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Il caso Chiara Insidioso Monda: la giurisprudenza italiana torna a far discutere

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CASO CHIARA INSIDIOSO MONDA: RIDOTTA A 16 ANNI LA PENA DELL’OPERAIO CHE RIDUSSE IN COMA LA DICIANNOVENNE ROMANA.

 

12207637_1318343724879297_2054941273_nChiara ha solo 20 anni ed è stata condannata due volte: dal suo carnefice Maurizio Falcioni e dallo Stato. Calci e pugni per Chiara Insidioso Monda, ridotta in fin di vita e costretta a vivere per il resto dei suoi giorni su una sedia a rotelle. Non parla Chiara, non si muove. Tanta la rabbia e la delusione dei familiari della vittima, che il 4 Novembre scorso hanno assistito al dietrofront della giustizia che ha ridotto – in Appello – una “esemplare” pena di vent’anni per l’imputato e ormai ex fidanzato della ragazza. Uno sconto notevole: quattro anni in meno, sedici anni. Questo il prezzo per la sua libertà.

<<Scusa Chiara. Scusatemi tutti. Non volevo ridurla così. Sono pentito. Giuro>>. Queste le parole pronunciate in aula dall’imputato, rinchiuso ora nel carcere di Velletri.

Una vicenda che lascia, ancora una volta, l’opinione pubblica interdetta. Una sentenza inaccettabile e per molti versi inconcludente. L’arringa della difesa, durata un’ora e un quarto, si è concentrata sulla riabilitazione del reo, richiedendo la riduzione della pena, una nuova perizia e la derubricazione del reato, da tentato omicidio a lesioni. Ebbene sì, lesioni. Ridurre un individuo in stato vegetativo permanente in Italia significa anche questo. L’allora diciannovenne, il 24 Febbraio del 2014, venne brutalmente picchiata dal fidanzato, che le fratturò la mandibola e un’orbita, spappolandole la milza e provocandole un ematoma al cervello.

Il movente? La gelosia.   

La pena prevista per le lesioni personali è da tre mesi a tre anni, e si intende con tale reato: <<[…] una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente […]>> (art. 582 cp). Ma il problema è proprio questo: le condizioni della vittima non consentono di considerare la figura di reato ora citata e di applicarla al caso specifico. Non si parla di una malattia temporanea, dalla quale prima o poi si guarirà. Il caso è di certo più complesso rispetto a ciò che la difesa vuol dimostrare. Si ha a che fare con la vita di un essere umano, di una giovane che non potrà più condurre un’esistenza dignitosa. Quella che ne esce fuori è una legalità stampella, che regge a stento il peso della sua incoerenza. Sedici anni sono troppo pochi, e le scuse non bastano. Non si tratta solo di rieducare il colpevole e reinserirlo nella società, ma di coerenza giurisdizionale e rispetto nei confronti della vittima e della famiglia.

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Il padre e la madre di Chiara Insidioso Monda

Falcioni in aula se la ride, dà pacche affettuose al suo avvocato e questo provoca la tempestiva reazione del padre di Chiara, che viene preso da un malore. Fuori dal tribunale le proteste non lasciano adito a interpretazioni. La gente è stanca e lo grida a muso duro. Gli italiani sono stufi di veder venir meno le loro aspettative da una giustizia che di giusto ha poco e niente. Hanno paura di ritrovarsi nelle medesime condizioni dei genitori di Chiara, di veder morire i propri figli ed ancora di ritrovarsi con una sentenza che non restituisce nemmeno la metà di ciò che si è perso.

Non esiste la certezza della pena, e laddove uno Stato non garantisce il rispetto dei diritti fondamentali entra in gioco, come un fungo, la giustizia privata. Con questa sentenza, il diritto alla vita, oltre che ad un’esistenza dignitosa, vengono scherniti e ridotti a mero diritto accessorio. Il dispositivo della decisione fa rabbia, e brucia ancor di più, soprattutto quando di denegata giustizia in questi contesti non si può parlare, perché è difesa dall’ombra della legalità. Il nostro è un sistema che lascia impuniti i colpevoli, e i pochi privilegiati si fanno avanti nel ginepraio della giustizia attraverso l’unico modo, che purtroppo  questo Paese consente: il denaro.

Sono troppe le vittime della giurisprudenza, e troppi i graziati da essa. Una vicenda che lascia l’amaro in bocca, che fa riflettere, che scuote le coscienze. Il diritto ad una vita dignitosa, all’integrità fisica, non promanano da qualcuno posto al vertice di un potere, ma sono innati, inviolabili e come tali esigono rispetto e tutela a prescindere dalla volontà di un’autorità giudiziaria.

E Chiara è ancora lì, che comunica con due dita, si fa capire e capisce a sua volta. Resta la delusione e la rabbia di chi fa affidamento alla legge. Nessuna pronuncia, nessuna arringa potrà ridarle la vita che si merita, tanto meno le scuse di chi, quella possibilità, gliel’ha tolta per sempre. 

 

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About Benedetta Caccavo

COLLABORATRICE | Classe 1991, calabrese. Studentessa di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Firenze. Sognatrice solitaria, crede fermamente nel valore e nella forza della giustizia sociale. E' appassionata di telefilm, cinema e musica. Nutre una profonda ammirazione per Charles Bukowski e la sua scrittura. Prova a scrivere dall'età di sei anni, una passione che l'accompagna da tutta una vita. Amante dei gatti e della buona cucina.

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