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Il carcere: quali diritti, quale tutela, quale giustizia?

Pubblicato il Pubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti

carcere_3Il carcere: un tabù, una questione che si preferisce non affrontare. Viviamo in una realtà in cui vige il principio del buttar via la chiave. Ciò che stupisce, però, è che tale atteggiamento non è adottato solo dalla società, anzi. Quest’ultima, semmai, è il riflesso dell’indifferenza assunta per lungo tempo dalle nostre istituzioni.

Cos’è il carcere? Come dovrebbe essere? Per rispondere, basta richiamare alla nostra attenzione l’art. 27 della Costituzione. La fonte suprema, dalla quale discendono i valori alla base di ogni società civile, i principi e le regole del vivere bene insieme:

<<La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte>>.

Tale articolo deve essere letto alla luce dei principi fondamentali espressi dagli artt. 2 e 3 della nostra Carta Costituzionale. In conformità a questi ultimi, la Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo al cittadino, allo straniero e, in ugual misura, a colui che si è macchiato di grave reato, e la pena viene attribuita nel rispetto del principio di uguaglianza formale (art.3, comma 1).  Ritornando all’art. 27, è necessario focalizzare l’attenzione sul termine rieducazione, concetto fondamentale intorno al quale dovrebbe muoversi il nostro sistema giuridico. Un concetto che ha segnato il superamento di una giustizia punitiva, sostituita da una giustizia riparativa. Pertanto, la pena non si configura come un semplice castigo: mira piuttosto alla rieducazione ed al reinserimento nella società. Ma nelle carceri vengono rispettati i diritti inviolabili? Il detenuto mantiene la sua dignità di uomo? <<Sì>>, dovremmo poter rispondere, sulla base di ciò che fin qui abbiamo detto. Ma purtroppo la realtà non è così fedele alla nostra Costituzione. Dobbiamo sempre distinguere, infatti, la teoria e la prassi, due aspetti che nel sistema penitenziario italiano non coincidono. I detenuti vivono in condizioni disumane, la capienza totale di una cella viene superata persino del doppio, il servizio igienico è scadente, la tortura, che in teoria non dovrebbe entrare nelle carceri, esiste e nega la dignità, violando la nostra Costituzione. Il numero sempre maggiore di suicidi nelle carceri si coniuga perfettamente con lo scenario descritto, e non fa nemmeno notizia.

Appare scontata la sentenza della Corte di Strasburgo che valutando le condizioni delle carceri italiane e, constatando il mancato rispetto degli standard minimi di vivibilità dei detenuti, sintomo di una dignità calpestata, ha condannato l’Italia per evidente violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo:

<<Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani o degradanti>>.

Nel Luglio 2009, il caso Sulejmanovic ha richiamato l’attenzione della Corte di Strasburgo sul sistema penitenziario italiano. Il cittadino della Bosnia-Erzegovina, Sulejmanovic, era stato condannato a 2 anni e 5 mesi di carcere per rapina aggravata ed ulteriori reati. A seguito del passaggio in giudicato della sentenza, era stato trasferito a Rebibbia, dove aveva trascorso 4 mesi e mezzo in una cella di soli 16 mq. e condivisa con altre cinque persone. Il carcerato in questione aveva sollevato il ricorso dinanzi alla corte. L’oggetto del ricorso era la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in conseguenza al sovraffollamento carcerario. Le condizioni del carcere di Rebibbia entravano in evidente contrasto sia con i principi della nostra Costituzione, sia con le misure stabilite dal Comitato per la Prevenzione della Tortura (CPT) . Tali norme fissavano a 7 mq. per persona la superficie minima in una cella di detenzione. Un sovraffollamento carcerario pone di per sé un problema sotto il profilo dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (si veda in merito la sentenza Kalachnikov c/Russia, del 15 Luglio 2002).

