San_carlo_panoram

Il tempo di provare

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Pathos, Recenti

Leggendo i testi dei protagonisti delle storiche riforme che sono state all’origine del teatro moderno (penso a Stanislavskij e Copeau fra gli altri), nei quali i maestri descrivono il lento approccio dell’attore al personaggio e il suo graduale percorso all’interno della propria sensibilità verso quella piena consapevolezza del ruolo che sosterrà l’interprete sulla scena, si avverte distintamente che quei pionieri intrattenevano col tempo un rapporto completamente diverso dal nostro. Appare chiaro, durante la lettura di tali testi, che la lentezza e la gradualità erano le compagne indispensabili della ricerca e della creazione teatrale. I grandi interpreti covavano il personaggio dentro di sé, dando alla propria interiorità tutto il tempo necessario affinché il risultato fosse il più vero ed elevato possibile.

Konstantin S. Stanislavskij, noto per aver ideato l'omonimo stile di insegnamento della recitazione (Metodo Stanislavskij)
Konstantin S. Stanislavskij, noto per aver ideato l’omonimo stile di insegnamento della recitazione (Metodo Stanislavskij)

Se provassimo a sollevare di peso questi artisti dal loro periodo storico e a depositarli nell’oggi, essi si troverebbero probabilmente frastornati, costretti di colpo ad ubbidire a logiche produttive sempre più stringenti secondo le quali, in definitiva, non è lo spettacolo l’elemento più importante, ma la spettacolarità; non la creazione artistica ma la smerciabilità di un prodotto artistico che deve andare incontro al gusto del pubblico per poter essere, letteralmente, venduto a più consumatori possibile.

È facile immaginare che fine possa fare, in un contesto simile, il processo creativo che ha permesso ai riformatori a cavallo fra Otto e Novecento di maturare i principi fondamentali su cui si è fondato tutto lo sviluppo successivo del teatro.

Chi pratica il mestiere dell’attore oggi ha la percezione chiarissima della frantumazione culturale e della perdita di certezze contro cui egli deve combattere ogni giorno per non perdere di vista sé stesso e la qualità della propria arte. Uno dei sintomi più evidenti dei seri rischi a cui si espone la sopravvivenza del teatro è l’assottigliamento del periodo di prove che vengono concesse all’interno della produzione di uno spettacolo. Chiaramente ciò è in parte la conseguenza di una problematica di carattere economico che non vogliamo qui affrontare nello specifico. Ma, al di là di questo, è chiaro come oggi i responsabili della creazione di uno spettacolo si concentrino sempre di più sul risultato finale, come se questo fosse raggiungibile di colpo, come se si potesse costruire uno spettacolo correndo. Il periodo dedicato alla maturazione graduale del personaggio è praticamente diventato un’utopia: nella stragrande maggioranza dei casi si arriva alle prove dopo aver imparato il testo a memoria e si comincia a montare meccanicamente il risultato finale, senza rendersi conto di come in questo modo gli stessi artisti sviliscano e impoveriscano dall’interno la dignità e la stessa ragion d’essere del teatro, riportandolo a ciò che tendeva ad essere alla fine dell’Ottocento, vale a dire mero intrattenimento. Parlando con moltissime persone si comprende tragicamente come oggi, nel sentire comune, il teatro sia associato soltanto al divertimento disimpegnato o, molto più frequentemente, alla noia.

Si lamenta il fatto che il pubblico si disaffezioni sempre più al teatro, senza vedere come questo non dipenda solo, come troppo facilmente si sostiene, dalla concorrenza di strumenti come il cinema o la televisione, ma anche dal fatto che il teatro, tentando vanamente di adeguarsi ai ritmi che i nuovi mezzi impongono, finisca per trasformarsi in qualcosa che non è nella sua natura, e di conseguenza si annulli da solo.

Il teatro, affermiamolo una volta ancora, non può essere sostituito da nessun’altra forma di rappresentazione o di spettacolo. Esso permette l’inimitabile possibilità di assistere alla creazione di un’opera d’arte alla presenza stessa degli artisti. A teatro ci troviamo di fronte a noi stessi, fisicamente, se è vero che il compito del teatro è reggere lo specchio al mondo. Nessuna tecnologia potrà ricreare la forza umana che si sprigiona in maniera diversa e irripetibile ad ogni replica, né consentire ad un pubblico di approcciarsi in maniera più totale e profonda ad una creazione artistica.

Un momento delle prove del Manon, grande classico della letteratura francese andato in scena al Teatro La Scala nel 2012
Un momento delle prove del Manon, grande classico della letteratura francese andato in scena al Teatro La Scala nel 2012

A teatro il racconto si sviluppa in maniera viva, presente, e lo spettatore ne è parte fondamentale. Senza il pubblico non c’è spettacolo, e il pubblico non può imporre un ritmo allo spettacolo, può solo immergervisi, dimenticando sé stesso e ritrovandosi.

Tutto questo però si vanifica se uno spettacolo non è sorretto dalla gestazione che gli è indispensabile, vale a dire un periodo di prove adeguato. Senza la possibilità per gli interpreti di ricreare dentro di sé la vita del personaggio lo spettacolo non potrà vivere, a dispetto di tutti i mezzi tecnici e scenografici che vengano dispiegati (e che ormai, del resto, solo poche realtà teatrali possono permettersi). Allora sì che il teatro non avrà più senso, e invece di ridursi a mero intrattenimento diventerà una pratica stantia e anacronistica, a cui sarà meglio rinunciare piuttosto che pretendere di mantenerla in vita artificialmente. Ma in questo modo si perderebbe uno strumento essenziale per la conoscenza di se stessi, una forma di comunicazione e di divulgazione che ha caratterizzato tutte le epoche dell’uomo, tanto da fondersi con la sua natura.

Piuttosto che sacrificare lo spettacolo alla produzione si faccia il contrario, se l’intento è davvero quello di mantenere in vita il teatro. Se, come si dice, il tempo è poco perché i soldi sono pochi, allora proviamo a ripartire da spettacoli più semplici, più essenziali, come del resto fanno la maggior parte delle compagnie giovani, che sempre più spesso non possono permettersi di mettere in scena testi con più di tre o quattro personaggi. Non è detto che questo sia un male. Forse queste difficoltà pratiche ed economiche propizieranno la nascita di testi più contenuti, di spettacoli meno spettacolari ma più sinceramente teatrali, assistendo ai quali si possa respirare la vitalità artistica, l’arte fatta vita, che rappresenta l’essenza del teatro e la sua ragion d’essere nel mondo.

 

teatro_comunale

 

——————–

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Jacopo Zerbo

COLLABORATORE | Nato a Mestre nel 1986, milanese d’adozione, si diploma come attore teatrale alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2009. Ha lavorato, fra gli altri registi, con Jean-Claude Penchenat, Mimmo Sorrentino e Dario Fo, con cui ha anche collaborato alla scrittura di vari testi. Melomane di vecchia data, soprattutto pucciniano, è appassionato di storia napoleonica.

2 pensieri su “Il tempo di provare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *