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Il Paese del Gattopardo

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Costume e Società, Recenti

di Emanuele Grillo

(Articolo di debutto de La Voce del Gattopardo)

Nell’avvicendarsi dei secoli, la civiltà italiana si è sempre preoccupata di non farci mancare le grandi sorprese, gli illustri artisti e scienziati, gli ingenti patrimoni culturali ed architettonici disseminati per la Penisola e che impregnano la nostra identità da Nord a Sud, passando tra i borghi e le vie di piccole e grandi città. Un tesoro incastonato nel ricordo di versi lontani, nel racconto di libri mnemonici, nella pietra delle cupole e delle colonne ancora erette, nel marmo delle statue, nei dialetti delle valli, negli odori di campagna e nei sapori marinari.

Eppure, col susseguirsi delle generazioni, siamo stati una Nazione per lungo tempo non esistente ed aspramente divisa tra innumerevoli poteri temporali e spirituali: gloriosi ma miserabili, eterni ma dimenticati, conquistatori ma conquistati, cortigiani ma servi, rivoluzionari ma emigranti, eruditi ma analfabeti, osservanti ma luminari, industriali ma feudali, illuministi ma romanticisti, naturalisti ma veristi, savoiardi ma borboni, mazziniani ma cavouriani, garibaldini ma balilla, monarchi ma repubblicani.

<<S’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani>>, scriveva così Massimo D’Azeglio nella raccolta intitolata I miei ricordi, pubblicata postuma nel 1867.

Siamo realmente sicuri, dunque, di conoscere il nostro Bel Paese? D’averlo esaminato con accuratezza, iniziando magari dalla ricerca del proprio io nelle vesti di cittadino italiano?

Riuscire ad inquadrare il nostro animo – nella circostanza, parliamo di indŏles – equivarrebbe alla possibilità di sovrapporre la miriade di volti ed espressioni, della stessa persona, che appaiono contemporaneamente su di uno specchio.

Un paradosso che tuttavia nasconde una verità invisibile, inducendo il cammino alla scoperta dell’unica soluzione plausibile: accettare che quelle sfaccettature, belle o brutte che siano, ci appartengono tutte.
Questo vale per ogni essere umano e, certamente, anche per noi italiani.

Ma se ciò detto sinora può apparire a molti scontato, qual è il motivo per cui è bene ricordare che ognuno di noi possiede più io nel corrispettivo ventaglio caratteriale? La facoltà di poter scegliere, volta per volta, i visi della propria personalità e ruotandoli a seconda delle occasioni o degli intenti.

E qui avviene il superamento, ponendo l’attenzione sull’obiettivo che ci prefiggiamo quotidianamente, dal più semplice al più importante, dall’abito da indossare la mattina alla professione che decideremo di svolgere durante la nostra esistenza: un intento, uno scopo, una missione. E gli intenti, gli scopi e le missioni necessitano di valori su cui poggiare le loro certezze; altrimenti potrebbero diventare dannosi e tramutarsi in vizi, in furbizie, in atti individualistici e disinteressati a qualsiasi rilevanza sociale che non coinvolga appieno la nostra sfera degli interessi personali.

Molte volte l’italiano ha sbagliato volto da interpretare – o si è bene accorto di coprirlo a dovere con una maschera – vanificando così notevoli possibilità di miglioramento e cospargendo di stridule ipocrisie e controsensi la propria vita di cittadino, quindi di animale politico e sociale.

Scegliendo di anteporre se stesso al bene della collettività, con un acuto fiuto del potere ed una capacità di giostrarsi non meno rilevante, il cittadino medio del nostro Paese ha partorito quel particolarissimo fenomeno etnico, storico e per certi versi culturale che nessun scrittore meglio di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – col suo celebre romanzo Il Gattopardo – è riuscito ad evidenziare, narrando di una Sicilia da sempre abituata a profferire sino all’estremo le virtù e le doppiezze di un’Italia in perenne evoluzione, decadimento e rinascita.

Con molte probabilità il nostro Paese risente di questo ciclo eterno di creazione e distruzione al centro della storia dell’umanità, in cui tutto nasce ma niente trova mai veramente un posto: un dono che sa di condanna, che accentua la genialità come la confusione degli uomini che in ogni tempo hanno calpestato il suolo di questa Penisola.

Il Gattopardo non è dunque soltanto un’abilità individuale, bensì sociale.
E le abilità vanno utilizzate con cura e criterio: proprio come i volti di un singolo individuo, senza maschere.

L’auspicio che facciamo all’Italia è quello di saper maturare una maggiore consapevolezza di sé: perché soltanto chi si conosce a fondo può realmente comprendere le proprie potenzialità, con onestà e scevri da ogni inganno.

Soltanto così, il Paese del Gattopardo, riuscirà finalmente nell’intento di superare i propri limiti.

 

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2 pensieri su “Il Paese del Gattopardo

  1. Questo articolo coglie a pieno un tratto generale delle caratteristiche culturali e sociali dell’Italiano. Peccato solo di non aver sviluppato maggiormente l’argomento, Avrebbe contribuito sottolineare le origini storiche e culturali che hanno formato tale eterogeneità e geniale individualismo così come aver approfondito il radicato conservatorismo che ne è rintracciabile e impedisce il cambiamento.

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