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La formula “True Detective”

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Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono i protagonisti della prima stagione di True Detective
Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono i protagonisti della prima stagione di “True Detective”

C’è un momento in cui qualcosa nella testa dello spettatore fa click. E’ la sensazione che il Notevole sta arrivando, quella coscienza di stare per assistere a uno show di una certa importanza. Ecco, con True Detective quel click scatta a pochi secondi dall’inizio dei titoli di testa.

Le immagini della Louisiana si giustappongono ai volti dei protagonisti, in uno strano effetto ottico di distorsione. Gli Handsome Family cantano Far From Any Road in sottofondo, e tu sei già dentro la rete. In trappola, catturato da suoni e forme. Così è cominciato il miracolo targato HBO, nel 2014. Un miracolo che ha un nome e un cognome ben precisi: Nic Pizzolatto. Professore di letteratura all’Università di Chicago, scrittore a tempo perso, grande appassionato di fiction. Una crescente ispirazione coltivata da programmi televisivi quali I Soprano, The Wire, Deadwood. Nel 2011 lavora come sceneggiatore per la versione americana di The Killing, almeno durante la prima stagione. Poi si stanca del proprio ruolo da gregario.

Bel caratterino, Nic Pizzolatto. Ha migliaia di idee nella testa, ed è al contempo cosciente del fatto che siano buonissime. True Detective nasce inizialmente come sequel di un romanzo chiamato Galveston. In potenza, è già tutto ciò che diventerà in seguito. Per renderlo un successo ci vuole il denaro, i mezzi tecnici. Quelli li fornisce la cara vecchia HBO, la stessa casa produttrice delle serie tv che Nick tanto amava. Poi arriva il regista, Cary Joji Fukunaga, che supera persino la concorrenza di Alejandro González Iñárritu. Poi arrivano gli attori, Matthew McConaughey e Woody Harrelson. E’ un calderone ad alto budget, un progetto nato per essere rilevante per forza. Una serie antologica, che possa mutare ogni anno come la pelle del serpente. La prima stagione trionfa ai TCA Awards, ai Primetime Creative Arts Emmy Awards, ai Writers Guild of America. E’ la storia dei detective Rustin Cohle e Martin Hart, coinvolti in un’indagine lunga ben 17 anni. C’è il delitto, c’è il rapporto turbolento fra i due, c’è il mistero. Dove sta la novità? Da nessuna parte, se ci soffermiamo sulla fredda trama. Niente che decenni di genere poliziesco non abbiano passato in rassegna più e più volte. Ma stiamo dimenticando un fattore: noi guardiamo attraverso un piccolo schermo, seduti comodamente nel nostro salotto. Non è un film, anche se potremmo essere tentati dal chiamarlo così. Un grosso lungometraggio di quasi 8 ore.

Questa è la formula: creare qualcosa di tecnicamente ed esteticamente impeccabile per la televisione. Dalla regia, alla fotografia, alla recitazione, alle musiche. Piacere cinematografico, per gli occhi e per il cuore.

Vince Vaughn interpreta Frank Semyon nella seconda stagione di True Detective
Vince Vaughn interpreta “Frank Semyon” nella seconda stagione di “True Detective”

Le lande desolate del Sud non fungono semplicemente da cornice del racconto. L’ambiente si fa vero e proprio contenuto, mescolandosi con i personaggi. Proprio come nei titoli di testa, la macchina da presa si diverte in un movimento continuo di apertura-chiusura. E’ una molla che passa dal paesaggio ai protagonisti e viceversa, un perpetuo dialogo tra vicino e lontano, tra interno ed esterno. Il giallo sul colpevole resta dietro le quinte alla pari del colpevole stesso. L’impatto formale riesce quasi a cancellare l’intreccio, che se ridotto all’osso risulterebbe piuttosto banale. Eppure non si ha mai la percezione che la storia sia di poco conto, affogata com’è in ragionamenti filosofici sul Bene e sul Male: un misticismo permeante che contribuisce ad irrobustire la struttura di fondo.

Gli attori sono splendidi nel rendere credibile l’insieme. Le sequenze di dialogo (o meglio, di monologo) sono molte, diverse le occasioni in cui la narrazione si interrompe, prendendosi tutto il tempo del mondo per concentrarsi anche solo su un’espressione. Uno sguardo corrucciato, i demoni di un passato che si affacciano in un paio di occhi. Troppo facile parlare di McConaughey: la sua caratterizzazione di Rust è semplicemente mostruosa. Persino in un finale talmente empatico, che arriva ad un soffio dall’abbattere tutta la costruzione del personaggio. Ma anche Harrelson dà vita ad un Marty convincente, ambiguo e falsamente rassicurante. Con otto episodi quasi perfetti, l’annuncio di un’imminente seconda stagione non tarda ad arrivare. Tre giorni fa negli Stati Uniti è andata in onda una delle premiere più attese degli ultimi anni. Prime impressioni?

The Western Book Of The Dead (titolo illuminante) vince in partenza evitando l’errore più semplice che potesse compiersi: la ripetizione. Non c’è alcun dubbio che la mente dietro a questa nuova storia sia la stessa. C’è ancora il delitto, ancora i detective (e ci mancherebbe altro), ancora rapporti turbolenti tra antieroi. Titoli di testa meravigliosi e grandi attori. Regia sicura (non più Fukunaga, sostituito da Justin Lin per i primi due episodi) e atmosfera nerissima. Quest’ultima, se possibile, riesce ad essere ancora più acida, più sporca e malsana: non siamo più in Louisiana, ma nella polverosa California. Pizzolatto si conferma nuovamente maestro nel definire personaggi negativi su ogni fronte. Non c’è dubbio che il Ray Velcoro di Colin Farrell sia un pessimo padre e al tempo stesso un poliziotto poco raccomandabile. Così come Frank Semyon, criminale interpretato da Vince Vaughn, che con soli due sguardi riesce a lasciarsi alle spalle un passato di commedie semplici semplici. Bravissima anche Rachel McAdams, agente con il vizio per il gioco e un matrimonio fallito alle spalle. E’ invece poco sfruttato per ora il personaggio di Taylor Kitsch, se tralasciamo il suo ruolo di propulsore dell’intera vicenda.

Ma torniamo alla ripetizione. Nonostante gli elementi comuni, il senso di già visto è sventato grazie ad una progressione inversa rispetto alla stagione precedente. Se l’indagine di Rust e Marty verso l’abisso di Carcosa viveva di un continuo parallelo tra passato e presente, grazie ad un sapiente utilizzo del flashback, questa nuova vicenda di omicidi predilige lo scorrimento orizzontale. Sono quattro strade distinte che, partendo da punti opposti, finiscono per trovarsi in un comune centro di gravità. Strade, oppure autostrade? La sequenza di una corsa folle in moto, al buio lungo la highway, conferma ciò che di buono si era detto su True Detective.

Evitate paragoni: la formula funziona ancora. Eccome se funziona.

 

Una sequenza della seconda stagione di True Detective, con Rachel McAdams e Colin Farrell
Una sequenza della seconda stagione di “True Detective”, con Rachel McAdams e Colin Farrell

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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