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Il “Libro dell’Inquietudine” di Pessoa: diario di un uomo vittima del proprio pensiero

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Fernando Pessoa nacque a Lisbona il 13 giugno del 1888
Fernando Pessoa nacque a Lisbona, il 13 Giugno del 1888

La letteratura ha assunto, nel corso della storia, diversi valori e differenti funzioni, sia per colui che ne fruisce, il quale tende solitamente ad interpretarla alla luce delle proprie esigenze e del proprio stato d’animo contingente, sia, soprattutto, per chi la crea. Alcuni la usano come catarsi, altri come via di sfogo, altri come strumento funzionale all’informazione, altri semplicemente come mezzo di condivisione. Poi c’è chi la usa per inventare se stesso, per costruirsi un’immagine nella quale ritrovarsi e attraverso cui guardare alla propria persona e alla propria vita dall’esterno, con un certo distacco. E’ un modo per fare del personaggio che si crea il proprio alter-ego, per poi cercare di studiarlo, di capire cos’è che gli manca e uscire come perfetto conoscitore di se stesso, prima ancora che come grande scrittore di un’opera letteraria, quasi filosofica, esistenzialista. Questo è quello che fa, attraverso il suo Libro dell’inquietudine, Fernando Pessoa. L’impiegato portoghese, nel mettere per iscritto le riflessioni rispetto alla propria monotona e limitante condizione di uomo si ritrova ad essere uno dei più grandi autori europei del Novecento e di tutti i tempi.

L’inquietudine, protagonista dell’opera fin già dal titolo, si percepisce dalla struttura frammentata e disorganica prima ancora che dal contenuto. Infatti, sebbene il grande Antonio Tabucchi abbia spesso espresso in più occasioni la convinzione che si tratti di un romanzo, personalmente ho sempre pensato che Libro dell’inquietudine sia un’opera priva di forma, che ponendosi all’origine di una nuova avanguardia letteraria non sia un romanzo né una poesia né un saggio, ma una grande quantità di pagine scritte, una raccolta di pensieri espressi nero su bianco allo stesso modo in cui la mente dell’autore li ha partoriti. Il libro è scritto in prima persona ma non può essere considerato una vera e propria autobiografia poichè a narrare non è lo stesso autore bensì Bernardo Soares, il personaggio che egli ha creato e dietro il quale probabilmente ha inteso nascondersi.  A lui Pessoa dona un nome e un cognome a cui cuce addosso dei vestiti (uguali ai propri), gli attribuisce una professione (che è, per l’appunto, quella dell’impiegato), gli infila nella mente dei pensieri (che sono i suoi stessi pensieri, le sue stesse angosce, le sue stesse preoccupazioni), fa in modo che egli li metta per iscritto e lo lascia agire in balìa di questi.

Abbiamo quindi un continuo processo di immedesimazione tra Pessoa e Soares: il primo è un uomo che quando non lavora scrive, ed è proprio scrivendo che crea il secondo. Quest’ultimo è un personaggio che, allo stesso modo, quando non lavora scrive di se stesso, dell’irrequietezza che lo opprime. Egli afferma più volte la propria convinzione di poter uscire illeso da tale condizione apparentemente senza via d’uscita, e che la scrittura lo salverà.

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In questa convinzione e in questo elogio della penna si intravede quindi un barlume di ottimismo che, tuttavia, considerando il tono affranto con il quale Soares scrive, viene percepito dal lettore più che altro come una magra consolazione: la scrittura ha un carattere curativo, ma allo stesso tempo dissemina delle trappole. Questa introduce l’autore in un circolo vizioso, poiché costituisce insieme un bisogno che nasce dalla disperazione e uno strumento che pretende di vincerla. La smania di continuare a scrivere senza fermarsi rispecchia l’idea che Soares ha della vita, intesa come impossibilità di trovare pace, come assenza di riposo. E’ per questo che alcuni critici hanno definito Libro dell’inquietudine come un libro dell’insonnia: Soares non dorme, ma vive perennemente la fase che normalmente precede il sonno, quella della coscienza libera, in cui le idee si accavallano, la mente è troppo debole per classificare i pensieri in modo sistematico ma mai abbastanza stanca da concedergli di godere della quiete di cui avrebbe bisogno.

