoi confronti erano decadute

Se andiamo a vedere più nel dettaglio, quindi, la situazione è molto più complicata: con molte luci, ma anche con molte ombre. E’ ampiamente dimostrato che il Regime Fascista è stato responsabile di diversi crimini. Come dichiarò la storica italiana Lidia Santarelli: <<L’Italia copiò le stesse strategie della Germania in modo però meno efficiente>>.

In Grecia, per fare un esempio, durante il 1943 l’esercito Italiano decise di attuare diverse retate nei villaggi per sconfiggere la resistenza ellenica. Il caso più celebre coinvolge il villaggio di Domenikòn, dove tutti gli abitanti (150 persone) vennero sterminati. Massacri simili avvennero a Farsala, Oxinia o Domokòs. Anche in Albania si verificarono delle simili operazioni. Nel 14 Luglio dello stesso anno, in particolare, ben 80 villaggi vennero rasi al suolo nella Regione di Mallaska. Per mezzo del Generale Mario Roatta, in Slovenia l’Italia organizzò la deportazione del 6% della popolazione per pulire i territori italiani dal ceppo slavo. A Lubiana ci fu il bilancio più grave, con 5.000 deportati e 1.000 morti, di cui 200 bruciati vivi e 900 uccisi con un colpo di pistola.

Ma se nei Balcani i fascisti si dimostrarono efferati tanto quanto i nazisti, in Africa fu persino peggio. Il Generale Rodolfo Graziani, che amministrava l’Etiopia, in un solo anno di Governo ordinò l’uccisione di 30.000 etiopi. In Libia, sempre lo stesso Graziani coordinò un piano di deportazione di 100.000 civili dalla Cirenaica (praticamente l’intera popolazione araba locale) e di questi 40.000 persero la vita durante il trasferimento. Non sorprende che alcuni storici considerino questa operazione al pari di un genocidio. L’Italia, inoltre, aveva anche copiato dalla Germania Nazista un sistema assai più modesto di campi di concentramento dove, secondo molti storici, furono internati fino a 100.000 individui. Il campo più famoso è stata la Risiera di San Sabba vicino a Trieste, dove persero la vita 3.500 esseri umani.

L’aspetto più tragico di tutta questa vicenda, nonostante gli esperti siano concordi nel definirli crimini, è che non c’è stato nessun processo in merito. Nel 1946 la Commissione di Londra, che doveva designare gli imputati da processare a Norimberga, aveva stilato una lista di ben 1.500 gerarchi fascisti, tra cui vi erano figure prominenti come Mario Roatta, Rodolfo Graziani, Pietro Badoglio e molti altri.

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Rodolfo Graziani (1882-1955) è stato un Generale e politico italiano. Venne inserito dall’ONU nella lista dei criminali di guerra su richiesta dell’Etiopia, ma non venne mai processato
Quanti di questi furono, poi, effettivamente processati? Nessuno. Anche in altre sedi non si è potuto procedere, grazie alla amnistia emessa all’epoca dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti e successivamente modificata da Antonio Zara, in cui si prevedeva l’amnistia per tutti i “reati politici” commessi prima del 1948. L’unico processo che venne svolto fu contro il Maresciallo Graziani nel 1948, ma per semplice collaborazionismo e fu condannato a 19 anni di carcere, di cui alla fine ne scontò soltanto 4 mesi.

Se la giustizia italiana non ne esce bene da questa storia, altri attori come la grande stampa non sono da meno. Per fare un esempio, la Rai si è rifiutata di trasmettere “per motivi tecnici” un documentario sulla strage di Domenikòn prima accennata. Ma l’Italia non solo è responsabile di omertà ma anche di ipocrisia, come una recente decisione della Corte Costituzionale che riconosce alle vittime italiane del Regime Nazista la legittimità di chiedere un “indennizzo”, ma allo stesso tempo coloro che sono vittime del Regime Fascista non godono dello stesso diritto.

Negli Anni ’50 vi erano diverse ragioni per cui questa politica venne perpetuata, ma continuarla oggi non soltanto è anti-storico ma denota una profonda ipocrisia e mancanza di rispetto alle migliaia di vittime di quei crimini che ancora oggi, l’Italia, rifiuta di riconoscere.

L’unico tentativo fatto avvenne nel 2006, quando venne proposto in Parlamento l’istituzione di una Giornata della memoria per le vittime del Fascismo: fu bocciata dalla maggioranza. Questa omertà, oltre che ingiusta, è anche pericolosa in quanto si rischia – come sta già avvenendo da qualche anno – la rivalutazione del Regime Fascista. E poiché le persone comuni non conoscono tutta questa parte della storia, non ci dobbiamo poi meravigliare che vi siano ancora dei “nostalgici”.

Se vogliamo che la prossima Giornata della Memoria non sia semplicemente la solita fiera del luogo comune bensì un’autentica commemorazione europea, dovremmo innanzitutto riconoscere le nostre colpe. Solo così potremo evitare che quegli errori possano essere commessi nuovamente.

 

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About Cristoforo Simonetta

COLLABORATORE | Nato a Bagno a Ripoli (FI), il 31 Dicembre del 1991. Frequenta gli Studi Europei-Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Firenze. Ha partecipato in diversi progetti e programmi di interscambio all'estero, per cercare di conoscere e comprendere un mondo sempre più globalizzato e più vicino di quanto si possa credere. E' attivista presso l’organizzazione ambientalista "Amici della Terra".

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