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La Spagna aspetta la formazione del Governo, in un anno carico di interrogativi

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12607285_1030837640310426_872166976_nDa pochi giorni, in Spagna, è trascorso il primo mese dalle Elezioni Politiche del 20 Dicembre, ma non c’è ancora nessun accordo per formare un esecutivo e la situazione resta molto complicata. La novità degli ultimi giorni è che Podemos – la formazione di sinistra che alle elezioni generali ha ottenuto oltre il 20% dei voti – ha teso la mano al leader dei socialisti Pedro Sánchez per la formazione di un Governo delle sinistre nel quale figurino anche i deputati di Izquierda Unida (IU, trad: Sinistra Unita). È lo scenario su cui Pedro Sánchez stava lavorando fin dai primi di Gennaio, quando si recò a Lisbona per incontrarsi con il suo omologo socialista António Costa, che è riuscito a formare un Governo delle sinistre unendo socialisti, comunisti e Bloco de Esquerda (BE, trad: Blocco di Sinistra – omologo lusitano di Podemos). Pablo Iglesias Turrión ha voluto accelerare i tempi lenti delle trattative fra partiti, annunciando la sua mano tesa ai socialisti in una conferenza stampa tenutasi Venerdì scorso. In questo modo nessuno potrà dire che Podemos ha messo ostacoli alla formazione di un Governo progressista, è il ragionamento tattico della cupola del partito.

Il leader di Podemos ha messo alcuni paletti a questo possibile patto delle sinistre: lui sarebbe il Vicepresidente, e diversi Ministeri andrebbero al suo partito. Ha inoltre sottolineato come anche Izquierda Unida, lo storico partito della sinistra che si è presentato sotto il cartello Unidad Popular e che è stato punito dal sistema elettorale in termini di numero di deputati (soltanto due), dovrebbe avere Ministeri nel futuro Governo. Ha invece ceduto su uno dei punti di maggior conflitto con il PSOE: il referendum sull’indipendenza della Catalogna. La strada per un Governo delle sinistre resta comunque in salita, anche se è l’opzione attualmente più probabile. Per formare un Governo di maggioranza servirebbe l’appoggio di altri partiti perché le tre forze di sinistra non hanno la maggioranza. Del resto neanche la destra ha i voti per formarla.

stop-desahucios-73Oltre ai voti di Podemos, Socialisti e Izquierda Unida servirebbero i voti dei partiti nazionalisti regionali: partiti che, grazie al sistema elettorale spagnolo, raccolgono molti deputati e costituiscono una schiera non indifferente nel Congreso de los Diputados. La maggior parte di questi partiti, sono però, indipendentisti. L’unico a non esserlo sarebbe il PNV (trad: Partito Nazionalista Basco), ed è ai suoi sei deputati che punterebbe questa coalizione delle sinistre per ricevere il voto di investitura. Quello che si formerebbe con questa alleanza sarebbe, in ogni modo, un Governo debole. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se si va rapidamente verso la formazione di un Governo o se l’impasse è destinata a durare, magari fino alla proclamazione di elezioni anticipate in Primavera.

Nel frattempo, in Spagna il mese di Gennaio avanza carico degli stessi interrogativi e problematiche con cui era terminato il 2015. La disoccupazione resta altissima nel Paese, e la “ripresa” di cui si è iniziato a parlare nell’anno passato è fragile. Inoltre i risvolti tossici dell’ondata di cemento che ha investito la Spagna nei decenni scorsi si riflette sempre più nel crescente numero di scandali di corruzione che investono la politica, e che vedono legami diffusissimi fra politici e “palazzinari”. Una vasta rete di corruzione che può essere paragonata alla Tangentopoli nostrana degli Anni ’90 e che sebbene investa soprattutto il Partido Popular ha interessato in buona misura anche i Socialisti. Se questo non bastasse, proprio oggi la Commissione Europea ha avvisato la Spagna che l’impasse politica crea sfiducia, e che presto serviranno nuove misure per rimettere in riga i conti. Misure impopolari che un partito come Podemos – nato precisamente come movimento anti-austerity – non accetterebbe mai, e che costerebbero ai Socialisti un’ulteriore emorragia di voti.

Nel frattempo, anche il secessionismo in Catalogna bussa alle porte di Madrid sempre più insistentemente. All’inizio del mese – in questo 2016 pieno di interrogativi sul futuro – si è insediato il Governo regionale indipendentista guidato dall’ex Sindaco di Girona, Carles Puigdemont. Il nuovo Presidente di Governo ha promesso che <<entro diciotto mesi la Catalogna sarà una Repubblica indipendente>>. Può la Spagna permettersi l’impasse politica proprio quando la sua Regione più ricca rischia di staccarsi definitivamente?

