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La caduta di Roma, tra problemi sociali ed economici

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Recenti, Sabbie del Tempo
  • I FLUSSI MIGRATORI. IMMIGRATI, DEPORTATI, PROFUGHI E LA CONOSCENZA DELLA “FELICITA’ ROMANA” :

Couture_Les_romains_de_la_decadence_Musee_d'OrsayIn questo ciclo di articoli, parleremo di un evento cruciale per la storia dell’uomo: la caduta dell’Impero Romano. Cercherò di sottolineare delle sfumature un po’ più nascoste, tramite i saggi di studiosi del settore e, come sempre, degli appunti universitari. Solitamente, siamo abituati a pensare alla caduta di Roma come un fatto drastico, veloce e sanguinario. Ci immaginiamo quest’orda di barbari correre, senza una meta, devastando tutto ciò che si para davanti loro e segnando così la fine del popolo romano e l’avvento del periodo più oscuro: il Medioevo. In realtà non fu proprio così, anzi quasi per nulla. Quest’immagine, offertaci dai sussidiari delle elementari, è fuorviante. In realtà l’Impero, più che cadere, si trasformò. Alcuni addirittura estremizzano l’altro piatto della bilancia, dicendo che l’Impero realmente non cadde e, se fosse caduto, ciò sarebbe successo nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. Ovviamente queste sono estremizzazioni (sorrette anch’esse da buone prove storiografiche, ma un po’ troppo presuntuose poiché escludono altrettante validissime prove). Se io ora iniziassi a dirvi che le cause che portarono alla caduta (diciamo così per comodità) sono per esempio l’immigrazione, la crisi economica, il razzismo, la tassazione, vi sentireste un po’ persi in uno scenario articolato e moderno. Queste sono solo alcune delle tante cause che, assieme ad una certa casualità di eventi, portarono al crollo del colosso occidentale dell’epoca antica.

Oggi, in questo primissimo articolo, parleremo soprattutto dell’immigrazione, toccando i vari aspetti tramite alcuni brani che ci aiutano a snodare gli eventi cruciali. Ebbene, l’accezione “invasione barbarica” è molto usato negli stati dell’Europa meridionale (grossomodo in quegli Stati che un tempo erano il cuore pulsante dell’Occidente). Se noi ascoltassimo, invece, lezioni sul medesimo periodo, ma in Stati del Nord o, forse,  qualcuno del Nord-Est, potremmo sentire tutt’altra terminologia: “le migrazioni dei popoli”. Paese che vai, storia che trovi, dunque. In base al senso di appartenenza di uno o dell’altro fronte, i nostri Stati moderni han cercato di rimarcare la colpevolezza dell’altro o la propria innocenza. Per gli Stati che si sentivano eredi del glorioso Impero, sembrava giusto proferire terminologie violente e feroci, appunto l’invasione; mentre per gli Stati che, sotto sotto dovettero accettare di essere i nipoti dei barbari, era meglio l’utilizzo di un termine più pacifico, ovvero la migrazione.

Questa breve digressione è atta solo alla dimostrazione che sul periodo che stiamo trattando, ci sono svariate teorie e svariate fonti che possono inclinare l’ago della bilancia o da una parte o dall’altra, rendendo ciò uno spazio temporale difficile da analizzare e da comprendere. Ma iniziamo subito con un breve stralcio di una legge imperiale voluta da Onorio, nell’anno 399 d.C. :

<<Poiché molti, appartenenti a popoli stranieri, sono venuti nel nostro Impero, inseguendo la felicità romana, e ad essi bisogna assegnare le terre degli immigrati. Nessuno riceva assegnazione di questi campi senza nostre istruzioni. E poiché alcuni, o ne hanno occupata più di quella che gli spettava, o se ne sono fatta assegnare più del giusto con la complicità dei funzionari, si mandi un ispettore per revocare tutte le assegnazioni illegali>>.

