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Il piccolo mare fra il Mondo Islamico e l’Occidente

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<<Le onde ancora ci separano, ma questo è un mare piccolo, è una promessa al nostro Profeta>>.

 

L'immagine propagandistica dell'Isis, sull'invasione dell'Italia
L’immagine propagandistica dell’Isis, sull’invasione dell’Italia

Con queste parole lo Stato Islamico (IS) intende minacciare la nostra penisola, considerata punto focale della cristianità nonché testa di ponte verso una possibile invasione armata dell’Europa intera. Ovviamente queste sono soltanto giochi propagandistici, ben lontani da un possibile e reale sviluppo. La stampa nostrana, invece, pare voglia tener viva la fiamma che arde dentro ogni italiano, con l’angoscia di una possibile invasione del Califfato di al-Baghdadi. E di tutto canto, la propaganda dell’ISIS vuole tener viva la speranza, o meglio, l’illusione che entro breve arriverà il fatidico giorno in cui la culla della cristianità e il mondo in toto verranno puniti in qualità di infedeli.

Ora, in questo articolo non vorrei che ci fossilizzassimo seguendo vari spunti su fantasiosi risvolti armati fra le vie italiche, o peggio ancora sul generalizzare riguardo l’islam (cosa che mi tengo ben lontano dal fare, poiché credo fermamente nella sua variegatura e nella bontà di molti e rimarcando, pure, che queste associazioni terroristiche son ben distanti dai veri principi della seconda fede più diffusa al mondo).

Detto ciò, vorrei prendere invece lo spunto dall’ultima frase del Califfato, durante la loro avanzata verso la Libia. Vorrei parlare di questo piccolo mare che, dalla la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si è tramutato in una spietata linea di confine tra chi abita le due distinte sponde. Da nido di “pace” e “fratellanza”, a messaggero di inquietanti moniti di odio e di ostilità. Subito mi è venuto in mente un altro momento storico e dove l’Italia fu nuovamente protagonista, insieme al mondo islamico. Questi due mondi, avversi e differenti fra loro, trovarono un punto geografico in comune che fungeva da “porta” fra le rispettive entità culturali e politiche: la Repubblica di Venezia, che alle sue spalle aveva l’intero mondo occidentale, mentre d’avanti a lei si spalancava il grande Impero Ottomano, che andava da Belgrado ad Algeri, da La Mecca a Baghdad. Un enorme impero multietnico e multireligioso, ma ufficialmente islamico.

Un quadro di Venezia
Un quadro di Venezia

Anche Venezia era un impero e, come sottolinea l’ormai immancabile prof. Alessandro Barbero, era un impero all’americana, fatto di tante piccole basi navali come in Dalmazia, in Albania, a Creta ed a Cipro (a pochi chilometri dalla Turchia). Ovviamente, Venezia ufficialmente era cattolica. Tra il 1500 e il 1600 circa, era l’unica città con usanze, infrastrutture e mansioni adatte ad essere un luogo di scambio fra i due mondi che la circondavano. E’ facile intuire che questi due imperi fossero alquanto seccati di dover dipendere l’un l’altro. Dipendere da qualcuno che formalmente dovrebbe essere odiato. Due mondi ostili che non perdevano occasione di mettersi il bastone fra le ruote ma che, a loro malgrado, si videro costretti a comunicare. Ed è lo stesso mare di oggi che, fra le sue onde, da secoli è costretto ad ascoltare minacce, assistere a bagni di sangue, oppure semplicemente constatare certe trattative fatte di controvoglia, perché obbligati da qualche fattore come poteva essere il grano secoli fa, o qualche gasdotto, come accade oggi. Tornando al ‘600, troviamo un parere di uno storico ottomano, verso il popolo di Venezia:

<<I miscredenti di Venezia, genia destinata alla rovina, sono famosi per i beni abbondanti. Il fiorente commercio e i traffici condotti perennemente con frodi e sotterfugi. Essi tirano avanti dissimulando, con esibizione di amicizia, certo forzata. E però, più degli altri infedeli, aspramente ostili nell’animo, restano, infondo, nemici della vera fede>>.

Un quadro di  Paolo Veronese, raffigurante la Battaglia di Lepanto (1571)
Un quadro di Paolo Veronese, raffigurante la Battaglia di Lepanto (1571)

Avendo ora visto il parere ottomano verso il nemico veneto, dobbiamo però constatare che il legame fra quest’ultimi era assai stretto e quindi, attraverso le tratte ufficiali e non, passavano di continuo uomini e merci. Venezia era una grande esportatrice di prodotti di lusso. Prodotti impossibili da ritrovare nell’Impero Ottomano, desiderati dai ceti più benestanti. In tal senso, i musulmani – che non erano affatto una popolazione più arretrata – non riuscivano a copiare le novità di quei “pescatori” (così li definivano gli ottomani, in senso spregiativo) veneziani. Queste novità erano gli occhiali, gli orologi e le cartine geografiche. Prodotti altamente élitari e tecnologicamente avanzati. Oltre a queste chicche del tempo, come abbiamo già ricordato Venezia era una grande esportatrice di tessuti eleganti e raffinati, nonché di vetri (utilissimo per le moschee e per le lanterne delle navi da guerra). Naturalmente anche Venezia era costretta ad importare dall’Impero, e da quest’ultimo ordinava infatti una materia prima importantissima, in quei secoli di carestia: il grano.

LImpero Ottomano era il più grande produttore di grano ed era ben felice di sapere che, in tal senso, teneva per il collo la Serenissima, dato che Venezia sfamava il suo popolo con il grano turco (sottolineando lo spazio fra le due parole ed evitando, così, di inciampare nelle figuracce infelici di certi politici nostrani). E’ incredibile scoprire che questo flusso continuo di merci non si interrompeva mai, nemmeno quando i due imperi si facevano la guerra a vicenda. Certe volte si organizzavano delle cattiverie verso il partner commerciale-rivale militare o si fissavano dei divieti (sottobanco) con il mercato nero. E tutto questo continuava, quindi, a circolare senza sosta.

Come abbiamo sottolineato in precedenza, non soltanto le merci circolavano su queste tratte, ma anche moltissimi uomini. Numerosissime imprese veneziane avevano filiali in Oriente ed era consuetudine, per queste persone, spostarsi dal mondo occidentale e cattolico a quello orientale e musulmano. E viceversa, moltissimi funzionari dell’Imperatore (spesso semiti) erano inviati a Venezia per sbrigare alcune importanti faccende. Dalle fonti, però, emerge che erano trattati meglio gli occidentali che andavano dal sultano, piuttosto che il contrario. L’Impero Ottomano, in questo caso, si dimostrava molto più civile e pacifico verso il “diverso” che non il contrario, dove l’infedele era visto male e l’inquisizione non faceva altro che pressare, affinché esso venisse recluso, se non ucciso. Tutto sommato, però in ambedue i luoghi i mercanti potevano riuscire, con le dovute cautele, a sopravvivere ed a compiere svariati viaggi di andata e ritorno. Ma non erano soltanto i mercanti: da Venezia fuggivano solitamente moltissime persone, in cerca di un lavoro o per potersi convertire (come abbiamo detto, gli ottomani erano multireligiosi, non la Venezia cattolica).

Il nostro mare, il Mediterraneo, era dunque solcato da un via vai incessante di navi, di parole, di merci, di sangue. E pare non essere cambiato nulla da allora. Le onde di questo piccolo mare portano da sempre le follie degli uomini, mettendo in contatto questi mondi che, ormai da troppo tempo, si son persi di vista per sempre, nella maniera più drammatica. Questo piccolo mare, come lo chiama lo Stato Islamico, non può far altro che abbracciare i suoi due lembi di terra piangendo sulle sponde di entrambi, affinché i suoi “figli” mediterranei possano, prima o poi, riconciliarsi ed abbandonare la voglia di sterminarsi a vicenda, accettandosi come fratelli.

Non vi è uomo che possa fermare la sua corrente, non vi è idea che possa impedirgli di bagnare le sponde del mondo islamico e quello cristiano, del mondo orientale e di quello occidentale.

Questo mare assisterà, silenzioso come sempre, alle nostre vicende.

 

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Studente di Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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