The leader of center-right Catalan Nationalist Coalition (CiU), Artur Mas, gestures to his supporters at the start of the campaign in Barcelona, Spain, Friday Nov. 9, 2012.

La roulette catalana

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CatalognaE’ trascorsa una settimana dai risultati delle Regionali catalane, ma già qualche ora dopo svariati giornali europei avevano cominciato a scrivere sulle prime pagine titoli come L’addio della Catalunya, La Spagna crolla. Ma è veramente possibile parlare di un inizio di secessione catalana?

Dal punto di vista giuridico, la risposta è semplice: no. Il primo motivo è perché si trattavano di elezioni amministrative e non di un referendum. Il secondo è che, in termini di voti, non hanno neanche ottenuto la maggioranza assoluta. Nonostante questi due dati empirici, Artur Mas – leader della coalizione Junta per il si arrivato primo con il 39,5% – ha già dichiarato fin da subito che adesso vuole fare l’indipendenza nel giro di 18 mesi dal Governo centrale. Una promessa non facile, dato che per formare il Governo la sua coalizione è assai eterogenea: sono presenti liberali, conservatori e perfino la sinistra repubblicana. Trattandosi dunque di una coalizione, in realtà Junta per il si ha perso 2-3 punti percentuali se si compie la somma dei tre partiti nelle tornate precedenti. Inoltre, per “semplificare” il quadro, per avere numeri sufficienti a creare un governo “pro indipendenza” Artus Mas sarebbe costretto ad allearsi con la Candidatura d’Unitat Popular (CUP). La CUP, che ha visto raddoppiare i suoi consensi rispetto al 2012, ad onta del nome è a sua volta una coalizione di tre partiti anti-capitalisti, anti-NATO ed euroscettici. Non ci potremmo sorprendere che una coalizione talmente eterogenea abbia vita breve e che, dopo due o tre anni, i catalani siano costretti ad andare nuovamente alle elezioni.

Bisogna quindi classificare l’indipendentismo catalano come <<un fatto folkloristico>>, così come lo definisce il filosofo Fernando Savanter? Assolutamente no. Non è sbagliato fare un parallelo con altri movimenti indipendentisti come per esempio quello scozzese, ma è un fenomeno assolutamente recente e dovuto, secondo molti, da due fattori: la crisi economica e (in minor misura) gli scandali di corruzione all’interno della Convergència i Unió (CiU, il partito di Mas). La CiU infatti, fin dalle prime elezioni democratiche, è stato sempre il primo partito della Catalogna e, ad eccezione della parentesi socialista (i Governi tripartiti socialisti-repubblicani-verdi) 2003-2010, è sempre stato al Governo della Regione. Partito fortemente identitario, aveva collaborato coi Governi popolari e socialisti di Madrid al fine di garantire alla Regione maggiore autonomia possibile. Il modello catalano si era dimostrato un modello economico di successo, tanto da essere classificata uno dei quattro motori d’Europa (assieme alla Lombardia, l’Île-de-France e la Baviera).

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Il Temple Expiatori de la Sagrada Família è il simbolo della città di Barcellona: capolavoro dell’architetto spagnolo Antoni Gaudí, è ancora in fase di costruzione. La prima pietra fu deposta nel 1883 e l’opera potrebbe essere completata entro il 2026

