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“La Grande Bellezza” un anno dopo l’Oscar: il merito, il prestigio e il paradosso

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Roma-Grande-bellezzaTra le vicende internazionalmente rilevanti che ogni anno caratterizzano la seconda metà di Febbraio, la più suggestiva è sicuramente la Notte degli Oscar. Quest’anno è stato premiato come Miglior Film Birdman, un capolavoro che ho amato, che sento molto mio e che sono compiaciuta di aver recensito per “La Voce del Gattopardo”. Eppure, l’emozione provata due sere fa non ha eguagliato (e non avrebbe mai potuto eguagliare) quella provata l’anno precedente, per la premiazione dell’opera cinematografica in cui forse mi rivedo di più in assoluto, di quella geniale rappresentazione del nichilismo in cui sprofonda la nostra società e della tragicità con cui ci ostiniamo ad allestire quell’infinita “festa dell’insignificanza” di cui è protagonista tutta la mia generazione. Mi sto riferendo, ovviamente, a La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, capolavoro italiano premiato come Miglior Film Straniero nel 2014.

E’ un film che dipinge l’Italia come una necropoli, come un Paese che può essere valorizzato solo grazie ai tanti artisti che hanno fatto di lei un Paese speciale e di cui probabilmente nemmeno si ricorda più, perché una delle più gravi conseguenze della superficialità che caratterizza oggi i suoi cittadini è la perdita di memoria.

I presupposti, dunque, sono questi: l’Italia è alla deriva, anche e soprattutto dal punto di vista morale e culturale. Un uomo intelligente (nella fattispecie, Paolo Sorrentino) il cui livello culturale è sicuramente al di sopra della media della società in cui vive, percepisce questo annichilimento ed essendo un regista lo esprime attraverso un film. E la pellicola vince un premio importante.

La domanda che mi pongo, da un anno a questa parte, è questa: in una tale situazione, il Paese dovrebbe sentirsi orgoglioso perché a vincere un premio di rilevanza mondiale è stata un’opera di produzione italiana, o dovrebbe partire dal contenuto e dallo scopo di tale opera per riflettere sulla decadenza in cui riversa e, quindi, per vergognarsi o per iniziare a pensare ad un riscatto da tale condizione?

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Paolo Sorrentino (1970) è un regista, sceneggiatore e scrittore italiano

La mia risposta è la seconda. La risposta del popolo italiano in generale, e della politica in particolare, pare che sia la prima. Il regista mostra una situazione in cui gli artisti non hanno stimoli, perché in una società in cui la bellezza non esiste chi ne ha bisogno per produrre la propria opera d’arte è destinato a soffrire. Un contesto in cui la dissolutezza e la passione per la vita mondana finiscono per cancellare anche i pochi residui di bellezza che andavano preservati e che potevano essere forse un punto di partenza per una ripresa. E’ il contesto italiano, in cui la crisi che ci ha schiacciati e ci ha portati a toccare il fondo, prima ancora di essere una crisi economica, è una crisi di identità. L’Italia che Sorrentino ha portato sul grande schermo è, insomma, un Paese che si tiene in vita grazie al passato ma che, oltre ad essere incapace di eguagliarlo, è anche incapace di valorizzarlo. Un film di condanna alla “vuotezza”, alla superficialità che contraddistingue l’epoca in cui viviamo ed alla perdita di memoria che ne consegue, e l’altra faccia di questa condanna è invece l’esaltazione del silenzio, che è l’unico strumento che ognuno di noi, sia sul piano individuale sia su quello collettivo, ha a disposizione per rispettare il passato e per trovare in quest’ultimo la forza di andare avanti. E’ proprio in questo silenzio che Gep Gambardella, protagonista del film, alla fine trova quella bellezza che, ormai rassegnatosi, nemmeno sperava più di poter trovare.

La negazione della memoria è per Sorrentino la negazione della consequenzialità delle vicende della nostra vita e quello che inevitabilmente ne deriva è la banalizzazione della vita stessa. Perché in una vita in cui non c’è passato non ci può essere nemmeno futuro. Una vita in cui non c’è capacità di costruire guardando avanti, di vivere dandosi delle prospettive (in cui si dà rilievo solo a ciò che si può avere subito e in cui non si è più abituati a pensare, a sognare, e si tende a coprire i propri pensieri con il frastuono assordante della musica ad alto volume nelle feste mondane di città), è una vita che sostanzialmente non è poi così degna di essere vissuta. Basti pensare alla scena in cui Gep si trova di fronte ai suoi amici che ballano senza comprendere ciò che stanno facendo e pronuncia la famosa frase: <<So’ belli i trenini che facciamo alle nostre feste. So’ belli. So’ belli perché non vanno da nessuna parte>>.

La Grande Bellezza, quindi, è un film in cui il nichilismo mostrato non si può non collegare alla visione pessimista che il regista ha del mondo in cui vive e in particolare dell’Italia, un Paese con un passato che gli altri ci invidiano, ma che noi non siamo capaci di apprezzare e che, ancor peggio, abbiamo smesso di ricordare.