In questo quadro, i problemi sociali del Paese restano irrisolti. La disoccupazione dilagante colpisce una parte consistente della popolazione, in particolar modo i giovani. Le disuguaglianze sono sempre più grandi e continua il dramma degli sfratti che in Spagna sono da ormai diversi anni l’aspetto più feroce della crisi economica iniziata nel 2008: circa 600.000 sono state le famiglie costrette a lasciare la propria casa per morosità. Molti di questi avevano acceso mutui nei tempi delle vacche grasse, spesso incoraggiati dai tassi di interesse favorevoli offerti dalle banche. Le stesse banche che, dopo esser state salvate dal grande “rescate” del 2012 oggi chiedono indietro quelle case. Una situazione che diventa ancora più insopportabile se si pensa che in Spagna ci sono oltre 300.000 case vuote. Urgono misure legislative, ma il Governo uscente di Mariano Rajoy non ha mostrato il minimo interesse ad affrontare questa emergenza sociale.

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Francisco Paulino Hermenegildo Teódulo Franco y Bahamonde (1892-1975), conosciuto anche come il “Generalísimo Franco” o il “Caudillo de España” è stato un generale, politico e dittatore spagnolo. Fu l’instauratore, in Spagna, di un regime dittatoriale noto come Falangismo, parzialmente ispirato al Fascismo. Rimase al potere dalla vittoria nella guerra civile spagnola del 1939 fino alla sua morte nel 1975

Anche sul fronte della memoria, c’è tanto da fare in Spagna. Se in Italia si litiga ancora e ci si schiera con forza sui fatti politici degli Anni ’70, immaginiamo in Spagna dove la dittatura franchista è caduta soltanto nel 1975 con strascichi durati fino ai primi Anni ’80. Proprio ieri, a Madrid, si è tenuta la commemorazione dei cinque avvocati giuslavoristi del sindacato comunista Confederación Sindical de Comisiones Obreras (CCOO) che nel 1977 vennero massacrati da un gruppo neofascista, nei pressi della stazione metropolitana di Atocha. Fu uno degli aspetti bui di un dopo-dittatura segnato da numerosi omicidi ed in cui le strutture del franchismo restavano intatte.

In Spagna, ancora, un movimento chiamato Memoria Pública lotta affinché si riconoscano le decine di migliaia di vittime repubblicane della guerra civile e della dittatura che non hanno mai ricevuto sepolturariconoscimento legale. Migliaia di desaparecidos in un Paese dell’Europa Occidentale, vittime per le quali scarseggiano lapidi e monumenti mentre abbondano quelle in onore di ex gerarchi della dittatura.  Negli ultimi anni, grazie ad una legge socialista del Governo Zapatero, si è iniziato a cambiare nome a decine di strade e piazze del Paese intitolate a membri della dittatura fascista di Francisco Franco e nelle prossime settimane anche Madrid (rimasta in mano alla destra per oltre 20 anni) cambierà nome a ben trenta strade cittadine. Ma c’è ancora molto da fare in un Paese che non ha fatto i conti con il suo recente passato politico.

In tutto questo vacilla anche una delle istituzioni dello Stato: la Corona, un’istituzione che fino a non molto fa godeva di buona salute nel Paese. Se un tempo era soltanto la sinistra repubblicana a criticare la monarchia chiedendo la proclamazione di una III Repubblica (bisogna ricordare che la Spagna era una Repubblica prima del golpe di Francisco Franco e prima della guerra civile), ora è buona parte della popolazione spagnola a mostrarsi scettica verso un potere che si perpetua solo per vincolo parentale e che negli anni della crisi ha dimostrato di beneficiarsi anche economicamente della sua posizione di potere.

Pochi giorni fa, la figlia dell’ex Re di Spagna Juan Carlos di Borbone – che ha abdicato nel 2014 proprio nel tentativo di far riguadagnare popolarità alla Monarchia – e sorella dell’attuale sovrano Felipe VI, è stata la prima monarca spagnola a sedere sul banco degli imputati nella Spagna moderna. È accusata di riciclaggio e frode fiscale.

Non proprio un bel biglietto da visita, per un’istituzione che gode di sempre minor popolarità.

 

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Infante Cristina di Spagna (1965)

 

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About Lorenzo Pasqualini

COLLABORATORE | Nato a Roma nel 1985, è laureato in Geologia con specializzazione in Idrogeologia. Giornalista pubblicista, cura il sito "El Itagnól". Da anni vive in Spagna, Paese con cui ha uno stretto legame dal 2007. Dal 2009 ha scritto per diversi giornali, occupandosi soprattutto di ambiente, territorio e scienze.

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