La crisi del 2008 e l’esplosione della bolla speculativa edilizia hanno mutato notevolmente il quadro. Pur rimanendo la prima Regione di Spagna in termini di PIL, il reddito pro capite è notevolmente diminuito. Guardando i dati EUROSTAT dal 2008 al 2013, la Catalogna ha subito una contrazione superiore all’8%, una dei tassi peggiori a livello europeo. Una crisi economica che si ripercuote anche sul mercato del lavoro, con un tasso di disoccupazione medio pari al 23,2% ed una disoccupazione giovanile al 50.2% (dati 2013). L’esplosione della crisi è stata la ragione principale della sconfitta dei socialisti e della vittoria del CiU di Artur Mas che, durante le elezioni, aveva promesso di risollevare l’economia locale. Le sue proposte di politica economica espansiva, però, erano impossibili da attuare visto l’elevato debito regionale che nel 2012 era pari a 45 miliardi di euro, il più alto tra le comunità spagnole. Inoltre il Governo di Barcellona doveva pagare soltanto di interessi – nell’anno 2013 – 2,2 miliardi, pari all’8% del budget regionale. Il rischio di una bancarotta regionale poteva risultare concreto (dato che allo stesso tempo veniva abbassato il rating di affidabilità dei titoli regionali). Affinché potesse incrementare le sue entrate, il Governo Mas voleva ritrattare col Governo centrale per una politica di tassazione in chiave federalista. Il suo obiettivo era di ridurre la quota di tasse destinata al Governo centrale che ancora oggi punta al 43%. Il Governo di Madrid di Mariano Rajoy, però, nel 2012 rifiutò seccamente. Un grave errore strategico per Madrid, poiché divenne l’inizio del braccio di ferro tra Barcellona e Madrid, di cui ancora oggi non si trova una fine. Mas, in risposta, cominciò a portare i suoi sostenitori in piazza per protestare contro l’oppressione spagnola, dando vita ad una retorica simile a quella della Lega Nord degli anni ’90 ed inneggiando all’indipendenza della Catalogna.

A complicare un quadro, già di per sé molto critico, furono gli scandali di corruzione all’interno della CiU che costrinsero diversi dirigenti alle dimissioni, compreso Jordi Pujol (fondatore e figura storica del partito, il quale ha pubblicamente ammesso di aver compiuto svariate frodi fiscali). Mas, a questo punto, si trovava tra due fuochi ed il rischio del tracollo di consensi era tangibile. Decise dunque di dimettersi, in modo tale da tornare alle elezioni anticipate del 2012, puntando ad una maggioranza schiacciante e provando a trattare con Madrid riguardo al tema dell’indipendenza. Ma invece di rafforzarsi, il suo partito si indebolì perdendo ben 12 seggi, costringendo Mas a ripiegare in un Governo di coalizione con i repubblicani catalani. Nonostante l’alleanza contro natura, l’idea era quella di creare una coalizione affinché fosse possibile organizzare un referendum su modello di quello scozzese. Ma Rajoy non era David Cameron ed il suo Governo rifiutò categoricamente ogni accordo per un referendum con Barcellona, con l’unico risultato di rafforzare le spinte indipendentiste.Venne infatti deciso, in modo unilaterale da parte di Barcellona, di indire un referendum nel 2014 e il quale fu però bocciato dalla corte costituzionale spagnola e ne vennero perseguitati gli organizzatori. Ciononostante, quel referendum si svolse ugualmente e l’80% votò a favore dell’indipendenza: una percentuale sorprendente se non fosse che soltanto 2 milioni di cittadini si recarono alle urne.

Anche se Mas risulta poco credibile per portare avanti le istanze separatiste (la CUP ha già dichiarato che non vorrà sostenere un Governo a guida Mas), il fenomeno che ha fomentato in questi anni non è da sottovalutare. Infatti, secondo gli ultimi sondaggi, i separatisti ed i lealisti alla corona spagnola sono dati al 50-50, per cui il rischio che si crei una profonda spaccatura all’interno della società catalana esiste eccome. Spaccatura che, con queste elezioni, sembra già confermarsi dato il sostanziale pareggio tra le due fazioni. Madrid, quindi, dovrebbe cercare d’evitare lo scontro frontale poiché va a beneficiare soltanto le frange estreme – come dimostra la buona perfomance della CUP – e rendendo un compromesso sempre più difficile da raggiungere. Lo sconfitto vincitore di questa tornata elettorale, Mas, dovrebbe invece evitare di fomentare maggiormente la spinta populista del nazionalismo catalano, che rischia di trasformarsi in un disastro per l’intera economia regionale.

In tutte e due fronti si ha più la sensazione, però, che si voglia giocare ad una roulette russa in salsa catalana e senza considerare che lo scontro catalano non rappresenta soltanto un possibile disastro per la Spagna, quanto per l’intera Europa.

 

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About Cristoforo Simonetta

COLLABORATORE | Nato a Bagno a Ripoli (FI), il 31 Dicembre del 1991. Frequenta gli Studi Europei-Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Firenze. Ha partecipato in diversi progetti e programmi di interscambio all'estero, per cercare di conoscere e comprendere un mondo sempre più globalizzato e più vicino di quanto si possa credere. E' attivista presso l’organizzazione ambientalista "Amici della Terra".

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