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La Mafia negli occhi di una bambina

Pubblicato il Pubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti

di Chiara Grasso

Ho la fortuna di essere nata in Sicilia, per l’esattezza a Catania. Mi ritengo doppiamente fortunata perché a tutt’oggi ancora ci vivo. La mia terra è una terra meravigliosa, incantata e tutti i personaggi illustri che l’hanno visitata non hanno fatto altro che lasciare stupende riflessioni ed opinioni su di essa. Ricordo che da bambina osservavo con grande curiosità l’infinito del suo mare blu, ammiravo con grande stupore le eruzioni dell’Etna e le mie passeggiate estive erano allietate dal profumo della zagara. Si sa, gli occhi dei bambini riescono a cogliere il bello ovunque. Ma si cresce. Si viene a contatto sempre più con la tua cultura, con la tua storia e con tutto ciò che ti circonda; ed il passare degli anni ti avvicina alla realtà.

Forse a cinque anni, se qualcuno mi avesse detto che in Sicilia, oltre alla bellissima Taormina ( che io adoravo tanto), esisteva un’organizzazione criminale conosciuta ai più come Cosa Nostra li avrei guardati con una espressione attonita e non ci avrei creduto. Se avessero continuato spiegandomi che il pizzo non era solo la stoffa degli abiti delle spose o ancora se mi avessero detto che nello stesso periodo in cui io giocavo spensierata per il mio quartiere, un bambino come me veniva sciolto nell’acido da dei mafiosi perché il padre aveva deciso di collaborare con la giustizia, mi sarei infastidita e avrei dato del bugiardo al mio fastidioso interlocutore. Ma in questa terra arriva per tutti il giorno in cui vieni a conoscenza della mafia. Per la generazione più grande di me quel momento arrivò nel 1992 ( per quelli ancora più grandi ci furono molti di quei momenti terribili per venirne a conoscenza). Io, il 23 Maggio 1992, probabilmente muovevo i primi passi; il 19 Luglio dello stesso anno, mia madre ricorda che era domenica, che nell’aria si sentiva la classica afa dei pomeriggi siculi, e che mi portarono a giocare con secchiello e paletta nel nostro piccolo terreno alle pendici dell’Etna.

Avevo un anno, anche se avessi voluto non avrei certamente potuto. Ma ricordo benissimo la prima volta in cui feci entrare volontariamente la parola mafia nella mia vita. Ero a casa di mia nonna, avevo meno di dieci anni, ed ero terribilmente curiosa. Allora nella sua libreria trovai un libro che si chiamava Cose di Cosa Nostra. Il gioco di parole stimolò la mia curiosità. Lo aprii, lo iniziai a sfogliare e vidi che questo libro era stato scritto da un certo Giovanni Falcone, ed il nome non mi era nuovo. Noi siciliani della nuova generazione abbiamo la fortuna di conoscere automaticamente e spontaneamente nomi come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino impastato, Boris Giuliano ed avere fatica a dare un volto a nomi come Luciano Liggio e Tano Badalamenti. Mi piace annuire a ciò che disse un anno fa Rita Borsellino in visita in una scuola della mia città. Proprio lei, la sorella del Giudice Borsellino, ed in prima linea-nelle istituzioni europee- nella lotta alla mafia, disse che noi siamo figli delle stragi del ’92; che, nonostante non avessimo vissuto quegli attimi, o non potendoli ricordare, in noi si fosse instaurato il gene del rifiuto alla mafia. Aggiunse che siamo la prima generazione in cui anche le Istituzioni ed in primo ordine lo Stato, ammettono l’esistenza della mafia. Al contrario, quando Paolo Borsellino giocava per le strade della sua Palermo, tutti dicevano che la mafia non esisteva.

Ritornando al mio approccio con Cosa Nostra, fu da quel momento che iniziai a prendere coscienza che nella mia terra esisteva una organizzazione criminale che intimidiva e minacciava i commercianti; che su di essi commetteva estorsioni e angherie. Che se qualcuno aveva il coraggio di dire no a quei soprusi, la notte stessa la saracinesca della sua attività saltava in aria. Un’organizzazione che ottiene proventi anche da droga e prostituzione. Persone che decidono sulla vita altrui; che ostacolano e violentano la giustizia, che penetrano come un male incurabile laddove lo stato lascia uno spiraglio aperto. Mi arrabbiai tremendamente soprattutto quando scoprì che la mafia era implicata negli appalti pubblici.

Vi starete domandando il perché. Ed è molto semplice. Mio padre aveva una piccolissima ditta ed io riuscì a capire che molto spesso a mio papà mancava il lavoro – e quindi a me i capricci, come la bici nuova – perché qualche mafioso aveva partecipato alla gara con la sua, e a volte, con tante altre buste truccate. Mi arrabbiavo perché riuscivo a capire che era sbagliato, che la mafia riusciva ad ottenere un qualcosa, e per l’esattezza un lavoro, che lo stato offriva potenzialmente ai suoi cittadini onesti. Il tempo passa e cresci, maturi ed arriva il momento in cui decidi da che parte stare.

Da che parte decisi di stare io, mi sembra ininfluente da sottolineare. Decisi che avrei potuto cambiare le cose; fermamente mi promisi di non abbassare mai la testa di fronte alla prepotenza; di avere il coraggio di non cedere mai di fronte ai ricatti ed alla violenza e di non arrendermi mai. Tante volte ho battuto i pugni: tutte le volte che ho visto morire lo Stato e la libertà di ogni singolo cittadino. Capii che dovevo avere sempre il coraggio di dire quello che pensavo e di credere fermamente nella giustizia. Vedete, non viene facile a tutti capirlo. Il siciliano ormai la mafia ce l’ha insita nei comportamenti e nelle gestualità. Non voglio fare razzismi o prendermene un vanto ma, tutti possiamo parlare scrivere di mafia, ma quello che riesce a coglierne il vero significato è il siciliano.

Dietro ad un nun sacciu nenti” (non so niente), esiste il velo impenetrabile dell’omertà accompagnato da gestualità che parlano sole e che solamente il siculo riesce a decifrare. Questo non significa che la mafia è un problema della Sicilia e dobbiamo occuparcene solamente noi. Non potrei mai dirlo perché oggi le mafie sono penetrate in ogni istituzione, in ogni parte dell’Italia e del mondo. Anzi, io sono una ferma sostenitrice del fatto che le mafie vanno combattute con quello che io chiamo “rifiuto aggregante”, frutto di una rivoluzione culturale che deve partire dai giovani. Ed oggi se sono qui e vi parlo della mia storia, l’ho fatto solo per farvi capire che vuoi o non vuoi “Cosa Nostra” direttamente o indirettamente, entra nella vita di ogni siciliano.

Ma i siciliani di oggi sono quelli che hanno il coraggio e la voglia di cambiare. Sono quelli che scendono in piazza per sostenere il PM Nino Di Matteo ed il pool Trattativa, sono quelli che fanno tesoro delle ultime parole del Giudice Borsellino:

<<Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo>>.

 

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About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

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