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Bajkal: il lago sacro

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Cucciolo di nerpa
Cucciolo di nerpa

Contiene circa 1/5 delle riserve di acqua dolce del pianeta, ha una lunghezza di 620 km, le sue acque sono le più profonde al mondo (il punto più basso misura 1637 metri). È il Lago Bajkal, scrigno di biodiversità con ben duemilaseicentotrenta specie diverse di animali e piante, di cui più della metà endemiche: pesci, alghe, spugne, crostacei e anche l’unica foca d’acqua dolce al mondo, la nerpa. Sono la purezza dell’acqua e la sua ricchezza in ossigeno l’origine di questa abbondanza e varietà di vita. Le sue acque sono così limpide che si può riuscire a scorgere un oggetto a una profondità di ben quaranta metri. Questo accade in Primavera, quando il lago è di colore azzurro. In Primavera e in Autunno, quando la sue acque hanno accumulato calore e la temperatura più alta permette ad animali e piante di svilupparsi, esse virano verso il verde, e anche la visibilità scende.

Nelle lingue delle diverse tribù e popoli che hanno abitato queste terre, il Bajkal viene chiamato mare («glorioso mare, sacro Bajkal», recita una canzone popolare russa). Gli esploratori russi che giunsero qui nel XVII secolo adottarono questo nome dall’etnia degli jakuti. Gli storici e i linguisti sembrano concordi nel far risalire l’origine del nome dalle radici turco-mongole baj e kjol («acque ricche»). Il Bajkal è un lago di montagna. Le coste che vi si affacciano, ripide e scoscese, sono caratterizzate a Nord dalla presenza di larici e pini, mentre a Sud sono più steppose e ricordano la Mongolia. Il lago ha circa trecento affluenti e un solo emissario, l’Angara.

 

I buriati praticano la pastorizia. Non ci sono pascoli delimitati e il bestiame è libero di spostarsi. © Irene Iacono
I buriati praticano la pastorizia: non ci sono pascoli delimitati e il bestiame è libero di spostarsi – © Irene Iacono

 

L’Inverno qui è lungo e solo alla fine di Maggio le acque del lago, prigioniere del ghiaccio, finalmente si liberano. Agosto è il mese più caldo, la temperatura si aggira tra i 16 e i 18 °C  ma il tepore dura poco perché l’Autunno è precoce e giunge già alla fine di Agosto. Maestoso, immenso e silenzioso, il Bajkal è circondato da fitte foreste di conifere (la taiga) e da vette che sfiorano i tremila metri. Solo nel 2013 la straordinaria scoperta, per il mondo geologico e non solo, del ritrovamento su una delle montagne più inaccessibili di un ghiacciaio datato centomila anni.

Tuttavia, negli ultimi anni, si è registrato un pericoloso aumento dell’inquinamento delle acque. Tra i principali fattori contaminanti il fiume Selenga, l’affluente principale del Bajkal che, dalla Mongolia, si immette nel lago portando con sé i residui nocivi che le industrie scaricano nelle acque durante il suo percorso. Altre fonti inquinanti sono la centrale idroelettrica del fiume Angara (sul quale sorge Irkutsk) e la cartiera di Bajakl’sk vicino alla punta Sud del lago che, seppur chiusa da qualche anno, continua a versare le scorie accumulate. Pesticidi e fertilizzanti utilizzati in agricoltura non fanno che aggravare ancora di più l’equilibrio precario di questo lago.

