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“It”: quando l’horror diventa metafora della condizione umana

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L'attore svedese Bill Skarsgård (1990) nei panni di It in una scena del film
L’attore svedese Bill Skarsgård (1990) nei panni di It in una scena del film

Nell’Ottobre del 1988, nella cittadina di Derry il piccolo Georgie esce di casa nella pioggia per far navigare la barchetta di carta preparatagli dal fratello maggiore Billy (Jaeden Lieberher), costretto a casa dall’influenza. La barchetta scorre per i rivoli lungo i marciapiedi, ma finisce in uno scolo che conduce alla rete fognaria. Georgie, contrariato, si china a guardare nella feritoia e incontra lo sguardo del bizzarro clown che abita nelle fogne, Pennywise (Bill Skarsgård). Per quanto strano sia trovare un clown in quel luogo, Georgie si intrattiene con lui sin quando il clown non lo addenta e lo cattura portandolo giù con sé. Giugno 1989. A Derry vige il coprifuoco a causa delle numerose sparizioni di persone, soprattutto bambini.

Con questa prima opera cinematografica su It, Andrés Muschietti – assieme agli sceneggiatori Chase Palmer, Cary Fukunaga e Gary Dauberman – ha ridefinito i parametri dell’horror sugli omicidi seriali segnando un sentiero di crudeltà ed efferatezza seguito da molti, ma troppo spesso non rischiarato dalla stessa lucidità e ingegnosità dimostrata dal regista con il suo primo film La madre (2013). La regia di Muschietti è elegante ed efficiente, tesa a dare modernità estetica a una vecchia serie televisiva. Il romanzo di Stephen King, forse il suo capolavoro, è un’opera monumentale che contiene molte delle tematiche tipiche dello scrittore del Maine. Tra queste è principale quella dell’amicizia sincera, della forza trasmessa dal legame che si forma da ragazzi e che genera una solidarietà più forte di ogni cosa, tale da permettere di affrontare prove apparentemente impossibili. La fedeltà al libro è dimostrata anche e soprattutto attraverso i personaggi: tra bulli e Pennywise, lo spettatore è catapultato in un mondo di vinti forti esclusivamente della loro reciproca solidarietà. Il legame affettivo è visto come mezzo per sconfiggere le tenebre o almeno cercare di farlo, come è avvenuto in modi diversi in altri classici dell’horror quali Poltergeist – Demoniache presenze (1982) e Insidious (2010). Il film diventa dunque metafora dell’insensibilità della società a dimostrazione del fatto che il male non si trova soltanto nelle le fogne. La cifra peculiare di questo horror sembra essere lo scontro tra stasi e movimento, “risolto” mirabilmente in ossimoro nella città di Derry, una sorta di prigione “sorvegliata” da una entità sovrannaturale.

Il gruppo dei ragazzi che sfida It in una scena del film
Il gruppo dei ragazzi che sfida It in una scena del film

Dietro la consistenza fisica della città, prende corpo una forte tensione che prolunga lo sguardo del regista oltre la dimensione topografica, là dove a contare non è più la superficie delle cose ma la verità che emerge in controluce. Facendo spesso riferimento al Maine, i libri di King si sporgono sempre sull’abisso della Storia, riescono a coglierne i risvolti minimi, legati come in questo caso al destino di piccoli uomini, eppure proprio per questa ragione conservano un intenso valore. It rispetta la natura dei personaggi, la loro età, il loro sguardo. Alcune situazioni, rappresentate attraverso dei jump scares, sono abbastanza inquietanti, non solo nell’immediato, e comunque sempre ben congegnate. Trattando tuttavia del personaggio di Pennywise interpretato da Skarsgård ha sicuramente la pecca di non possedere, nella sua costruzione, una adesione alle movenze dei veri clown, motivo per il quale invece si è fissato con una forza indelebile nell’immaginario collettivo il primo It interpretato da Tim Curry nella miniserie televisiva del 1990; ciò è avvenuto soprattutto perché vi era una costante dicotomia fatta di risate e ghigni ma al tempo stesso di denti aguzzi e sangue. Un particolare elogio va a Sophia Lillis e alla sua Beverly: la giovane attrice rappresenta al meglio il personaggio ideato da King, affascinante, senza pudore nel mostrarsi come vuole davanti ai suoi amici; sicura nel soppesare amore, odio e paura, è il personaggio con cui lo spettatore riuscirà più facilmente ad entrare in empatia, proprio perché l’unica ragazza in un gruppo al maschile. King è “tradito”, tuttavia, sul versante della narrazione: tutte le situazioni provengono dalla paura ed è proprio quest’ultima a rendere i ragazzi vittime di It. Nel momento in cui cercano di sconfiggere il male si comprende che l’idea del regista argentino è di ridurre in un certo qual modo la potenza dell’impatto del pauroso clown, di “normalizzare” per certi versi Pennywise e renderlo più ordinario. Questa soluzione appare ambigua a causa del fatto che il film perde molto della sua iniziale ispirazione tirando fuori lo spettatore dalla tensione precedentemente creata. Non si riesce, in ultima battuta, a coniugare la profonda epica della lotta contro il male con la visione non paurosa, coraggiosa e consapevole.

In ogni caso si percepisce la consapevolezza di Muschietti di essere lontano dal romanzo di King ma nonostante tutto riesce a creare una vera e propria tensione asciutta e effetti speciali capaci di tradurre il ritmo del romanzo con efficacia e certezza al fine di mostrare quell’amorfo e intricato insieme di paure che alberga nei recessi dell’animo umano.

 

 

 


 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, è laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema". Nel 2017 pubblica il suo secondo libro dal titolo "Birdman o (Le imprevedibili relazioni tra cinema e teatro)". Tale lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea, ha come oggetto lo studio dei rapporti tra cinema e teatro, un argomento che attiene a diversi aspetti e che suscita più di una problematica e molteplici connessioni.

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