Questione-Meridionale

Italiani!

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Costume e Società, Recenti

di Marco Pucciarelli

Con gli articoli precedenti (Lo Stato con la s minuscola e Bisogna essere patricidi!), ho voluto creare una discreta introduzione per un argomento che proverò ad analizzare in parte oggi e su altri articoli che avranno il medesimo titolo.

L’argomento a cui voglio far riferimento risale al 17 Marzo del 1861, ossia l’Unità d’Italia e tutti i suoi risvolti nella “questione meridionale”.

La “Questione meridionale” è un argomento assai complicato, ricco di sfumature, articolato su moltissimi punti, spesso anche in contraddizione l’uno con l’altro. Ammettendo di non avere una conoscenza tale da poter io stesso tracciare una linea guida, ci rifaremo a diverse fonti odierne, a diversi dibattiti, a diversi personaggi, cercando di formulare un compromesso, e offrirvi forse una panoramica discretamente completa per quanto sarà possibile. Oggigiorno circolano due grossi filoni di pensiero. Il primo, quello canonico, che sostiene il Risorgimento italiano e che lo reputa come un grande evento, di importanza storica, intoccabile e incorruttibile.

La seconda teoria, questa un po’ più moderna, è quella revisionista, promulgata da movimenti indipendentisti meridionali (come i “Neoborbonici”) atta a demolire e a sottolineare tutte le nefandezze del Risorgimento italiano (spesso, forse, calcando la mano) sostenendo la tesi che il Regno Sabaudo attuò una guerra di conquista verso il regno felice e prospero del Sud Italia. Spesso l’accusa che muovono questi movimenti neoborbonici è quella di una scarsa informazione scolastica inerente al Risorgimento italiano. Sappiamo tutti che ogni nazione prende pezzi della storia per crearsi la sue radici, omettendo e tagliando le parti che potrebbero violare la sua candida identità. Però, non possiamo nemmeno limitarci a questo. Onestamente qualsiasi periodo storico, è pieno di lacune e di “tristi silenzi”, specie se letto nei libri di testo delle scuole dell’obbligo.

L’informazione è importante e da sempre se si vuole approfondire un argomento, bisogna cercare, tra scaffali impolverati, diversi saggi, altre informazioni, approfondire le conoscenze e “sviscerare” le parti più taciute. Ed ecco che emergono libri che trattano di “Questione meridionale” e nefandezze del Risorgimento, di diversi anni fa. Come dimenticarsi delle idee di Antonio Gramsci, e cito una sua frase «L’unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, cioè concretamente che il Nord era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale». E come non ricordare il primo vero revisionista Giacinto de’ Sivio. E ancora, Gaetano Salvemini, Francesco Nitti, solo per citarne alcuni. E per tutto il Novecento, affianco al filone portante e celebrativo del Risorgimento italiano, andò di pari passo quello revisionista, quello critico, quello che voleva denunciare quei “tristi silenzi” della storia italiana.

Spesso questi movimenti, per rafforzare questa tesi, citano il massacro di Pontelandolfo e Casalduni, dicendo che non vi è traccia, su nessun libro, di questo evento. Verissimo, penso che nessuno lo abbia letto sui libri di storia istituzionali, magari qualcuno lo cita in un trafiletto di approfondimento. Ma come dicevamo prima, non bisogna limitarsi ai libri di testo e così troveremo un libro intitolato “Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell’Unità d’Italia” a cura di Aldo De Jaco, uscito nel 1970, prodotto dagli Editori riuniti, e ripubblicato nel 1980 come regalo per gli abbonati de “l’Unità”.

Questo libro è una raccolta di molti testi e testimonianze dell’epoca, e tra le tante appare, udite udite, il massacro di Pontelandolfo e la distruzione di Casalduni. Dunque, capendo perfettamente che non tutti hanno voglia e tempo di poter consultare pesanti tomi, o trattati su questi temi, bisogna ricordare che da sempre si discute su questi argomenti, da sempre esistono i critici, da sempre si è cercato di far riaffiorare in superficie quei macigni, lasciati sprofondare dalla storia “canonica” , promulgata dal nostro Stato. Da sempre gli storici si sono interessati del brigantaggio e delle sue origini (svariate origini), per cui questa accusa mossa da questi gruppi revisionisti e indipendentisti, mi pare un po’ forzata. Il Risorgimento è un momento molto oscuro e inquietante della storia del “Bel Paese”, che fu manipolato per ragioni politiche ed ideologiche. Penso siano vere molte accuse mosse da questi movimenti.

È vero che, nelle celebrazioni ufficiali, nei libri di testo, di questi problemi non se ne parla, ma la storia non è solo questo. È una materia complessa, ricca di teorie e di trattati, e non è accettabile veder sminuiti tali lavori e tali fatiche. Per questo è sempre consigliabile informarsi ed essere curiosi, specie se un argomento ci è interessante. Il libro citato poco fa, probabilmente ha delle influenze ideologiche del tempo (1970-80). Agli storici vicini al Partito Comunista (gli “Editori riuniti”, per chi non lo sapesse, era la casa editrice vicina al PCI), e ancora prima da Antonio Gramsci, interessava dimostrare l’incapacità dello Stato italiano, della sua classe dirigente, e dunque anche dell’esercito, di gestire le insurrezioni di massa. Il libro fa una cavalcata attraverso gli eventi nefasti del risorgimento per denunciare la repressione dello Stato. L’esercito italiano, non ha risposto nel modo giusto al fenomeno del brigantaggio, poiché ha cercato di correggerlo fucilando, esattamente come farà poi nelle sue colonie (Etiopia, Libia e Jugoslavia) e dunque in questo senso, e più precisamente in questo caso specifico, han ragione a dire che il nord trattò il Regno delle due Sicilie come una colonia, ma è solo un preconcetto. Se quel libro voleva dimostrare che lo Stato italiano non era in grado di soddisfare le richieste del popolo, oggi, questa teoria è passata di moda, a discapito della “guerra coloniale” al Sud Italia. Tradurre il tutto come il Sud contro il Nord ha poco senso, poiché il neonato Parlamento italiano, covava al suo interno moltissimi ministri meridionale che lavoravano assieme a ministri settentrionali, ed erano lì per rappresentare il Sud Italia. Furono, casomai, l’esercito, e gli ordini repressivi verso il brigantaggio, a sbagliare. La classe dirigente, non approfondì mai quel triste fenomeno che darà poi vita ad una delle piaghe più misere del nostro Stato, e invece di studiarlo da vicino, capirlo e vincerlo, preferì la strada più semplice, ossia il bagno di sangue.

Questa è la primissima parte, che apre la discussione sulla “questione meridionale” e le nefandezze del Risorgimento, rapportate alle varie teorie odierne. A breve si continuerà questo dialogo per completare, nel limite del possibile, e con le informazioni racimolate qua e là, un quadro abbastanza oscuro e difficile da capire. Un’altra teoria spesso utilizzata dai “neoborbonici” è quella che racconta di un Regno borbonico felice, prospero e in piena rivoluzione industriale, e collassò regredendo appena dopo la conquista del Regno di Sardegna. La storica Lucy Riall, in un intervento ad una manifestazione, fa giustamente notare come tutte le varie unità nazionali, siano state attraversate prima da forti problematiche, da guerre civili e da repressioni sanguinarie. Anche l’Italia si inserisce in quell’oscuro panorama già dominato da altri stati come l’Irlanda, la Francia, la Spagna e molti altri. Sottolinea, giustamente, che lo storico non deve farsi prendere dalle passioni ed emozioni, deve avere uno sguardo piuttosto freddo per capire i vari eventi. E così non dovrà sforzarsi solo sulle guerre al brigantaggio, ma capirne le cause che lo hanno generato.

Ci furono una serie di problemi, per tutto il Settecento, nel regno borbonico, che portarono poi al 1861. Garibaldi riesce a vincere il Regno delle due Sicilie, perché lo Stato borbonico collassò molto prima del suo arrivo. C’era un vuoto di potere che facilitò la spedizione, ed un altro fattore importante fu la rivolta contadina del mezzogiorno (che precede lo sbarco a Marsala di Garibaldi) causata dai problemi economico-sociali dell’Italia meridionale. Secondo Lucy Riall, non è corretto versare tutte le colpe del malessere meridionale all’Unità d’Italia, come già detto, lo Stato non prese mai in considerazione molte problematiche e dunque non tentò nemmeno di risanarle, ma queste “falle” erano già intrinseche nel regno borbonico. La Riall intende poi precisare che c’erano solamente pochi settori fiorenti nella prima metà dell’Ottocento nel mezzogiorno. L’industria dello zolfo in Sicilia, i porti e poco altro, e se ci si sofferma sulle campagne meridionali si vedrà che son tutt’altro che fiorenti. La Rivoluzione industriale della prima metà dell’Ottocento in Italia, sostiene Lucy Riall, è una falsità storica (sia per il sud che per il nord Italia), poiché sappiamo tutti che avviene alla fine dell’Ottocento con la nascita del triangolo industriale. Il giornalista Pino Aprile, sostenitore di queste teorie revisioniste e autore di diversi saggi, invece sostiene che l’economia meridionale era fiorente, poiché gli inglesi, ad esempio, commissionarono a dei napoletani, la costruzione della prima nave a vapore, o che le più grandi acciaierie erano in Calabria.

La Riall ribatte giustamente che <<una nave non fa un’economia fiorente>>. Alessandro Barbero, storico e docente universitario, fa presente che per parlare di rivoluzione industriale, bisogna avere uno Stato che poggia la sua economia sul settore, appunto, industriale. L’Italia, subito dopo l’unità, <<non conta niente da nessuna parte>> e aggiunge che ciò non vuol dire un’assenza totale di industria, anzi, qualche cantiere, qualche fabbrica produttiva c’è. Portando dei dati statistici, mostra come tutta l’industria italiana, nord e sud assieme, nel 1860 a confronto con l’Inghilterra era solo un centesimo. Focalizzandoci sull’ultimo punto di questo primo articolo, passiamo alla questione dell’attribuzione di nomi per certi eventi. Questi movimenti indipendentistici tendono a chiamare l’Unità italiana, o guerra di conquista o guerra civile (e abbiamo visto come la Riall, sottolineava come fosse un passo necessario la guerra civile per avere l’Unità).

Però non dobbiamo dimenticarci neppure che tutta l’élite culturale del sud Italia era favorevole al movimento di unificazione nazionale e molto avversa al regno borbonico. Poi magari erano in disaccordo sul modo in cui fu fatta, ma l’intera riflessione del tempo verteva quasi in toto su questo punto. Fa anche notare come il brigantaggio fu combattuto non solo dall’esercito, ma anche dalla Guardia nazionale, arruolata sul posto, e che i morti si dividono equamente tra loro e i briganti. Pino Aprile, ancora, rispose che è lo stesso metodo dei coloni, arruolare sul posto gli aguzzini del medesimo popolo.

Forse molti di essi erano in combutta con i briganti, altri meno, fatto sta che il grosso di questa guardia ci credeva, credeva nel sogno di un’Italia unità, e non penso si possa minimizzare il tutto, svilendo i loro pensieri e i loro concetti.

Ambedue i fronti stavano combattendo la propria guerra, purtroppo una guerra civile, fratello contro fratello.

 

Questione-Meridionale

About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Studente di Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

Un pensiero su “Italiani!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *