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La più cara Compagna

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Pathos, Recenti

di Martin Ferjani

Se esiste una cosa che ci rende tutti uguali, nessuno escluso, non solo in termini di esseri umani ma in termini di esseri viventi, questa è sicuramente la morte. Essa è il più grande mistero della storia, la cosa più temuta di sempre, ma al tempo stesso, la più grande ispirazione della storia dell’umanità.

L’uomo infatti non si sarebbe né evoluto, né avrebbe pensato che ce ne sarebbe stato bisogno, senza la morte. Ogni minimo progresso scientifico, culturale e sociale è stato da sempre legato a essa. In fondo nessuno avrebbe mai pensato che sarebbe stato evolversi senza la morte, no? Pensateci bene, a cosa sarebbe servito creare qualcosa in grado di “aiutarci a vivere meglio” se tanto la nostra vita sarebbe stata eterna? A cosa sarebbe servito creare istituzioni, leggi, regole ( tutte cose nate per limitare la libertà del singolo affinché egli possa vivere insieme agli altri) se non fosse esistito il tristo mietitore al cui cospetto siamo tutti uguali. Persino le religioni non esisterebbero, dopotutto sono nate tutte dalla paura intrinseca della morte. Se i primi uomini dotati di pensiero razionale iniziarono ad adorare i fenomeni atmosferici, fu solo per la paura che provocavano. “Il fuoco brucia, il fuoco uccide, lo venero affinché non mi uccida, è più forte di me, lo prego così posso avere qualche speranza di rimanere in vita”.  Questo pensavano i nostri avi, i primi uomini.

Successivamente i nostri antenati cominciarono a venerare altro, man mano che il loro ingegno si acuiva, fino ad arrivare alle religioni odierne. Anch’esse legate dalla paura della morte. Il comportarsi bene in questa vita per essere premiati nell’altra vita, vivere secondo i principi divini per poter entrare nei Campi Elisi, nel Valhalla, nel Paradiso (gli si può cambiare nome, ma in fin dei conti sono la stessa cosa) e vivere in modo giusto per poter sperare di reincarnarsi in un bell’animale. Tutte le religioni in fin dei conti anelano alla vita, quasi nessuna accetta la morte come la fine di tutto, e ciò perché tutte le persone vogliono altro, vogliono poter continuare ciò che non sono riusciti a fare in vita, vogliono sperare che tutto il male sia solo temporaneo, che tutto esista solo per un fine superiore, e ciò perché è proprio dell’essere vivente temere la morte così tanto da quasi non accettarla.

La morte è la compagna di viaggio di ogni animale, uomo incluso, la cui caratteristica principale che gli permette di distinguersi dagli altri animali è l’intelletto, anch’esso legato alla figura del tristo mietitore. Fateci caso, l’intelletto degli animali viene suddiviso in base all’abilità di ciascun essere di limitare le morti della propria razza, sia per cause interne che per cause esterne. E’ così che si hanno i leoni che vanno a caccia delle gazzelle solo per cibarsi e sopravvivere, così si hanno le complesse strutture monarchiche delle api e delle formiche ed è così che si ha l’essere umano che con le sue leggi limita il numero di decessi per cause interne e con le sue ricerche e scoperte limita i decessi per cause esterne, il tutto è subordinato all’istinto di sopravvivenza di ogni specie, causato dalla loro più grande paura.

E’ dunque innegabile notare che la morte sia la causa principale di ogni minima azione di ogni essere vivente, tutti dobbiamo conoscerla prima o poi, tutti ne siamo impauriti, tutti vorremmo evitarla, tutti siamo uguali al suo cospetto. Scelgo di concludere questo scritto con un pensiero filosofico esteta del quale sono venuto recentemente a conoscenza,che vede in contrasto a molti pensieri comuni, l’accettazione della morte non come viene di solito vista ( o come la fine di tutto o come l’inizio di qualcos’altro) ma come la massima espressione della vita. Si vede infatti la morte, le paure e le speranze da lei causate, come nient’altro che espressione della gioia della vita!

In poche parole: <<la vita mi piace così tanto che non voglio lasciarla, mi piace così tanto che voglio continuarla>>. Secondo questo pensiero persino il suicidio viene visto come qualcosa di non condannabile, ma anzi come qualcosa di ammirevole (amo così tanto la vita da non volerla continuare con tutta questa tristezza, la amo così tanto che accetto la morte al suo posto). Ripetendo, infine, la morte come massima espressione della vita.

Voi cosa ne pensate? Siete d’accordo o no? Spero che abbiate provato diletto a leggere questo pensiero, auspicandomi d’esser riuscito ad aver causato qualche riflessione in voi.

Se così non fosse stato o qualcuno si sia sentito in qualche modo offeso, vi chiedo perdono.

 

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About Martin Ferjani

COLLABORATORE | Classe 1992, siciliano. Studente di Lingue e Culture Europee, Euroamericane ed Orientali presso l’Università degli Studi di Catania. Le sue passioni sono la musica, il disegno e le belle storie.

2 pensieri su “La più cara Compagna

  1. Bello! E poi mi ricorda l’ultima frase del film “Storia di una ladra di libri”, tratto dall’omonimo libro: “La verità è che sono affascinata dagli esseri umani”, dice la Morte, la voce narrante.
    Che dire…siamo sempre accompagnati da Lei e non ce ne vogliamo accorgere…forse è meglio così.

    Ti consiglio di leggerlo!
    Continua così 😀

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