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La questione nordcoreana nel contesto del regime di non proliferazione

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corea timelineDa qualche mese non si parla d’altro. Contro ogni aspettativa, la piccola e arretrata Corea del Nord sembra sia stata in grado di sviluppare la tecnologia necessaria a innescare una reazione termonucleare e raggiungere il territorio statunitense.

Il 3 Settembre, infatti, la Corea del Nord avrebbe testato una bomba all’idrogeno che, secondo il leader Kim Jong-un, potrebbe essere montato su un missile intercontinentale. Già lo scorso mese di Giugno, Pyongyang aveva testato nel Mar del Giappone un missile a lunga gittata capace di raggiungere l’Alaska. Questo sarebbe il sesto test nucleare realizzato dal Paese, che si era ritirato dal Trattato di non proliferazione nel 2003. Tuttavia, la tensione non è mai stata così elevata, soprattutto grazie alla promessa del neoeletto Presidente statunitense Donald J. Trump di rispondere con «una furia mai vista prima al mondo» se la Corea del Nord dovesse tentare di mettere in pericolo i cittadini americani.

Con il nuovo Presidente, la narrativa degli Stati Uniti è passata dall’obiettivo di denuclearizzare la Corea del Nord a quello di deterrenza. Quella che può sembrare una piccola variazione retorica rivela, in realtà, una differenza sostanziale per il regime di non proliferazione. È importante, quindi, cercare di contestualizzare la situazione nordcoreana.

Il concetto di regime di non proliferazione nucleare comprende un insieme di misure e iniziative nazionali e internazionali volte a disciplinare la produzione e la circolazione delle tecnologie e dei materiali necessari alla costruzione di armi atomiche. Queste sono volte a due obiettivi generali: il contenimento del numero di Stati in possesso di armi nucleari (proliferazione orizzontale) e la riduzione degli arsenali nucleari esistenti, in termini sia quantitativi che qualitativi (disarmo, proliferazione verticale). Il regime di non proliferazione nucleare non costituisce un sistema organico di disposizioni legislative, ma è formato da una serie di accordi bilaterali e multilaterali che, per necessità, deve avere a disposizione un alto livello di volontà politica e di collaborazione internazionale per poter funzionare. Dando un veloce sguardo agli strumenti di diritto più importanti in questo ambito diventa piuttosto chiaro che l’impegno finora dimostrato è insufficiente.

La pietra miliare del regime di non proliferazione è il già citato Trattato di non proliferazione firmato nel 1968 ed entrato in vigore nel 1970. La caratteristica principale è la sua natura discriminatoria. Il trattato, infatti, riconosce il legittimo possesso delle armi nucleari solamente ai cinque Paesi che hanno detonato un ordigno nucleare prima del 1° Gennaio 1967: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Le altre centoottantanove Nazioni firmatarie sono classificate come «non militarmente nucleari» e si impegnano a rimanere tali. Solo tre Paesi non ne fanno parte: India, Pakistan e Israele. La Corea del Nord ne ha ufficialmente dichiarato l’abbandono nel 2003, una mossa mai riconosciuta dalle Nazioni Unite perché non avrebbe rispettato i novanta giorni di preavviso richiesti dal trattato. Parallelamente, i cinque Stati militarmente nucleari avrebbero intrapreso misure verso il disarmo nucleare. Tuttavia, l’articolo 6 che regola il disarmo è molto vago: si limita a sancire l’impegno a definirne in futuro le modalità senza stabilire né vincoli di tempo, né sanzioni. Il risultato dipende dalla buona fede dei firmatari. Tutti i programmi di modernizzazione nucleare su cui oggigiorno molte Nazioni investono, sono un esempio di come il trattato non sia abbastanza ambizioso. Al contrario, ha di fatto legittimato gli arsenali nucleari di questi cinque Paesi.