La sua è una figura controversa perché caratterizzata dall’angoscia propria della ricerca e della paura di non riuscire a raggiungere uno scopo, e al contempo dal nichilismo di chi si rifiuta di avere degli obiettivi. Afferma di essere stanco ma rifiuta il riposo, disprezza la morte ma non gode della propria vita a cui non riesce (ma sostanzialmente non prova neanche) a dare un senso. Ha l’ansia tipica di chi corre verso una meta ma allo stesso tempo, di fronte alle grandi occasioni,  preferisce restare immobile. Ha dentro di sé un vuoto che lo tormenta, ma l’idea di colmarlo non lo tormenta meno. E’ un uomo triste che cerca la felicità, ma poi si dimostra tediato, quasi infastidito, dalle varie alternative che potrebbero porre fine alla propria sofferenza. E’ un uomo che, proprio perché passa il tempo ad analizzare la propri situazione e a pensare ad un modo per migliorare la qualità della propria vita, sostanzialmente (e paradossalmente) non la vive. E’ tangibile in quest’opera la contraddizione tra il vivere e il pensare.

Soares incarna l’uomo che farebbe di tutto per uscire dalla monotonia, ma che allo stesso tempo, sguazzandoci dentro da sempre, non accetterebbe di cambiarla mai con qualcos’altro. Che tale condizione sia tanto triste quanto contraddittoria, dettata dalla sfortunata sorte toccata ad un uomo che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, che ha il talento e la sensibilità di un artista ma che la società in cui è collocato e l’epoca in cui vive costringono ad essere un impiegato qualunque (e che sia quindi quella dello stesso Pessoa) possiamo dedurlo ma non saperlo con certezza. L’autore non ha mai ammesso che Soares fosse il suo alter-ego, anche se questo è immediatamente tangibile. Il lettore, inoltre, si trova a dover gestire, al pari di Soares, la continua tensione fra il dentro e il fuori. Il dentro rappresenta il mondo filtrato attraverso la soggettività, che prende forma attraverso i sogni, e che però Soares (non addormentandosi mai completamente) difficilmente riesce a distinguere dalla realtà; il fuori è il mondo così come si presenta all’apparenza. Non a caso, la narrazione si apre con l’immagine di una finestra a cui Bernardo sta affacciato, senza trovare mai il coraggio di voltarsi completamente verso l’interno e, quindi, di scavare dentro se stesso così da poter estirpare in prima persona le radici dell’inquietudine che lo affligge, né l’istinto di affacciarsi verso l’esterno e godersi appieno la vita sociale che gli è stata destinata.

Personalmente, non ho letto questo libro tutto d’un fiato, non l’ho divorato in poche ore come faccio con le opere che amo, ma ho preferito digerirlo a piccole dosi per evitare di essere immediatamente travolta dal pessimismo che, pur tra mille contraddizioni e qualche barlume di speranza presente qua e là, resta comunque sempre sullo sfondo. Lo consiglio tuttavia per lo stile meravigliosamente sui generis adottato dall’autore, e perché sul piano contenutistico delinea (in negativo) i limiti del riflettere, oltrepassati i quali il processo che ogni uomo cosciente è spontaneamente portato a fare necessita di una fine e, magari, di una auto-assoluzione.

Inoltre, avendo avuto modo di leggere anche Saramago e Borges, ho constatato che la tendenza all’introspezione, insieme con l’esasperata malinconia e il senso di frustrazione che da questa derivano, caratterizza molti autori vissuti nello stesso periodo storico, e chiunque sia incuriosito dal venire in contatto con questa corrente (piuttosto maledetta) non può non leggere il capolavoro di colui che ne è stato l’iniziatore e, senza dubbio, il massimo esponente.

 

Pessoa è stato accostato spesso all'occultismo e al misticismo
Fernando Pessoa è stato spesso accostato all’occultismo e al misticismo

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

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