Ed è qui che sorge il paradosso: basti pensare ai nostri politici che hanno guardato alla vittoria di questo film nel modo più superficiale possibile, fermandosi all’esaltazione dell’arte romana e della cultura classica presente nel film, senza andare oltre, senza concentrarsi sul messaggio di fondo. Senza rendersi conto che il successo internazionale di quel capolavoro, se per il nostro Paese è stato da una parte motivo di orgoglio per lo splendore dei luoghi in cui le scene sono state girate e per la nazionalità del regista, dall’altra è stato sicuramente motivo di vergogna per il contenuto, per il messaggio che viene fatto passare e per la visione negativa che lo stesso regista ha dimostrato di avere nei confronti della nostra e della sua società e sicuramente anche di loro, dei politici. Gli stessi politici che si dimostrano incapaci di gestire la cosa pubblica, a cui il cinismo impedisce di valorizzare il nostro patrimonio culturale e di dare delle prospettive di speranza ad un popolo che ne avrebbe tanto bisogno e che non conosce il sentimento della speranza ormai da troppo tempo.

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Dario Franceschini (1958) è un politico, avvocato e scrittore italiano. Dal 22 Febbraio 2014 è Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo nel Governo Renzi

Un anno fa, Matteo Renzi, nominato Presidente del Consiglio proprio pochissimi giorni prima della cerimonia degli Oscar, scriveva a Sorrentino una lettera in cui si complimentava con lui per aver messo in evidenza il bello dell’Italia (eh?). Altra lettera alquanto scandalosa fu quella del Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, il quale ringraziava il regista ed approfittava dell’occasione per farsi pubblicità promettendo pubblicamente che avrebbe valorizzare i beni archeologici di Roma presenti nel film e che, a distanza di un anno, tutto ciò che ha realizzato è stato solo (e dico solo) l’apertura di un portale sul web dal nome #verybello. Questi fatti, apparentemente estranei alla questione, sono proprio la dimostrazione che del film non hanno colto il messaggio di fondo e la critica implicita di Sorrentino anche alla politica: forse perché lo hanno guardato con superficialità, con quella superficialità tipica dell’italiano medio di oggi che poi è proprio la principale piaga sociale che Sorrentino attraverso la sua opera intendeva criticare.

Perciò, la vittoria del regista partenopeo e gli apprezzamenti ricevuti da parte di tutti, e in particolare della classe dirigente (la quale è probabilmente la principale responsabile della deriva in cui sprofondiamo, portata all’esasperazione nel film), è in qualche modo una sconfitta: la sconfitta di un Paese che oltre ad essere incapace di ricordare le proprie origini, di darsi delle prospettive, di porsi degli obiettivi e di rendere omaggio agli artisti e alle personalità che in passato ci hanno dato motivi per sentirci onorati e orgogliosi, si è dimostrato anche incapace di cogliere il messaggio che attraverso un’opera si vuole far passare e inabile nel comprendere l’intenzione del regista, che era quella di criticare la decadenza e i circoli viziosi in cui, giorno dopo giorno, ci addentriamo senza nemmeno accorgercene.

Ogni volta che rivedo questo film e ogni volta che mi capita di pensarci, come è successo oggi a distanza di un anno da quella premiazione/incomprensione, ho l’amaro in bocca, non riesco a non incupirmi ed a non concludere che le conseguenze che ne sono derivate sono la dimostrazione che Sorrentino aveva ragione. Che la superficialità con cui gran parte del nostro Paese si è approcciata a quel film è la stessa con cui si approccia anche alla cultura classica, alla storia, alla vita stessa.

Ed è per questo che ritengo una vittoria cinematografica, per il regista e per noi tutti, una terribile sconfitta personale e sociale.

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

2 pensieri su ““La Grande Bellezza” un anno dopo l’Oscar: il merito, il prestigio e il paradosso

  1. C’è un ulteriore lato deprimente della faccenda, mi permetto: tu stai ricordando un bel film (non eccezionale ma comunque utile ad una causa di “sensibilizzazione”) che ha spaccato il paese sul gradimento, e che ha tenuto banco per mesi.Tu stai ricordando un film di cui ormai quasi nessuno ha più memoria. E’ la voracità con cui tutto viene sommerso da sempre nuovi argomenti, sempre nuovissimi scandali e magnificenze! E’ un fiume terrificante. Non trovi? Bell’articolo. Grazie per la “citazione”. Sono la fonte n1 😉

    1. Ciao Giovanni, innanzitutto grazie per aver apprezzato l’articolo.L’aspetto che, attraverso il tuo commento, hai portato alla luce è tragicamente vero e credo sia assimilabile, anch’esso, alla superficialità (nonchè alla perdita di memoria che da essa consegue) a cui faccio riferimento nell’articolo, ahinoi!

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