Foto Roberto Monaldo / LaPresse03-09-2014 Roma (Italia)PoliticaPalazzo Chigi - Il ministro Giannini illustra le linee guida sulla scuolaNella foto Stefania GianniniPhoto Roberto Monaldo / LaPresse03-09-2014 Rome (Italy)Chamber of Deputies - Press Conference of the Education minister on school reformIn the photo Stefania Giannini

La “Buona” Scuola, tra hashtag e proclami

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UbtXdU2xL’istruzione è sempre stato uno dei nodi più spinosi per la politica italiana. Fin dalle origini della Repubblica, infatti, ogni Governo che si è avvicendato ha cercato di plasmare l’idea di scuola a propria immagine e somiglianza provando a sfornare, ogni volta, il proprio capolavoro politicoDal 2000 ad oggi, però, i tentativi di rendere moderno ed efficiente il sistema scolastico sono stati tanto goffi quanto spesso inefficaci.

In principio fu Luigi Berlinguer, a cui dobbiamo gli inutili quanto inefficaci esami di Stato, alla fine del ciclo scolastico superiore. I suoi tentativi di riformare anche altre parti del sistema scolastico sono stati resi totalmente vani dall’abrogazione della sua riforma ad opera del Governo Berlusconi, nello specifico dal Ministro Letizia Moratti. La riforma, che portava il nome dell’ex Sindaco di Milano, abolì gli esami di licenza elementare e segnò una netta linea di demarcazione tra istituti tecnici e licei, demarcazione che sopravvive ancora oggi in modo più o meno inconscio e che rappresenta una delle questioni più annose dell’istruzione italiana.

Il capolavoro fu poi servito, nel 2006, dal Ministro Giuseppe Fioroni, chiamato a riformare nuovamente il sistema scolastico dal nuovo Premier Romano Prodi. Il Ministro di centrosinistra, infatti, creò il panico con le sue circolari che dovevano spiegare quali parti della riforma precedente dovevano essere applicate e quali invece no, creando una grande confusione in tutto il comparto scuola. Le contestazioni provenienti dalle parti sociali non furono aspre quanto quelle nei confronti della riforma Moratti, mentre si registrava un aumento dell’obbligo di istruzione elevato a 10 anni e l’introduzione degli esami ad Agosto per colmare i debiti scolastici.

Il ritorno al Governo, nel 2008, della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi cancella per l’ennesima volta la riforma precedente, dando il via al nuovo tentativo di cambiamento della scuola: sono gli anni della Riforma Gelmini, probabilmente i più caldi per quel che riguarda le contestazioni, le mobilitazioni e i sit-in. La riforma reintroduce il maestro unico all’elementari, facendo fare al nostro Paese un balzo indietro di 30 anni; cancella le facoltà universitarie a favore dei “dipartimenti” e mira a trasformare le scuole in vere e proprie fondazioni, con capitali privati ed investimenti esterni annessi.

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Le proteste di alcuni studenti contro la Riforma Gelmini, 2008

Molti punti di questa riforma sono oggi in vigore, nonostante le dimissioni del Governo Berlusconi (anno 2011) abbiano portato alla sostituzione del Ministro Gelmini con il tecnico Profumo prima e con Carrozza poi, fino ad arrivare alla “Buona Scuola” del Ministro del Governo Renzi: Stefania Giannini.

Ma oltre ai proclami sotto forma di hashtag, cosa c’è di interessante nella nuova, ennesima, riforma della scuola approvata pochi giorni fa al Senato? Il testo, che è stata salutato da fortissime contestazioni da parte dell’opposizione parlamentare (M5S in testa) e dalle parti sociali si snoda su diversi punti:

Le assunzioni: verranno assunti 100.701 precari ma più della metà non avranno il posto di lavoro immediatamente e, insieme alle migliaia di esclusi (abilitati con i Tfa, i tirocini formativi attivi, o con i Pas, i percorsi speciali) dovranno attendere il maxi-concorso del 2016 per 60 mila cattedre ;

Interessante l’introduzione del merito come requisito dello scatto di carriera: il merito avrà un peso del 70% contro il 30% dell’anzianità. Un elemento che, sulla carta,  riporta equità all’interno della categoria degli insegnanti valorizzando quelli che fanno bene il loro lavoro. Resta tuttavia un nodo essenziale da sciogliere: chi giudica? E come? ;

– Il famigerato “super-preside”: centro della contestazioni di questi giorni, è delegato a giudicare il merito degli insegnanti e autorizzato ad elargire premi in denaro agli insegnanti che si distingueranno rispetto agli altri. Questa figura, che si avvicina sempre di più a quella di un manager aziendale, avrà anche il potere di conferire incarichi ad hoc agli insegnanti con durata triennale e prorogabili. Da Palazzo Chigi giurano che l’autonomia dei presidi sarà molto limitata ma i dubbi rimangono, soprattutto in un Paese come il nostro che si distingue per inefficienza e corruzione nella Pubblica Amministrazione ;

Addio ai supplenti: il tramonto della figura dei supplenti, sostituiti dall’organico funzionale d’istituto costituito da un albo territoriale che formerà una rosa di nomi di docenti che andranno a sostituire i colleghi assenti su chiamata dei presidi ;

Nasce un “comitato” formato da sette membri: il dirigente scolastico, due genitori, tre insegnanti, un componente esterno nominato dall’ufficio scolastico regionale tra docenti, dirigenti scolastici e dirigenti tecnici. Quest’organo sarà chiamato a coadiuvare il preside nella scelta di quali insegnanti assumere e come premiarli. Come si può notare, sempre meno importanza viene data alla componente studenti nonostante si tratti di una delle questioni più delicate per gli alunni; fa il suo ingresso un soggetto esterno invece all’interno della scuola che, di fatto, attenua quell’indipendenza e autonomia che fino a questo momento caratterizzava le singole scuole ;

La “Buona” Scuola, quindi, è l’ennesimo tentativo di riformare il sistema scolastico italiano: una volta ai vertici e adesso zimbello d’Europa, visti i risultati delle statistiche riguardanti gli studenti italiani rispetto alla media europea.

E’ ovviamente un pacchetto di norme in linea con l’idea politica di questo Governo, un neanche tanto velato tentativo di gettare le basi per una trasformazione della scuola in azienda con l’obiettivo, a detta del Governo, di essere “competitivi” con gli altri Paesi. Ma se “competizione” è un termine che porta subito alla mente l’economia aziendale, fatta di profitti, concorrenza e capitali, resta l’amaro in bocca per una nuova occasione sprecata. Il numero altissimo di riforme ideate in 15 anni e poi mai realmente attuate si è riversato come un macigno sulla scuola pubblica, martoriata da scelte sbagliate che non le hanno permesso di crescere e migliorare realmente, risultando oggi una struttura antiquata e superata.

Forse il problema risiede, tra le altre cose, nell’approccio all’istruzione – universitaria, superiore o inferiore che sia – in cui parole come debiti, offerta formativa, crediti sembrano uscite da un manuale aziendalistico e invece sono parte integrante della nuova idea di scuola. Per qualcuno, la “Buona” Scuola.

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About Fabiano Catania

COLLABORATORE | Classe 1990, siciliano di nascita ma pisano di adozione. Station Manager di RadioEco, radio dell'Ateneo di Pisa, da sempre ha una grande passione per la scrittura e l’informazione libera. Si interessa di musica indipendente ed è un appassionato del cinema d’autore.

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