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Il complesso di Telemaco: genitori e figli dopo il tramonto del padre

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“Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre”, di Massimo Recalcati e pubblicato dalla casa Editrice Feltrinelli (2013)

Quale crisi vivono i giovani di oggi, i “nostri” giovani?

La risposta non è semplice: prova a rispondere lo psichiatra Massimo Recalcati nel suo libro Il complesso di Telemaco, indagando a fondo le ragioni che affliggono i giovani nella realizzazione dei propri sogni e dei propri desideri. Certo, la crisi economica, quella crisi comunemente detta ormai da anni, è un fattore che inesorabilmente incide sulle scelte di tutti i giorni, dalla lista della spesa alla vita universitaria, sempre più una “cassaforte” di cui non si conosce la combinazione giusta.

Ma siamo davvero sicuri che, operando una più attenta frattura di senso alla parola “crisi”, così tanto manifestata, non si scovi una radice più intima, più familiare?

Recalcati offre una chiave di lettura al senso di smarrimento provato dai giovani. Lo chiama Complesso di Telemaco: il figlio, il giovane che ha bisogno di radici per sentirsi davvero libero, necessita di Leggi per vedersi capace di scegliere nonché di Limiti per umanizzare la vita e renderla duttile alle proprie passioni; rincorre, o meglio, sente il bisogno di rivedere il Padre, non già un padre impegnato, affettivamente assente, emozionalmente “al tramonto”, ma un padre finalmente umano e intimamente proiettato nella sua vita. Come Telemaco guarda ogni giorno il mare, nella speranza di rivedere le grandi vele della nave del padre Ulisse, il padre-eroe, il padre invincibile, così il figlio di oggi desidera non tanto la libertà e l’indipendenza sfacciate e tutte proiettate verso il borioso senso di godimento dato dalla sregolatezza, ma un padre che riproponga quel limite giusto, oltre il quale non vi è nulla, al di qua del quale vi è tutto: il nido, la regola e, dunque, la vita.

Spiega Recalcati: <<Tutti siamo stati un po’ Telemaco, in attesa che dal mare qualcosa ritornasse, e sempre qualcosa dal mare ritorna, alla fine>>.

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“Telemachus and Mentor”, di Pablo E. Fabisch (1699) per il libro “Les Aventures de Télémaque” di François Fénelon

I giovani vivono il complesso di Telemaco e non già quello di Edipo, personaggi diametralmente diversi: Edipo maschera con l’amore l’odio per il padre, fino ad ucciderlo per possedere sessualmente la Madre. Edipo è l’assenza del limite, è istinto e mancanza di ragione; il suo non è un desiderio che aspira a qualcosa di Altro, piuttosto è il mero godimento del corpo, della perversione, che non è un atto trasgressivo: è infatti molto più trasgressivo giurare amore eterno e fedeltà piuttosto che passare da un corpo all’altro in nome del desiderio intrinseco e crudo. Ad Edipo manca il senso dell’osceno; Telemaco vive invece nella speranza del ritorno, sente con angoscia il tramonto del padre e si aspetta la venuta del padre-Eroe che è il suo nostalgico modello.

In un mondo in cui l’atto istintuale di godimento è considerato l’estrema categoria del vivere, la legge del limite deve guidare i cuori, sia dei figli che effettivamente la cercano, ma anche quello dei padri: infatti non esiste l’imposizione di una regola, di un limite appunto, se colui che esercita questa facoltà non rispetta a sua volta il limite imposto. Il giovane che non cerca il piacere illimitato della sregolatezza deve essere figlio di un padre che rispetta l’indipendenza del figlio, non esercita cioè un controllo autoritario, non gode con istinto quasi primordiale del figlio “suo”, non ne deve possedere la libertà. Piuttosto deve porsi il limite per cui lo deve saper perdere, lo deve lasciar andare, sacrificare la sua “proprietà”.

Esemplare è l’aneddoto che riporta Recalcati sul suo libro: un padre che per la figlia malata in ospedale lascia il suo piccolo “impero finanziario” per accudirla; rinuncia cioè all’immediato godimento dei suoi titoli azionari, per addentrarsi in un altro territorio. Il padre, che non ha mai fatto mancare nulla alla figlia, finalmente si priva della sua “armatura” per donare alla figlia esattamente quello che non ha, il segno della sua mancanza, cioè dei suoi difetti, delle sue emozioni, del suo amore e, quindi, della sua più affettuosa vulnerabilità. Quello che, insomma, non possiede.

La figlia allora non riceverà più il “mangime” di cui il padre l’ha sempre cibata e per cui l’ha fatta crescere senza scomodità alcuna, ma vedrà un padre che rinuncia ad essere la legge (un padre autorevole, al gradino più alto della gerarchia familiare), e che applica su di sé la legge stessa, liberandosi dei <<gesti freddi e anonimi>>, così li chiama l’autore, dettati da quell’armatura.

Cosa ereditare, in ultima analisi, dai padri? Il loro tramonto, la loro armatura che sempre più spesso li estrania dal mondo pieno di dubbi dei figli giovani, oppure ciò che sta dentro, il caldo cuore dell’armatura? E’ sempre una linea sottile quella che determina il cambiamento del punto di vista, cioè quello vincente, che dà una visione del mondo più completa, che può riconoscere gli errori e trovare una risposta.

Bisogna saper interpretare i propri malesseri esattamente come quelli degli altri. I figli vengono guidati dal genitore, ma c’è un tempo in cui i ruoli si ribaltano. Il padre diventa il figlio che deve essere accudito, sostenuto e riportato indietro dal “tramonto”, cioè dal possibile smarrimento.

Interpretare la sofferenza, il dolore, i desideri e i bisogni: qualcosa dal mare ritornerà solo se troverà il profumo di un vento favorevole.

 

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About Anita Gionfriddo

COLLABORATRICE | Classe 1995, siciliana. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Torino. Continua a coltivare la passione per la politica, la letteratura e il giornalismo, seguendo strenuamente gli ultimi pensatori liberi del nostro Paese.

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