All’interno di questo testo è chiaro come l’Impero Romano abbia voluto costituire delle strutture ufficiali che assegnino la terra da dare agli immigrati. Questo non è l’unico editto che mostra ciò, molti altri ne esistono, ove si vede molto bene come l’Impero possa donare le proprie terre o ai veterani dell’esercito (com’era solito fare) o agli immigrati. Potrebbe sembrare cosa da poco, ma in quel periodo la terra era tutto: ricchezza, casa, lavoro e dignità. Tutto girava attorno alla terra e l’Impero l’assegnava agli immigrati. Un altro aspetto fondamentale del testo appena letto è l’espressione della “felicità romana”. Un Impero che costruisce una sua propaganda. Anche oggi abbiamo esempi simili, basti pensare agli USA e al loro “sogno americano”. L’Impero romano, senza paura alcuna, in quei secoli, urlava al mondo intero che entro le sue mura si stava bene, vi era la felicità. In altri scritti si potevano addirittura leggere termini come “l’occasione di essere romani” o l’opportunità di essere romani”. L’Impero si poneva proprio come gli Stati moderni ed insinuando che, se uno avesse avuto buona volontà e la voglia di rimboccarsi le maniche, avrebbe avuto la sua occasione.

Ma perché l’Impero Romano aveva bisogno di individui? Perché per secoli ha continuato a stuzzicare gli appetiti di chi non ebbe mai l’occasione di essere romano? Sicuramente, come abbiamo visto prima, per lavorare la terra (ricordiamo la vastità di questo Impero e dunque l’abbondanza, quasi infinita di terreni). Ma soprattutto avevano bisogno di uomini da mandare alle armi. L’Impero reggeva tutta la sua autorevolezza, la sua forza e in pratica la sua esistenza sull’esercito. Poiché proprio l’esercito, in realtà, era l’Impero, dal momento che questo eleggeva l’Imperatore.

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Costanzo Cloro (250-306 d.C.) fu Imperatore Romano dal 305 al 306 d.C.

L’immigrazione, dunque, era una struttura centrale di questo mondo che, per secoli, si resse su questo flusso continuo di uomini, provenienti da luoghi che si trovavano al di fuori dei confini imperiali. Il flusso migratorio, sotto l’Impero Romano, era gestito dall’alto, dal governo (ossia l’Imperatore e i suoi funzionari), per grandi masse e non per individui, come lo è oggi. Non dobbiamo però pensare all’Impero come una creatura passiva, che attendeva solo l’arrivo di qualche barbaro in ginocchio per la libertà. I barbari presto invasero l’Impero, ma per secoli le invasioni furono perpetrate dai romani che, quando non vi furono più flussi migratori, andarono nelle terre straniere a sterminare ed a trascinare stranieri nelle proprie mura. In questo caso noi oggi non li chiameremo né immigratiprofughi, bensì deportati. Nell’Impero invece tutte queste distinzioni non c’erano e non esisteva più nemmeno la moda di chiamarli schiavi. L’Impero capì che fruttava di più avere persone da integrare e renderle cittadini, così da sottoporle alla tassazione, piuttosto che schiavi che non avrebbero potuto pagare un soldo e neppure arruolarsi nell’esercito. L’Impero, appunto, voleva offrire la sua felicità romana sia a chi ci pensava, sia a chi non ci pensava per nulla ma, invadendoli, li avrebbero fatto venire in mente di cosa stavano perdendo.

Nel IV secolo Costanzo Cloro, figlio di Costantino, si sta preparando per scatenare la guerra in Iran. Un intellettuale di corte scrisse un trattatello che paragona Costanzo ad Alessandro Magno. Quale esempio migliore si poteva trovare? Alessandro mosse guerra alla Persia e addirittura vinse:

<<Noi facciamo la guerra ai Persiani. Ma non per il loro male, anzi per il loro bene. Porteremo a quella gente qualcosa che non hanno. Tu hai una missione ereditaria nei confronti dei Persiani. Quelli che hanno tremato per molto tempo davanti alle armi romane, accolti infine per opera tua nel nome di “Nostri” e acquisita la cittadinanza romana nelle tue province. Che imparino ad essere liberi per beneficio di chi governa. Loro che là (in Iran), per la superbia dei re, sono considerati tutti soldati in tempi di guerra e schiavi in tempi di pace>>.

