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Il lavoro nero: causa o effetto?

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Costume e Società, Recenti

di Filippo Giampapa

Stando ai dati forniti da Eurostat, il tasso di disoccupazione in Italia ha raggiunto, a Febbraio 2014, il 13%, contro poco più del 10% francese e del 7,1% britannico.

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Negli ultimi 7 anni è cresciuto di più di 7 punti percentuali, minacciando una continua ascesa verso valori insostenibili. Nell’Europa della crisi, a sua volta nella crisi dell’Occidente, l’Italia è dietro soltanto alla Grecia, in cui il tasso di disoccupazione a dicembre del 2013 era del 27% e al Portogallo (tasso al 15,3%).  Il dato è ancora più tragico se pensiamo che in Grecia e in Portogallo si sono verificate situazione altamente critiche che, spesso, hanno anche prodotto scontri e crisi di governo ampie, sanate anche con la forza.  Il dato italiano è preoccupante soprattutto se comparato a quello tedesco, in continua discesa dal 2009 e attestato, il mese scorso, intorno al 5%.

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In Italia affianchiamo un terribile tasso di disoccupazione ad un dato altrettanto terribile che riguarda il lavoro nero. A fine luglio 2013 Il Fatto Quotidiano rivelava che 3 milioni di italiani lavorano in nero, producendo un’evasione fiscale di più di 43 miliardi di euro (dati aggiornati alla fine del 2011).

Scrive il Fatto Quotidiano: <<I numeri, riferiti al 2011 (ultimo anno disponibile), sono stati elaborati dalla Cgia di Mestre, che ha misurato il peso economico del lavoro sommerso presente in Italia. Una piaga che vede coinvolti milioni e milioni di persone: lavoratori dipendenti che fanno il secondo lavoro; cassaintegrati o pensionati che arrotondano le loro magre entrate, disoccupati che in attesa di rientrare ufficialmente nel mercato del lavoro sbarcano il lunario “grazie” ai proventi di una attività irregolare. “Con la crisi economica – esordisce il segretario Giuseppe Bortolussi -l’economia sommersa ha subito una forte impennata. In questi ultimi anni chi ha perso il lavoro non ha avuto alternative: per mandare avanti la famiglia ha dovuto ricorrere a piccoli lavoretti per portare a casa qualcosa. Una situazione che ha coinvolto molti lavoratori del Sud espulsi dai luoghi di lavoro”.>> E aggiunge che “è evidente che chi pratica queste attività irregolari fa concorrenza sleale nei confronti degli operatori economici regolari che non possono o non vogliono evadere. Ma nel Mezzogiorno possiamo affermare che il sommerso costituisce un vero e proprio ammortizzatore sociale“. Bortolussi conclude dicendo che “Sia chiaro, nessuno di noi vuole elogiare il lavoro nero. Tuttavia, quando queste forme di irregolarità non sono legate ad attività riconducibili alle organizzazioni criminali, costituiscono in questi momenti così difficili un paracadute per molti disoccupati o pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese”.  Un paracadute che, il più delle volte, diventa stabile mezzo di trasporto tra un ventotto del mese e un altro. Un mezzo di locomozione che consuma stenti e crea solo smog, ovvero sia altro lavoro nero, lavori sottopagati e azienducole che sfruttano la povertà delle gente per produrre alti profitti, alimentando la sacca della disoccupazione.

Sintomo di una mentalità che non vuole cambiare, il lavoro nero si esprime nelle due facce contrapposte di questa crisi economia.  Produce un individuo che, allo stesso tempo, è vittima e carnefice. La domanda da porsi è: il lavoro nero è figlio di questa crisi o suo diretto complice?

Il lavoro nero è, nonostante esista chi afferma il contrario, una scelta individuale. A parità di benefici esso non è mai preferibile a qualunque forma contrattuale prevista dalla legislazione italiana. Chi, a rigor di logica, preferirebbe lavorare in nero, senza alcuna forma di previdenza sociale, con una retribuzione ridicola, privati della propria dignità, anziché essere assunti come lavoratori dipendenti con un regolare contratto? Il lavoro nero non è una convenienza, o almeno non lo è sicuramente per i lavoratori. Accettarlo, vuol dire produrlo. Le aziende che permettono, e trovano, l’impiego illegale di lavoratori guadagnano due volte: la prima volta sfruttando la disperazione degli individui, la seconda creando una classe sociale che non sa più ribellarsi e dire di no al baratro del nichilismo della propria dignità.

Manzoni soleva dire che di <<se fosse ne son piene le fosse>>, ma l’oggettività è un’arma potente: se nessuno accettasse il lavoro nero, questo non esisterebbe.

In conclusione, è il lavoro nero uno degli effetti di questa crisi economica o, piuttosto, uno dei massimi fattori producenti lo sfacelo nazionale?

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About Filippo Giampapa

COLLABORATORE | Nato in Sicilia nel 1990, coltiva da sempre l'amore per l’arte in genere, soprattutto per la scrittura. Dal 2009 studia presso l'Università degli Studi di Torino. "Germogli Secchi" e "Numeri" sono le sue pubblicazioni disponibili su Amazon in ebook e brossura.

11 pensieri su “Il lavoro nero: causa o effetto?

