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Kilimanjaro: il guerriero maasai

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti

«I Masai sono fatui, vanitosi, distratti e infantili; ridono e scherzano tutto il tempo».

(tratto da A quale tribù appartieni di Alberto Moravia, Bompiani 1972).

 

La spiaggia di Bwejuu nell'arcipelago di Zanzibar, Tanzania
La spiaggia di Bwejuu nell’arcipelago di Zanzibar, Tanzania

«Mi piacerebbe, magari…» ci dice dalle labbra nere, stese come ali di farfalla sul suo viso. Due del nostro gruppo gli chiedono e lui risponde in italiano accettabile, sia per la pronuncia, sia per il lessico, che gli fanno dire frasi ben più complesse di quelle dei venditori che per compiacere gli italiani sfoggiano quattro paroline di saluto e quattro formule giuste giuste per le contrattazioni della chincaglieria. Pensavo fosse l’ennesimo venditore maasai venuto a turbare la pace della spiaggia di Bwejuu, a Zanzibar, quando il mare è troppo lontano per fare il bagno. Sull’arenile infinito e nelle pozze lasciate dalla bassa marea scivolavano le cercatrici d’alghe, portandosi dietro lo strascico di certe bustone, che le fanno incedere simili a spose.

Invece lui usa frasi compiute e descrive la pianura da cui viene, gli animali, le usanze, quello che fa, perché è a Zanzibar, a più di mille chilometri dallo Ngorongoro, dove sta il suo villaggio e la sua mandria. Qui a Zanzibar c’è più lavoro, cioè più turisti, e quindi per otto mesi all’anno Kilimanjaro – è così che si chiama – deve lasciare il suo villaggio, la sua famiglia e attraversare mezzo Paese, prendere il mare e girare per le spiagge dove distratti bagnanti compreranno i suoi bracciali di perline, le maschere di legno, le statue dei guerrieri maasai, slanciati e armati, come loro stessi sono. Infatti Kilimanjaro ha una spada che pende al suo fianco.

Mi colpisce proprio per il suo italiano – sarà che il mio lavoro è insegnarlo. E forse è proprio per la lingua che quasi quasi padroneggia, che mi sembra di entrare direttamente nella sua vita e la sua storia mi sembra immediatamente viva. Sentire un guerriero maasai che parla la lingua del sì, mi scuote  dall’indolenza della spiaggia e mi fa avvicinare agli altri del gruppo che ci parlavano.

Gli chiedo allora come ha imparato l’italiano. E lui mi dice che lo ha imparato così, sulla spiaggia, chiacchierando con gli italiani, contrattando, raccontando, rispondendo alle loro domande e piano piano è riuscito a rubare la lingua dalle labbra. Non ci credo: niente esercizi, libri di grammatica, dialoghi da ascoltare, né compiti per casa!

«Gli italiani sono più disponibili» mi dice proprio così, mentre io mantengo un’espressione scettica. «Ti piace qui?» e annuisco al mare di fronte, che sfoggia mille sfumature, mentre la marea risale e ricopre le pozze, disperde le cercatrici d’alghe che tornano col lor pesante raccolto sulle spalle. Lui volge appena il viso al mare, ne prende un po’ negli occhi e mi fa un gesto con la spalla. Sorride e non dice «Sai nuotare?». Lui dice di sì, «ma non troppo al largo», accompagnando le parole con la mano, e indicando verso una linea lontana, dove ormai la marea è salita. Gli chiediamo altre cose di lui, del suo villaggio e ci incuriosisce la sua storia. Come tutti i giovani maasai deve poter comprare tra le quindici alle venti mucche, con le quali si presenterà al padre della sua futura sposa per chiederne la mano. O meglio sarà suo padre che farà la contrattazione per lui. Quindici mucche, è questo il valore di una donna: ridiamo e facciamo subito il calcolo, anche lui ride mostrando dei denti bianchissimi e perfetti, che decreterebbero la disoccupazione dei nostri dentisti. Ne ha tolto solo uno, è un segno distintivo dei maasai, insieme al foro nel lobo dell’orecchio. Ha scelto questi due segni invece del cerchio marchiato sulla guancia. Ci dice che loro usano delle cortecce d’albero per l’igiene orale, ma non sa dirci in italiano come si chiama la pianta dalla magica corteccia anti-dentista: peccato! Racconta altre cose di lui, anche che ha dovuto uccidere un leone, insieme ai suoi compagni.

Visto che dovevamo partire per un’escursione alla barriera corallina, ci congediamo da lui, ma sentiamo tutti che quel dialogo è stato più di un incontro sulla spiaggia tra un venditore con i turisti. Quando ci salutiamo e diamo la mano lui la prende e dolcemente la tira verso di sé, trasformando la stretta in un abbraccio. Kilimanjaro se ne va con la sua tunica rossa quadrettata, le gambe sottili d’ebano polito e la spada al fianco, il bastone e il sacco con le chincaglierie. Le sue calzature sono fatte gomma di pneumatico, tagliata e legata con delle stringhe. La  sagoma lunga e variopinta di Kilimanjaro sparisce nel riflesso abbacinante della sabbia.

Penso subito che vorrei fargli altre mille altre domande, ma come ritrovarlo? Dopo l’escursione torniamo sulla spiaggia infinita di Bwejuu e vediano un maasai. Non è lui e non gli assomiglia, ma gli chiedo però se conosce Kilimanjaro, non parla italiano, glielo chiedo in inglese.

«Kilimajaro, chi?» avrebbe potuto dire. Chissà quanti si chiamano così tra i maasai che vengono dalle falde del monte irraggiungibile perfino dagli uccelli (una delle possibili etimologie del nome della più alta montagna africana). Invece mi dice che lo conosce e fa un gesto come a dire sta là, da qualche parte nell’entroterra. Ma avrà capito? Lo conosce davvero? Lui dice di sì, dice che è suo amico. E io gli dico che vorremmo incontrarlo, per un’intervista. Non sono sicuro se questo maasai ci capisca, ma lui annuisce e dice che riferirà. E noi allora invitiamo lui e Kilimanjaro a cena, nel nostro lodge. Mi chiede se può venire anche un suo amico: accordato! A cena inoltrata si presenta Njeku, il maasai che diceva di conoscere Kililmajaro, e un suo amico, ma non c’è traccia di Kilimanjaro. Gli offriamo alcune pietanze per cena, loro accettano, ma non toccano il pesce, perché i Maasai non lo mangiano. Finita la cena, gradiscono anche un po’ di vino, ci congediamo e io, nella speranza che il messaggio venga recapitato, do a Njeku il mio numero di cellulare (avevo già provveduto a prendere una SIM tanzaniana).

Una foto che mi ritrae in compagnia di durante l'intervista - © Marco Palone
Uno scatto che mi ritrae in compagnia di Kilimanjaro, durante l’intervista – © Marco Palone

L’indomani cambiamo località, ce ne andiamo alla punta Nord di Zanzibar: Nungwi, a circa novanta chilometri da dove avevamo incontrato Kilimanjaro. Anche se non spero più di rivederlo, mi scrivo le domande per l’ipotetica intervista che gli farei. Invece il giorno dopo mi chiama sul cellulare: il suo italiano mi suona all’orecchio. Ci diamo appuntamento  e si presenta, in una tunica blu insieme al suo amico Njeku. Gli spiego allora che vorrei intervistarlo e lui accetta. Non è imbarazzato, anzi… capisce che la cosa gli può essere in qualche modo utile visto che, ci dice, pensava di fare un colloquio di lavoro per un villaggio vacanze gestito e frequentato da italiani, e chissà che l’intervista non gli possa servire da referenza.

E così cominciamo a rompere il ghiaccio. Gli chiedo della sua famiglia. Sono tre fratelli oltre la madre e suo padre che, come in genere per i maasai, ha il ruolo guida della famiglia. È nato il giorno della Festa della Liberazione in Italia. Gli dico pure che è il giorno di San Marco, il mio nome. Lui mi dice che è cristiano, come per lo più lo sono i maasai. Dice che nei villaggi ci sono chiese e molti maasai hanno nomi cristiani: Anna, Elisabeth, Maria, Godfrey. Gli chiedo finalmente perché lui porti sempre con sé la spada. E lui mi dice che è tipico dei maasai che devono difendere la mandria e il territorio dagli animali feroci. È infatti per questo che qualche tempo fa lui ed alcuni compagni hanno ucciso un leone. Cosa che in realtà è vietata dal Governo tanzaniano, anzi i maasai ricevono un contributo per il numero di leoni vivi nel loro territorio. Ma quella volta si trattava di difendere se stessi e le mucche. Quando poi parliamo degli animali della savana, gli chiediamo quali gli piacciano. Lui prontamente risponde zebre e giraffe. Noi  avremmo detto leone, leopardo… «Zebre e giraffe sono più tranquille!» esclama sorridendo, facendoci capire come proteggere il proprio gregge e se stessi, significa stare alla larga da quegli animali che invece per noi, al sicuro sulle nostre jeep, sono stati un bel trofeo fotografico durante i safari.

Gli chiedo di più del suo essere guerriero. E lui mi fa capire di esserne fiero: i giovani maasai trascorrono dei periodi da soli nella savana per imparare a sopravvivere, imparano dai padri l’uso delle armi e il Governo gli  accorda la facoltà di circolare armati: ne abbiamo visti molti con delle lunghe lance acuminate, camminare nei mercati. Torniamo a chiedergli delle donne e del loro ruolo e del fatto che lui e sui compagni debbano riuscire ad accumulare tanto denaro da comprare una mandria di mucche, per poi poter chiedere di sposarsi. Gli diciamo che da noi non funziona così ed è anzi più difficile conquistare le donne. Ride. Gli chiedo cosa succede a chi non riesce a racimolare il denaro sufficiente: non può sposarsi ? Lui dice che non succede, insomma a furia di braccialetti e statuine, maschere e chincaglierie una mandria di mucche si riesce a metterla su.

La donna dei villaggi maasai è sottoposta all’autorità maschile, lui dice però che la donna in casa, con l’uomo che pensa all’approvvigionamento, alla caccia, al bestiame, è protetta e deve solo badare alla prole, mungere le mucche e amministrare la casa. Già, la casa… le tribù maasai dal nomadismo stanno lentamente stanzializzandosi: non è più necessario seguire le mandrie nelle transumanze, ma Kilimanjaro e molti suoi coetanei passano otto mesi a Zanzibar, per lavorare. Gli chiedo anche della loro organizzazione politica. E lui mi dice che c’è un capo villaggio, che dura in carica cinque anni, ed è eletto dall’assemblea degli uomini che vota per alzata di mano. Qualcuno di noi gli fa notare che non è giusto che le donne non votino, ma io ricordo che fino a qualche decennio fa c’erano dei cantoni svizzeri dove le donne non votavano. Gli chiediamo dei ragazzi maasai che abbiamo visto con dei disegni bianchi sul viso: sono i ragazzi che raggiungono l’età adulta, il cui rito di passaggio è rappresentato dalla circoncisione (emorata in lingua maasai). È considerata una prova di virilità perché durante la cerimonia il giovane maasai non deve dare il minimo segno di sofferenza. Gli chiediamo cosa pensa dell’infibulazione. Pensavo che il termine fosse troppo difficile, ma capisce, indubbiamente si aiuta col contesto del discorso. Sappiamo che i Governi della Tanzania e del Kenya hanno vietato e puniscono la pratica della mutilazione genitale femminile. E lui conviene che è una cosa molto dolorosa per le donne, che hanno problemi per tutto il resto della vita – anche quando hanno figli – e che ormai in molti villaggi non si pratica più.

Per terminare l’intervista gli faccio un’ultima domanda, chiedendogli se è felice. Non ci pensa un attimo a rispondere , accompagnando la sua risposta con un sorriso. Mi chiedo se io a una domanda del genere avrei saputo dare una risposta altrettanto immediata  e spontanea. Hai una domanda per me? Lui ci pensa un attimo e mi chiede se mi piace più qui (a Zanzibar) o il suo paese (il parco di Ngorongoro). Gli rispondo senza esitazione «Ngorongoro!», con negli occhi i panorami della savana, la polvere dei sentieri in mezzo agli alberi di acacie spinose, il trascorrere delle mandrie di gnu e l’incedere lento del leone che spunta dalle distese di stoppie d’oropallido. In quel momento capisco il suo disagio ad  essere lontano da casa e dal suo mondo, capisco la fatica di doversi adattare ad un ambiente diversissimo dove, invece di pascolare la mandria nella sua bella savana, deve vendere souvenir ad indolenti turisti unti di crema solare. Gli offro da bere e chiedo cosa vorrebbe. Lui mi dice che va bene dell’acqua, non beve alcoolici, «perché papà non vuole». Ci congediamo e gli dico che gli farò sapere dell’intervista, come poterla leggere e magari usarla come referenza per il villaggio vacanze degli italiani.

Ci facciamo un po’ di foto, ci salutiamo e mentre lui se ne va, per un attimo penso che un ragazzo così intelligente, che ha imparato l’italiano captandolo e praticandolo con i turisti, chissà cosa potrebbe fare se avesse i mezzi e le possibilità. Ma è un pensiero che mi sfiora per un attimo: chi ha detto che la nostra idea di felicità coincida con la sua? Con le sue capacità e forze Kilimanjaro vuole costruirsi una famiglia e tornare ad essere un pastore a Ngorongoro, felice.

A cosa dovrebbe servir l’intelligenza, se non a trovare il modo di essere felici?

 

© Marco Palone
© Marco Palone

 

PS: si ringrazia il Dr. Fabio Pruscini per i consigli e i suggerimenti sull’intervista e gli amici del Gruppo Tanzania Zanzibar, che hanno condiviso quest’avventura con me.

 

 


 

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