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La crisi degli Accordi di Schengen e la lezione di tolleranza della Shoah

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Oggi ricade il 71° Anniversario della Shoah. La Giornata della Memoria, la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, la commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Il bilancio totale (approssimativo) al termine del Secondo Conflitto Mondiale è inquietante: settanta-ottantacinque milioni i caduti stimati, tra militari e civili. In particolar modo ebrei, rom, vari gruppi religiosi, omosessuali, malati di mente, portatori di handicap, oppositori politici e prigionieri di guerra rappresentarono le categorie ritenute indesiderabili dalla dottrina della Germania Nazista e i suoi Alleati. Il genocidio più feroce verificatosi nella storia dell’umanità. Un’ecatombe che ha cosparso il mondo intero di atroci sofferenze, un processo di involuzione che ha quasi dissolto l’Europa, polverizzandone le mura e le coscienze.

 

 

Rivolgendo lo sguardo a questi settantun anni, i progressi sul piano economico e diplomatico appaiano evidenti: un lungo periodo di pace, la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU, 24 Ottobre 1945), l’attuazione dell’European Recovery Program (Piano Marshall, 5 Giugno 1947), la Dichiarazione universale dei diritti umani (10 Dicembre 1948), la composizione del North Atlantic Treaty Organization (NATO, 4 Aprile 1949), la firma della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU, 4 Novembre 1950), la caduta del Muro di Berlino (9 Novembre 1989), il disgregamento dell’Unione Sovietica (URSS, 26 Dicembre 1991) e la fine della Guerra Fredda, l’istituzione – in più tappe – dell’Unione Europea (Trattato di Maastricht, 7 Febbraio 1992). I conflitti – indubbiamente – non sono terminati, ma nessuno di questi è lontanamente paragonabile a quel che accadde tra il 1914-1918 e il 1939-1945. La qualità della vita è considerevolmente migliorata, viviamo più a lungo e benché il Novecento si confermi come il secolo più sanguinolento, ha goduto di un incremento – così incalzante da apparire quasi inattendibile – della popolazione mondiale (un miliardo nel 1900; sette miliardi nel 2011).

Ciononostante, il moltiplicarsi delle crisi e delle problematiche su più fronti sembrerebbe rettificare la nostra visione di civiltà progredita, di globalizzazione: il mondo ha realmente appreso qualcosa dai suoi errori, o ha preferito adagiarsi ad una visione iper-capitalistica che mirava esclusivamente all’accrescimento finanziario più cieco e perverso? Gli Organi sovranazionali – e i loro trattati – contribuiscono in toto al raggiungimento di una tanto sospirata evoluzione culturale, politica e sociale? Quanto è importante, oggigiorno, il valore della memoria e quanto quest’ultima riesce ancora ad influenzare le nostre scelte? Ma soprattutto quanto siamo disposti, noi, ad accettare la dissoluzione dei diritti ottenuti così faticosamente nel tempo? Li difenderemo o preferiremo, piuttosto, rinunziarvi?

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“Area/Zona Schengen” – anno 2015

Quesiti che convergono esattamente nel panorama internazionale e nelle volontà decisionali di questi ultimi mesi, ove ciascun Paese si ritrova sul piede di guerra e in particolar modo sui temi del terrorismo, dell’immigrazione, degli alterchi tra cooperazione ed interessi unilaterali. E sono proprio gli Accordi di Schengen – che rischiano di saltare da un momento all’altro – a destare maggiori preoccupazioni. Dalla cittadina lussemburghese di Schengen, infatti, nel corso dei decenni ventisei Nazioni (più il Principato di Monaco, San Marino e Città del Vaticano) hanno stabilito la libera circolazione dei cittadini tra gli Stati firmatari, eliminando progressivamente i controlli alle frontiere ed incrementando le collaborazioni per contrastare la criminalità organizzata di rilevanza internazionale. Un trattato poi inglobato dall’UE, divenendone uno dei suoi principi cardini. Ma le condizioni precarie in cui vertono l’Africa ed il Medio Orientein primis, la guerra civile in Siria – pesano come macigni sulle spalle di un Vecchio Continente disgiunto ed impaurito. Il timore di un’ondata incontrollata di profughi e di rifugiati politici sta indebolendo la trattativa sullo smistamento dei migranti, con quote automatiche ed obbligatorie tra Stati membri: se Alexis Tsipras non risolverà – entro tre mesi – le mancate registrazioni dei richiedenti asilo che salpano dalle coste turche, la Grecia rischia la chiusura delle proprie frontiere per due anni. Germania, Paesi Bassi, Francia, Lussemburgo, Austria, Svezia, Danimarca e Croazia hanno temporaneamente sospeso il trattato, in via cautelare. L’obiettivo è modificare l’acquis di Schengen (alquanto anacronistico ed insoddisfacente) abrogando l’obbligo nei confronti dei Paesi frontiera – che per primi accolgono i migranti – di registrarli e di gestirli entro i propri confini, con la facoltà di ricollocamento in un altro Stato e secondo criteri di suddivisione comunitari. In queste ore, Amsterdam è al centro delle trattative: nel prossimo summit previsto il 18 Febbraio, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker testerà il progetto, che andrà poi presentato e valutato da Bruxelles nei mesi successivi. Il tutto, senza colpi di testa o allarmi improvvisi.

Rinchiudersi nel proprio recinto serve a ben poco: è necessaria la collaborazione di tutti gli Stati aderenti, senza egoismi e perseverando in quel motto «Unità nella diversità» che rientra di diritto nei sogni del francese Robert Schuman, ritenuto uno dei padri fondatori dell’UE. È necessario non schernire la bellezza del nostro patrimonio artistico, com’è accaduto ieri a Roma, durante la visita del Presidente iraniano Hassan Rouhani ai Musei Capitolini.

Occorre credere fino in fondo alla nostra libertà, al nostro divenire. Per non commettere più gli errori del passato, per dare un senso concreto alla memoria. Imparando, una volta per tutte, la grande lezione di tolleranza della Shoah.

 

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