who has whatAd oggi, non esiste un quadro legale internazionale che disciplini in dettaglio le modalità di riduzione degli arsenali nucleari. A livello multilaterale, le misure al riguardo limitate a indicare finalità ambigue e anche a livello bilaterale i risultati sono molto contenuti. L’ultimo passo è stata l’adozione di un Trattato per la proibizione delle armi nucleari da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU lo scorso Luglio. Questo trattato potrebbe avere un impatto storico nel contesto della non proliferazione, ma la votazione è stata boicottata da tutti gli Stati militarmente nucleari. L’apertura alle ratifiche del trattato avverrà il 20 Settembre 2017, dopodiché il trattato entrerà in vigore solo quando un numero sufficiente di Stati lo avrà ratificato. Per ora, nonostante la quantità di armi nucleari sia stata ridotta rispetto agli estremi della Guerra Fredda, i numeri risultano ancora spropositati: sono circa 15.000 le testate nucleari attestate a livello globale, 90% delle quali di proprietà statunitense o russa.

Sebbene queste armi non siano state utilizzate dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’esitazione che le attuali potenze nucleari mostrano nel disfarsene dimostra come esse continuino ad essere percepite come necessarie alla sicurezza nazionale. Il valore di queste armi non è tanto militare quanto piuttosto politico e simbolico e andrebbe ricollegato alla Guerra Fredda. La teoria vuole che in quegli anni sia stato il timore di una reciproca distruzione totale ad agire da deterrente per dare vita ad una vera e propria Guerra Calda. Ovviamente la teoria regge solamente se si chiude un occhio sulle innumerevoli guerre per procura. Il potere delle armi nucleari non sta nel loro uso, ma nella loro minaccia intrinseca. La strategia della deterrenza consiste nel manipolare il calcolo del costo-beneficio di un avversario. Così, l’esistenza di queste armi risiede nell’esistenza di un nemico esterno da dissuadere dall’attacco.

In questo contesto, l’atteggiamento della piccola Corea del Nord è molto più razionale di quel che sembrerebbe dal racconto dei media. Innanzitutto, seguendo l’argomentazione di James Goldgeier e Michael McPaul, la Corea del Nord è periferica rispetto al cuore del sistema internazionale. Gli Stati che costituiscono il centro del sistema sono tra loro integrati a livello economico, politico e securitario. Al contrario, questo Paese non ha a disposizione alleati su cui fare affidamento ed è più vulnerabile alle minacce contro la propria sicurezza nazionale. La deterrenza nucleare rappresenta una sorta di assicurazione contro Nazioni nemiche molto più forti. Ci sono poi motivazioni legate alla politica interna ed estera: l’arma nucleare può fungere da uno strumento di legittimazione interna e di influenza internazionale. Per esempio, nel 2005 la Corea del Nord aveva accettato di abbandonare lo sviluppo del suo programma nucleare in cambio dell’assistenza di Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone e Corea del Sud in campo energetico ed economico. Infine, la potenza nucleare ha anche un significato fortemente simbolico di potere, grandezza e modernità.

Invece è molto più interessante tenere sotto controllo l’atteggiamento americano. Le misure adottate in sede ONU con la Risoluzione 2371 e quelle unilaterali che hanno rafforzato le sanzioni del Nord e faranno pagare a caro prezzo le azioni coreane, lanciando anche un forte segnale ad altri Stati che volessero infrangere il regime di non proliferazione. Tuttavia, è chiaro che queste misure non creino un clima favorevole per aprire negoziazioni di denuclearizzazione. Nei circoli americani l’attenzione si è spostata dalla denuclearizzazione al limitare le capacità di ricatto nordcoreane.

Paradossalmente le tensioni con la Corea del Nord, che dovrebbero rappresentare un pretesto per rinnovare e rinforzare gli obiettivi del regime di non proliferazione, grazie all’allarmismo generato (per quanto giustificato) andranno a legittimare l’esistenza stessa di queste armi.

E allora una domanda mi viene spontanea: a chi conviene questa situazione?

 

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Da sinistra verso destra: Donald J. Trump (1946) e Kim Jong-un (1984)

 


 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda. Studentessa di Studi internazionali presso l'Università degli Studi di Trento, è un'irrimediabile ottimista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente. Risiede attualmente a Londra.

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