L’apparato dirigenziale romano, creò un’immagine del loro regno come se fosse un Impero aperto a tutti e dove tutti avrebbero avuto l’opportunità di provare la libertà, l’occasione e la felicità di essere romani. Un altro testo molto importante ci arriva dal retore Temistio, che discuteva sull’importanza di integrare i barbari anziché sterminarli. Il racconto parla di una battaglia di Valente, ove l’Imperatore ne uscì vincitore. Invece di sterminare il gruppo di Goti, battuti sul campo, decise di renderli partecipi dell’occasione di diventare romani:

<<In ogni uomo vi è un elemento barbarico, selvatico e ribelle. La “rabbia” e la “voglia” sono l’antitesi della ragione, come i germani o i goti sono l’antitesi dei romani. Ma quando queste passioni insorgono è impossibile e inutile tentare di reprimerle, eliminandole. Perché la natura aveva un suo scopo preciso quando le ha create. Invece, è compito della virtù sottometterle agli ordini della ragione e renderle docili. E così, è compito dei Principi, quando hanno soggiogato barbari, non eliminare del tutto questa componente della natura umana, ma salvarli e proteggerli, facendoli diventare parte dell’Impero. Chi perseguita i barbari fino alla fine, si comporta come Imperatore solo dei romani, ma chi li sottomette e poi ha pietà di loro, quello si comporta come l’Imperatore d tutti gli uomini>>.

Queste parole sono frutto di un’idea umanitaria, al servizio delle funzioni politiche. Nella loro ottica, l’Impero Romano sarebbe stato destinato a governare il mondo. Quest’ultimo non si trattava di un impero buono, la cui missione era quella di integrare tutti gli uomini sotto un unico vessillo, dentro le loro mura e far valere la legge romana, la quale garantiva la libertà e la felicità romana. Sempre Temistio, continua dicendo:

<<E noi proteggiamo tutti gli animali, affinché si salvi la specie. Non permettiamo che scompaiano gli elefanti dalla Libia, i leoni dalla Tessaglia, gli ippopotami dal Nilo. È un popolo di uomini, anche se qualcuno dirà barbari, ma pur sempre uomini. E non dovremmo ammirare chi, invece, dopo averli sconfitti, li salva e li protegge?>>.

Temistio era un politico influente e sta parlando in un periodo dove non si sapeva più se era giusto salvare i barbari o piuttosto sterminarli, per il bene dell’Impero. Tempistio si trova davanti all’Imperatore e gli sta consigliando di assumere una linea politica che, a breve, sarebbe divenuta alquanto scomoda. Stavano entrando sempre più barbari e qualcuno iniziava a pensare che si stia esagerando. Iniziarono a circolare vecchi discorsi atti a paragonare i barbari a bestie. Ma Temistio, appunto, volle dimostrare che il popolo romano non ammazzava nemmeno le bestie. Dopo l’ennesima guerra vinta in Tracia, entra nell’Impero un corposo flusso di Goti. Subito il dibattito pubblico si accese e Temistio ancora una volta restò fedele alla sua linea, offrendoci queste parole:

<<La filantropia prevale sulla distruzione. Forse sarebbe meglio riempire la Tracia di cadaveri piuttosto che di contadini? Non vedete che già i barbari trasformano le loro armi i zappe? E coltivano i campi. Non vi ricordate quanti popoli già sono entrati nel nostro Impero e oggi più nessuno si ricorda che un tempo essi erano barbari. Guardate i Galati sistemati in Asia minore tanto tempo fa. Non possono più essere chiamati barbari, oggi sono a tutti gli effetti Romani. Pagano le stesse nostre imposte, servono con noi nell’esercito, sono sottomessi alle stesse leggi, e la stessa cosa, in poco tempo, accadrà ai Goti>>.

Quest’Impero, dal disperato bisogno di mano d’opera continuò a far entrare flussi di popoli barbari, integrandoli al proprio interno, affinché servissero il regno alla pari degli altri uomini. L’apparato dirigenziale romano continuò a farlo, nella speranza che ciò avrebbe potuto continuare a lungo. Da sempre Roma lo fece, fin dai tempi di Romolo e Remo.

Ma ci troviamo alla fine del IV secolo, ormai prossimi alle vere invasioni barbariche e la gente inizia a vederne troppi. Inizia a strisciare, sempre più prepotentemente, un’ideologia razzista e antica, che considera i barbari come bestie indomabili, senza alcuna possibilità di essere civilizzati ed integrati nella grande occasione romana. L’élite della città latina, poi, gestirà sempre peggio questi flussi migratori, causandone le scintille che avrebbero poi acceso uno dei fuochi più grandi della storia dell’Occidente, provocandone la caduta.

Nel prossimo articolo tratteremo l’evolversi di queste situazioni.

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Lezione prof. A. Barbero

Bryan Ward-Perkins, La caduta di Roma

Boris Jonhson, Il sogno di Roma

Adrian Goldsworthy, La caduta di Roma

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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