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La questione femminile in Turchia, tra realtà e stereotipi

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Istanbul – Turchia

La facilità con cui riusciamo a spostarci nel 2015 è sorprendente. La mattina sei in una delle città più belle d’ItaliaTorino. Passeggiando, osservi che in ogni edicola troneggia la gigantografia di un seno nudo. Ma continui a camminare, incurante, verso il taxi che ti porterà in aeroporto. Atterri a Istanbul, Turchia. Una Nazione giovane, Repubblica solo dal 1923, il cui fondatore ha voluto abolire qualsiasi legame con l’Impero Ottomano, incluse le tradizioni islamiche. Un Paese di contraddizioni e cambiamenti continui, in bilico tra secolarismo e religione. Un Paese in cui difficilmente capiterà di vedere la fotografia di un seno nudo per strada. Un Paese che, per quanto possa sembrare strano, condivide tanto con l’Italia, dalla storia alla cultura. Dalle luci alle ombre.

Spesso i media di tutto il mondo riportano le condizioni difficili delle donne turche, dipingendole come sottomesse da uomini prepotenti e, ancora di più, da una religione che non le lascia respirare, soffocandole e costringendole al velo. Un dato salta agli occhi: nel 2012 in Turchia sono state uccise ben 155 donne. Cifre agghiaccianti, soprattutto se le si paragona a quelle del Bel Paese: 157.

Allora perché, secondo l’opinione comune, la Turchia non è un Paese per donne? La tendenza è diventata misurare il Paese in termini di occidentalizzazione, come se questa potesse essere considerata qualità, colpa o merito. Affrontare la questione femminile solo in termini religiosi, specialmente in Turchia, può essere molto riduttivo. Soprattutto ad Istanbul, Ankara, Izmir e nelle zone occidentali del Paese, non può non colpire la rilevante presenza femminile in tutti gli ambiti lavorativi; la percentuale di donne in posizioni decisionali – o comunque considerate di rilievo – è addirittura più alta rispetto a quella italiana. Proprio in Turchia sono nate importanti organizzazioni femminili e femministe, e sin dalla rivoluzione di Mustafa Kemal Atatürk, il ruolo della donna è sempre stato argomento di discussione, confronto e approfondimento.

Le discussioni sulla parità di genere in Turchia sono strettamente connesse con il concetto di shari’a (la legge islamica). Questa era, infatti, il cuore della legge familiare ottomana: riguardava il matrimonio, il divorzio e l’eredità. Secondo la shari’a il matrimonio era un contratto, il cui contenuto era lasciato alle due parti. Il marito era generalmente incaricato di provvedere una casa per la famiglia e tutte le responsabilità economiche erano affidate a lui. La donna doveva, invece, obbedire al volere dell’uomo. Secondo il Corano (libro sacro su cui si basa la shari’a), l’uomo può avere fino a quattro mogli, trattandole tutte allo stesso modo. Il passaggio che si occupa di questo argomento è però controverso: alcuni teologi, infatti, sostengono che trattare quattro donne allo stesso modo sia impossibile, e che quindi il Corano implicitamente vieti di averne; altri, basandosi sul contesto del passaggio, sostengono che la poligamia veniva concessa solo in modo che ci si potesse prendere cura delle vedove e degli orfani in tempo di guerra. La shari’a permetteva anche il divorzio, nonostante per l’uomo fosse molto più semplice ottenerlo: bastava ripetere per tre volte la formula “Io divorzio”, mentre la donna avrebbe dovuto chiedere il permesso al marito e, nel caso in cui questo rifiutasse, andare alla corte e chiedere a un giudice di farlo. Le regole sul divorzio, tuttavia, differivano a seconda delle diverse scuole legali islamiche. Le relazioni familiari in Turchia erano governate dalla legge islamica fino alla codifica di una legislazione familiare, promulgata durante il 1917, che dava il diritto a una moglie alla separazione nel caso in cui il marito fosse poligamo.

Gender-hands-1260x840Nel 1930 le donne Turche già votavano, mentre in Francia era ancora in vigore il codice napoleonico, che prevedeva l’obbedienza delle donne sposate al marito. Istanbul è stata il fronte dell’avanguardia della rivoluzione femminile: nel 1929, il 75% delle bambine tra i sette e gli undici anni frequentavano la scuola elementare, la stessa percentuale dei maschi. Questa grande apertura mentale e queste opportunità non riuscirono, ovviamente, ad estendersi subito all’intera realtà nazionale, rimasero sulla carta o comunque privilegio di certi ambienti, ma non va sottovalutato il valore storico, sociale e culturale di questo dato: di fronte a un’Europa dove ancora le donne, in molti Paesi, non votano e dove la tutela dei loro diritti era ancora un lontano obiettivo, in Turchia già nel 1926 il nuovo codice di diritto civile concedeva alle donne pari diritti, abolendo la poligamia e prevedendo l’opportunità del divorzio su richiesta delle donne stesse, concedendo loro uguali diritti anche nelle successioni ereditarie.

Ma come si è evoluta questa situazione? Le donne Turche hanno abbastanza diritti? Non esistendo alcun motivo di carattere religioso o etico che impedisca il controllo delle nascite, è favorita la contraccezione. Il 58% di coloro che fanno regolare uso di contraccettivi, inoltre, si rivolge alle strutture pubbliche (ospedali statali o centri di salute) dove i contraccettivi sono gratuiti. Non si può fare a meno di pensare che, invece, noi italiane li paghiamo a prezzo pieno e l’assistenza pubblica non ci garantisce gratuitamente alcun metodo contraccettivo, anzi la nostra religione fino a qualche anno fa ne ha scoraggiato l’uso.

Anche l’aborto, in Italia ancora oggi oggetto di dibattiti, è sempre stato accettato senza alcun problema in Turchia: dal 1983 la legislazione turca garantisce l’assistenza gratuita all’interruzione di gravidanza, ma anche prima di questa data non è mai stato un problema ottenerla; questa legge è ben lontana da quella che in Italia stiamo cercando di difendere dagli attacchi degli antiabortisti.

L’aborto in Turchia venne proibito alla fine dell’Impero Ottomano, quando il codice di diritto penale venne rielaborato seguendo quello italiano. In questo modo, più che mettere in discussione il significato dell’aborto, si cercava di realizzare una Turchia più vicina possibile ai Paesi occidentali, anche se non si può escludere che questa politica fosse stata attuata per favorire lo sviluppo demografico della nazione, poiché la popolazione era stata decimata dalle guerre. Dal 1965, una coppia o una donna non sposata possono rivolgersi a strutture private o pubbliche (a differenza dell’Italia, dove le interruzioni di gravidanza possono avvenire solo in strutture pubbliche) e ricevere l’assistenza necessaria: non esistono il giudizio morale o l’obiezione di coscienza.

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Simbolo dell’AKP (“Adalet ve Kalkınma Partisi”, trad: “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo”)

Ovviamente, non è tutto oro quel che luccica: in alcune parti del Paese, specialmente nei piccoli villaggi in Anatolia e nel Centro-Est, si avverte la presenza di una cultura maschilista dominante e di un’ideologia patriarcale. Questa stessa idea ha introdotto il concetto dell’onore familiare, che può essere messo a repentaglio dalla sessualità femminile non controllata. Non esiste alcuna regola scritta, ma è un codice secondo cui, in modo più o meno violento, si limita la libertà di una donna tramite il controllo esercitato dalla famiglia. Il primo spauracchio è la maldicenza, il giudizio della comunità (fitne, in turco). Ciò però non significa che le figlie femmine siano considerate una disgrazia, come invece purtroppo accade in altre parti del mondo. Inoltre il ruolo dell’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, trad: Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, al Governo dal 2002), da una parte ha comportato negli ultimi anni un ritorno alla tradizione, dando voce e rappresentando coloro che si riconoscono nei valori dell’Islam e, dall’altra, ha controbilanciato questa tendenza con un’apertura verso cambiamenti radicali, voluti in primis dalle forti organizzazioni femminili, ma anche sollecitati dall’Unione Europea. A metà degli Anni Novanta, il Refah Partisi (trad: Partito del Benessere, che precedeva l’AKP) ha sviluppato al suo interno una presenza femminile molto attiva e l’attuale Presidente Recep Tayyip Erdoğan sottolineò soddisfatto che il suo partito era quello con maggior presenza femminile. Attualmente gli sforzi del Governo sono rivolti a promuovere una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica con una maggiore presenza nella vita politica.

I problemi legati alla condizione delle donne in Turchia sono sempre intesi, in Occidente e dall’opinione pubblica, come il risultato di una situazione di poca libertà e autodeterminazione derivanti dall’Islam, partendo dal presupposto che questa religione significhi automaticamente oppressione femminile. Mentre bevo un çay (il the turco) a Taksim, il cuore pulsante di Istanbul, vedo donne che vestono come le più spudorate italiane; donne che alle cinque del mattino ascolteranno il canto del muezzin (il richiamo alla preghiera) mentre fumano una sigaretta, fuori da uno dei tanti locali chiassosi del centro.

E mi viene da riflettere: siamo sicure, noi occidentali, di godere di più diritti delle donne Turche? Siamo sicure di non confondere la libertà con l’ostentazione? In un mondo di make up, magrezza a tutti i costi, chirurgia plastica e bisogno di compiacere gli uomini, forse anche noi donne occidentali portiamo un invisibile velo, che ci ha portate a non scandalizzarci più di fronte a un seno nudo.

È questa la parità di genere?

 

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About Ilaria Porru

REDATTRICE | Classe 1993, sarda. È laureata in Lingue e Comunicazioni presso l'Università degli Studi di Cagliari. Viaggiatrice per natura, durante il suo corso di studi ha incontrato la Turchia, Paese che le ruba il cuore e da cui non riesce più a separarsi. Vive attualmente ad Istanbul.

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