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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) ha sede a Strasburgo

Dal 30 Novembre 2002 all’Aprile 2003, il ricorrente è stato detenuto in uno spazio pari a 2,70 mq., notevolmente minore rispetto a quello previsto dal CPT. Nel seguente periodo la Corte di Strasburgo, tendendo conto dell’insufficienza dello spazio riconosciuto al detenuto, riconosce la violazione dell’art. 3 della convenzione. In seguito, il ricorrente ha potuto disporre di uno spazio personale progressivamente maggiore pari a 3,24 mq., 4,05 mq. e 5,40 mq.. Per il periodo successivo, la Corte EDU ha riconosciuto un miglioramento della situazione, e di conseguenza esclude che il trattamento abbia raggiunto quel livello di gravità richiesto perché il caso possa essere considerato in violazione dell’art. 3 della Convenzione.  La Corte ha condannato l’Italia a risarcire al ricorrente la somma di 1.000 euro per danni morali.

A fronte del caso Torreggiani e altri, l’Italia è nuovamente protagonista di uno spiacevole processo che deve valutare l’inefficienza del suo sistema penitenziario. La Corte EDU interviene nuovamente in materia di sovraffollamento carcerario, con una sentenza-pilota in cui ha sottolineato che l’eccessivo affollamento degli istituti carcerari italiani rappresenta un problema strutturale del nostro Paese. Con tale sentenza la Corte di Strasburgo, oltre ad accertare la violazione dell’art. 3 della CEDU, ha previsto che le autorità nazionali debbano creare senza indugio un ricorso o una combinazione di ricorsi che abbiano effetti preventivi e compensativi, in modo da poter garantire realmente una riparazione effettiva delle violazioni della Convenzione, risultanti dal sovraffollamento carcerario in Italia. Tale o tali ricorsi dovranno essere conformi ai principi della Convenzione, come richiamati in particolare nella presente sentenza, e posti in essere al termine di un anno dalla data in cui questa sarà divenuta definitiva.

Questa sentenza è la prima che è riuscita a fotografare nitidamente il duro scenario nel quale vivono i carcerati, nonché l’incompatibilità tra il sistema carcerario italiano e le garanzie derivanti tanto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo quanto dalla nostra Carta Costituzionale. Inoltre, con questa sentenza che condanna l’Italia per le condizioni disumane adottate nelle carceri, si evidenzia non soltanto il collasso del nostro sistema penitenziario, ma sopratutto l’inefficienza e l’inadeguatezza dei ricorsi interni, necessari per garantire la tutela dei diritti dei carcerati. La messa in mora di Strasburgo costringe le istituzioni ad assumere una posizione chiara sulla tematica e ad adottare dei provvedimenti che tutelino l’uomo anche nella carceri: interventi che, notoriamente, non sono mai nell’agenda dei Governi.

Dopo un lungo periodo di silenzio – e purtroppo anche di indifferenza – sembra che le istituzioni negli ultimi giorni abbiano mosso i primi passi verso un miglioramento. Il 9 Aprile, infatti, il Senato ha approvato definitivamente una riforma sulle misure cautelari: una soluzione che dovrebbe migliorare la situazione del sovraffollamento nelle carceri. La nuova politica penitenziaria appare conforme ad un nuovo principio ispiratore: manette più difficili per tutti i reati. Rimangono però esclusi dal novero i reati di mafia e di terrorismo. L’idea di fondo della riforma prevede la custodia cautelare in carcere solo extrema ratio. Pertanto, in fase di indagine il PM e il GIP dovranno obbligatoriamente privilegiare altre misure coercitive come l’obbligo di dimora o il ritiro di passaporto etc. e solo quando quest’ultime non saranno sufficienti, si potrà ricorrere alla custodia cautelare in carcere.

Consapevole del fatto che si trattano ancora di piccoli passi, ben distanti da un effettivo e radicale cambiamento, desidero sottolineare che si tratta comunque di passi che si muovono verso una maggiore tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e, dunque, della civiltà giuridica.

 

Man Behind Bars

 

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About Gaia Cappuccio

COLLABORATRICE | Nata a Siracusa, il 3 Giugno del 1993. Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università di Pisa. Ama la lettura e le piace guardare film d'autore.

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