 

Il villaggio di Chuzir © Irene Iacono
Il villaggio di Chuzir – © Irene Iacono

 

Delle ventidue isole che presenti sul lago, solo una è abitata: l’isola di Olchon. Lunga 70 km, essa si trova a circa 250 km da Irkutsk. L’origine del nome («un po’ boschivo») rimanda all’aspetto caratteristico del suo paesaggio, per metà ricoperto da taiga, per metà da steppa. Сon una media di sole sessantaquattro giornate nuvolose l’anno, gli scenari incontaminati che offre sono una continua scoperta. Allontanandosi dal villaggio di Chužir (in cui i turisti sostano solo per pochi giorni per poi riprendere il loro viaggio con la Transiberiana) la strada sabbiosa – non esistono strade asfaltate sull’isola – disegna morbide curve che scandiscono un susseguirsi di colline, boschi, spiagge dalla sabbia finissima, promontori rocciosi, piccole insenature, strapiombi sul mare. Dalla riva opposta, sulla terraferma, si innalzano le montagne che, nell’arco della giornata, si tingono delle sfumature più suggestive. Tutto è immobile e persino i rumori giungono ovattati.

 

Nei luoghi di particolare energia i buddisti sono soliti appendere nastri colorati. Ogni colore ha una sua simbologia. © Irene Iacono
Nei luoghi di particolare energia i buddisti sono soliti appendere dei nastri colorati: ogni colore ha una sua simbologia – © Irene Iacono

 

Nei trenta chilometri che percorro in bicicletta non incontro quasi nessuno e anche i villaggi dei buriati (la minoranza etnica che, assieme ai russi, abita l’isola) sembrano disabitati e un po’ spettrali. Nonostante il turismo sul Bajkal abbia vissuto un boom negli ultimi tempi (all’anno si contano circa un milione di turisti), ad Olkhon i flussi sono relativamente limitati e si concentrano su Chužir. La vita sull’isola si riduce all’essenziale e offre poche distrazioni, se non la mutevolezza della natura selvaggia, gli spazi di bellezza e solitudine .

Olkhon è un luogo sacro per i buriati. Tuttora sono seguaci di uno sciamanesimo che, nei secoli, ha conservato i suoi tratti originari e non ha subito gli influssi del buddismo. Secondo i buriati, l’isola è  uno dei cinque poli di energia sciamanica e sono molti i posti considerati sacri e inviolabili verso i quali anche i turisti devono mostrare una forma di rispetto. Tra essi la montagna Žima (che in lingua buriata significa «signore dell’isola»), verso la quale giungevano in pellegrinaggio sciamani da tutto il Bajkal e sulla cui sommità venivano a contatto con le forze occulte del luogo e, per un anno, godere di un rapporto indissolubile con il dio. Altri siti sacri sono la Roccia dello Sciamano, nella cui caverna si credeva vivesse lo spirito dell’isola, e Capo Burchan, dove nell’antichità venivano offerti i sacrifici al Bajkal.

Non si tratta di una patina folklorica data per attirare i turisti. Lo sciamanesimo è ben radicato sull’isola e gli sciamani esistono tuttora, sebbene quelli autentici si contino sulle dita di una mano e sia molto difficile riuscire ad incontrarli. Negli ultimi giorni gli incendi sulla terraferma avvolgono Olkhon in una cappa di fumo. Il clima secco, i venti, la mancanza di mezzi e il fatto che le fiamme si diffondano in luoghi impervi rendono ogni anno l’emergenza sempre più allarmante.

Le montagne che normalmente svettano sulla riva opposta sono nascoste da una foschia compatta e al tramonto il sole viene inghiottito da una nebbia densa e lattiginosa. L’isola sembra ancora più lontana e isolata da tutto. Il mio è solo un arrivederci.

Penso già al prossimo viaggio che sicuramente farò in Inverno, quando il lago mi accoglierà con le sue sconfinate distese di ghiaccio blu e turchese.

 

 

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About Irene Iacono

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Classe 1986, originaria di Cavazzo Carnico (UD). È laureata ad Udine in Traduzione e Mediazione culturale. Vive a Mosca ma, appena può, si rifugia tra le montagne della Carnia. Le sue passioni sono la letteratura, i viaggi, le lunghe camminate, il cinema americano classico e la sua gatta Zuzula.

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