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Il destino della Turchia, tra la gloria e il dirupo

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Recep Tayyip Erdoğan (1954) è un politico turco. Sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998, leader del Partito AKP e Primo Ministro dal 2003 al 2014, attualmente è il 12° Presidente della Repubblica di Turchia

Le elezioni di Domenica 1° Novembre hanno decretato la vittoria dell’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, trad: Partito per la Giustizia e lo Sviluppo): con il 49,35% dei voti, il partito filo-islamico di Recep Tayyip Erdoğan ottiene la maggioranza assoluta (316/550 seggi) in Parlamento, facilitando l’attuale Presidente nelle operazioni di Governo. Brutto arresto, invece, per la compagine politica filo-curda HDP (Halkların Demokratik Partisi, trad: Partito Democratico del Popolo) che si assesta al 10,6%, conquistando soltanto 59 seggi. Il sangue curdo versato non è bastato a scuotere le coscienze di un popolo fortemente disgregato, sotto il profilo etnico e culturale. La Turchia dai mille volti ha riconsegnato le chiavi della sua democrazia ad Erdoğan – non propriamente uno stinco di santo – e la cui condotta non ci consente di annoverarlo tra i leader internazionali più egualitari del momento. Ma il Sultano non si limita a schiacciare gli oppositori: vuole cambiare la Carta Fondamentale in senso presidenzialista e più incline ai precetti islamici, a discapito del principio di laicità che nelle ultime decadi aveva imperniato la Costituzione turca.

Erdoğan sì, Erdoğan no? In verità, la Turchia è divisa tra coloro che anelano al cambiamento – che avvicini la Nazione agli standard occidentali ed europei – e chi preferisce ripiegare su quelle poche (ma solide, fino a questo momento) certezze che rendono “stabile” il Paese. Una rivoluzione dagli esiti incerti o una governabilità sicura, seppur aspra e repressiva? E’ questo il reale quesito che si cela dietro la figura del Sultano. Ed i cittadini turchi hanno scelto quale strada del bivio intraprendere. La politica sciovinista di Erdoğan, fondata sulla paura, ha sgominato le debolezze dei suoi oppositori – profondamente divisi e privi di un leader forte e credibile che potesse fronteggiarlo a viso aperto – ed ha trasformato il Sud-Est della Turchia (a maggioranza curda) in un campo di battaglia. Le stragi di Suruç (20 Luglio 2015, 32 morti e 104 feriti), di Ankara (11 Ottobre 2015, 95 morti e 240 feriti) e l’uccisione dell’attivista curdo Haci Lokman Birlik (4 Ottobre 2015) sono le ultime tragedie di una lunga serie, che attanagliano il Paese nella morsa dell’emergente Vladimir d’Arabia.

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I risultati delle ultime Elezioni Nazionali in Turchia, avvenute il 1° Novembre 2015

Già, perché il paragone con Putin è encomiabile: se dal punto di vista interno Erdoğan mira all’instaurazione di una dittatura velata, sul fronte internazionale è pronto a battere i pugni sul tavolo, ergendosi a figura di rilievo del Medio Oriente, allungando le mani in Siria e minacciando l’Unione Europea con il missile più in voga e temuto degli ultimi mesi, ovvero la questione dei migranti. Il rafforzamento islamista, la militarizzazione delle sue fazioni politiche, l’alleanza con l’esercito, l’influenza sul potere giudiziario e i bavagli all’informazione completano il dipinto di una Turchia frammentaria, parzialmente compiacente all’ISIS (poiché avverso alla popolazione curda) ma decisiva nello scacchiere globale.

Decisiva al punto che anche la Germania di Angela Merkel è dovuta scendere a patti con Erdoğan, insieme con tutta l’Europa: non considerare il Sultano significherebbe portare il caos in un Vecchio Continente sfibbiato, i cui Stati membri faticano a trovare punti di incontro su questioni cruciali e che rischiano di eclissare un’Unione ingabbiata tra le beghe degli USA, del BRICS, del Middle East e nondimeno di quella Turchia così ripudiata a Bruxelles. Proprio come Mu’ammar Gheddafi Saddam Hussein, le Nazioni più floride e gli Organi più nevralgici (ONU e NATO) del pianeta devono fare i conti con i dittatori, ma c’è un problema: la Turchia non è la Libia e nemmeno l’Iraq. Parliamo di un Paese – numericamente ed economicamente – molto più attrezzato e le forze armate turche rappresentano il secondo esercito più grande del North Atlantic Treaty Organization e seppur l’economia locale sia in panne, i progetti di espansione economica (coadiuvati dal fallimento siriano) previsti da Erdoğan in campagna elettorale mirano a cambiar tendenza, con una forte leadership in politica estera. E i dissidenti che osano contraddire il cammino intrapreso dal presunto Stato Neo-Ottomano, pagano con la loro stessa vita: i militanti/miliziani del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, trad: Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ne sanno qualcosa.

La Turchia (da sempre ambigua, come la sua collocazione territoriale tra Oriente ed Occidente) vuole ritornare grande, pretende un posto di prim’ordine nei luoghi che contano, non disprezza l’utilizzo di qualunque strumento (lecito ed illecito) per raggiungere il suo scopo. Ma anche le maniere forti, prima o poi, hanno un prezzo: quello delle guerre civili, delle rivendicazioni e dei diritti umani.

Gli unici in grado di far tramontare le dittature cruente ed apparentemente “stabili”. La Turchia, insomma, si ritrova funambolicamente sospesa in un filo sottilissimo, tra la gloria e il dirupo. 

Ed intanto, il mondo intero resta a guardare.

 

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About Emanuele Grillo

DIRETTORE RESPONSABILE | Classe 1991, siciliano fino al midollo. Studente di Giurisprudenza, ha frequentato il Liceo Classico della sua città. Appassionato di scrittura, ha vinto numerosi premi. Immerso nella musica sin da piccolo, suona il pianoforte e ha maturato una certa esperienza in ambito corale-polifonico. Idealista, sognatore e pragmatico all'occorrenza, aspira a cambiare il mondo e a tirar fuori il meglio dalle persone; nel tempo libero, comunque, ritorna coi piedi per terra. Europeista ed antifascista convinto, progressista, crede nella giustizia sociale e nel rispetto degli ultimi. Ritiene che la legalità non sia mai un optional. Ama i viaggi, la lettura, la sua terra, il mare e i boschi. Di fede juventina da quando ha memoria, fotografo a fasi alterne, nutre un amore nascosto per l'Oriente.

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