  1. Condivido la tua antipatia verso l’evasione, ma converrai con me che la situazione che stiamo vivendo fa tutto fuorchè aiutare il cambio di mentalità che ci auspichiamo. Anzi in molti casi è proprio un impedimento materiale.

  2. Per Alessio: pensi che medici, professionisti, professori che danno lezioni private (anche illegalmente ai ragazzi del loro liceo) stiano morendo di fame? Io penso proprio di no.
    Un altro discorso è quello delle imprese: tantissimi imprenditori non riescono a pagare le tasse, è vero, e molti altri altri non guadagnano un euro pur di pagare i contributi ai loro dipendenti.
    L’evasione è un problema serio, serissimo. Lo vorrei fare capire alla figlia del dentista che, con i soldi delle mie tasse universitarie, ha diritto ad alloggio e mensa gratuiti ed a una borsa di studio annuale. Secondo lo Stato, questa gente o paga le tasse o mangia. Io non sono d’accordo.

    1. Sono d’accordo con te sul fatto che professori che danno ripetizioni probabilmente se la passano meglio di altri. Tuttavia quello delle ripetizioni è un fenomeno che c’è sempre stato, anche prima della crisi, quindi non possiamo attaccarci a queste cose. Il punto non è questo, il punto è che la maggior parte della gente non sa a cosa servono le tasse in uno stato a moneta sovrana (sottolineo a moneta sovrana, che ahimè non è il nostro caso). Le tasse non finanziano la spesa pubblica. La spesa pubblica si finanzia da sè, per il semplice fatto che è lo stato il proprietario della moneta, e può crearla dal nulla, cioè stamparla e immetterla in circolo. Le tasse sono lo strumento che lo stato ha per controllare l’economia, cioè per tenere d’occhio la quantità di denaro in circolo e regolare così l’inflazione. Pertanto lo stato a moneta sovrana può permettersi di alzare le tasse “facendo cassa” nei momenti di prosperità, e abbassarle nei momenti di crisi per permettere all’economia di rilanciarsi, come è logico che sia. Noi purtroppo non abbiamo sovranità monetaria, ciò vuol dire che non possiamo stampare euro per finanziare la spesa pubblica, ma dobbiamo prenderli in prestito da chi li stampa (la BCE), e puntualmente restituirli indietro. Ecco che allora le tasse servono veramente a finanziare la spesa pubblica, perchè lo stato deve riavere indietro i soldi che devono essere restituiti. Il punto cruciale è che con questo sistema si ribalta quanto detto prima: nel momento di crisi lo stato è impoverito, e quindi deve tassare maggiormente i cittadini per avere i soldi da restituire, strozzando ancor di più l’economia e entrando nel circolo vizioso che stiamo vivendo. Spero di essere stao breve e chiaro allo stesso tempo.

      1. Alessio, va bene, tanti di noi hanno studiato macroeconomia e pure io, ma non è questo il punto che volevo sottolineare nell’articolo. Indubbiamente lo Stato ha la sua parte di colpa in questa faccenda, ma non possiamo giocare al “Mamma, Ciccio mi tocca; toccami, Ciccio”. Le azienducole e i liberi professionisti che deliberatamente scelgono il nero e l’evasione dovrebbero tutte fallire oggi stesso ed esse estradate, fosse per me.

        C’è bisogno di un cambio di mentalità, e di cultura, oltre che un più forte controllo da parte dello Stato.

  3. Questo è un punto fondamentale che molti ancora non hanno capito. Il lavoro al nero e l’evasione fiscale in generale sono il tentativo disperato da parte dei cittadini di trattenere beni finanziari all’interno del non-governo, cioè dell’ambiente che racchiude la totalità della cittadinanza, cercando di ammortizzare la folle tassazione che lo stato impone.
    È lo stato che immette il denaro nel settore privato. Il settore privato non può creare il denaro: per averlo a disposizione lo deve ricevere dallo stato. È lo stato che mette in circolo soldi, attraverso la spesa pubblica. Successivamente per controllare l’economia, lo stato impone le tasse riprendendosi il denaro. Va da se che se lo stato ci da 100, e poi ci toglie 100 a noi non rimane un bel nulla, abbiamo 0 in tasca, ed è quello che succede oggi, si chiama pareggio di bilancio, i pazzi che ci governano lo hanno messo in costituzione. Evadendo le tasse il settore privato restituisce meno soldi allo stato di quanto dovrebbe. L’evasione fiscale può essere una cosa antipatica, anzi lo è, ma come ho detto, non è altro che un tentativo di migliorare il bilancio del settore privato.

      1. Se lo stato facesse il suo dovere nessuno, a parte le ovvie e sparute eccezioni criminali, sentirebbe il bisogno di infrangere la legge (con tutti i rischi che ciò comporta) per avere qualcosa in più. La colpa di ciò è dello stato, non di chi evade. La maggior parte degli evasori non ha scelta, pagare le tasse o mangiare, quindi più che un tentativo è una necessità.

  4. ma uno dei massimi fattori producenti lo sfacelo nazionale non sarà più che altro una classe dirigente non all’altezza di capire l’evolversi delle situazioni piuttosto che la povera gente?

    1. Quasi certamente, ma su quello non abbiamo dati sui quali lavorare. L’articolo vuole mettere in evidenza che i diritti (come quelli ad un lavoro retribuito e a norma) non si ottengono accettando i compromessi che le aziende continuano a chiedere.

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