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Il Califfo e il “Daesh”: come tutto ha avuto inizio

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Otto milioni di abitanti e una ricchezza stimata di quasi quaranta miliardi di dollari. Lo Stato Islamico di Iraq e Siria, o Daesh, o ISIS, è nato nel giugno 2014 per restare ed oggi, a distanza di un anno, sembra poter riuscire nell’intento. Ma come ha fatto, nel giro di pochi anni, una piccola cellula terroristica a diventare una minaccia globale di tale portata? Prendendo spunto dall’ultimo reportage di Duilio Giammaria, presentato ieri sera nella trasmissione Petrolio su Rai 1, proveremo a dare delle risposte.

La caduta di Saddam Hussein in un'immagine esemplificativa del 6 aprile 2003
La caduta di Saddam Hussein in un’immagine esemplificativa del 6 Aprile 2003

E partiremo dalla Seconda Guerra del Golfo, in Iraq. La guerra lampo è avviata dagli Stati Uniti nel 2003 contro Saddam Hussein il quale, nel giro di pochi mesi, sarà destituito. Ma il conflitto vero è più lungo. La deposizione del Rais, infatti, insieme con la marginalizzazione dei suoi uomini di etnia sunnita, darà luogo a una sanguinosissima guerra civile tra gli sciiti, sostenuti dagli americani e passati al potere, e gli stessi sunniti. Su questo canovaccio si inserirà anche la guerra santa, di matrice terrorista, combattuta da Al Qaeda contro l’invasore americano ed il governo sciita suo amico. E’ in questo contesto che, nella prigione militare americana di Camp Bucca, nel 2004, l’attuale califfo dello Stato Islamico, Abu Bakr al-Baghdadi, verrà imprigionato e detenuto per circa undici mesi. Ma, quando entra nel campo di detenzione, non è ancora un terrorista; è uno dei tanti imam che operano a Fallujah, roccaforte di sunniti e di qaedisti. E’ durante gli undici mesi di prigionia che Abu Bakr al-Baghdadi verrà convertito all’ideologia di Al Qaeda, e stringerà lungimiranti rapporti con gli ufficiali sunniti dell’esercito di Saddam, anch’essi detenuti. Abu Bakr al-Baghdadi, insomma, uscirà dalla prigione come un soldato di Al Qaeda, subordinato all’autorità di Bin Laden. Negli anni combatterà la sua guerra santa con la violenza fino a quando, nel 2010, diventerà leader di una delle tante cellule del terrorismo iracheno: lo Stato Islamico dell’Iraq. Nel 2011, due fondamentali eventi per il futuro califfo. Il primo è che gli americani, sull’onda della propaganda anti-bellica di Obama, lasciano l’Iraq. Il secondo è che in Siria, sulla scia delle primavere arabe, scoppia la rivoluzione. Si tratta di errori colpevoli dell’Occidente, ma anche di incredibili congiunzioni astrali, che il futuro califfo Baghdadi saprà sfruttare.

Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamatosi califfo dello Stato Islamico
Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamatosi califfo dello Stato Islamico

In Iraq gli americani lasciano una situazione bollente, con uno stato di matrice sciita ancora impreparato nella lotta alla ribellione sunnita. In Siria, invece, nella speranza di far saltare l’ultimo dittatore scomodo, Bashar al-Assad, l’Occidente appoggia senza riserve i ribelli. Il tutto senza accorgersi delle inquietanti venature islamiste che la rivolta va via via assumendo. E così, a beneficiare dei cospicui aiuti degli americani, non saranno più tanto i ribelli per la libertà e la democrazia, ma le milizie qaediste di al-Nusra.
Al-Baghdadi fiuta l’occasione e trasferisce il gruppo Stato Islamico nel calderone siriano, con l’impegno ufficiale di combattere contro il dittatore al-Assad, ma la speranza concreta di beneficiare del caos. Si stanzia a Raqqa. Nel giro di un anno la conquista. La battaglia contro Assad lascia il posto all’imposizione, nei territori conquistati, della Shari’a, la legge islamica derivante da una rigidissima interpretazione del Corano. Lo Stato Islamico occupa sempre più territori e, nel Febbraio 2014, arriverà a disporre di ricchezze senza precedenti per una organizzazione terroristica, forte dei pozzi petroliferi conquistati, del contrabbando e, forse, degli aiuti internazionali. Si affranca ufficialmente dall’organizzazione Al Qaeda e lancia il suo sguardo verso l’Iraq.

Dall’amicizia tra al-Baghdadi e i ranghi dell’esercito di Saddam Hussein nasce un’alleanza strategica contro la Repubblica d’Iraq. Grazie a questa mossa, nel Giugno 2014, poche migliaia di miliziani dello Stato Islamico riusciranno a mettere in fuga cinquantamila soldati dell’esercito regolare iracheno armati fino ai denti. Mosul, la seconda città dell’Iraq, è conquistata e il salto di qualità è totale. Con la presa di Mosul, infatti, è conquistato anche un arsenale militare da tre miliardi di dollari, e vengono svuotate le casse da quattrocentocinquanta milioni di dollari della Banca Centrale Irachena. Il 4 Luglio al-Baghdadi proclamerà al mondo, dal pulpito della Grande Moschea della città, la nascita del Daesh, sotto le forme di un califfato che avrà lui stesso come califfo, capo politico della comunità musulmana.

Con lo sconfinamento in Iraq, il califfato si è assicurato ulteriori ricchezze provenienti dai locali pozzi petroliferi. Al Qaeda, con la quale l’ISIS è anche entrato in conflitto ideologico, è stata completamente surclassata. Grazie al sapiente uso della propaganda digitale, alla divulgazione di video e documenti volti a terrorizzare l’Occidente e al tempo stesso suggestionare nuove reclute, si è creato un franchising multinazionale del terrore. Ad oggi gruppi terroristi islamisti di 13 Paesi diversi hanno giurato fedeltà al califfo per apparirne sotto la bandiera. E, si calcola, i foreign fighters, i volontari provenienti da tutto il mondo per arruolarsi tra le fila del califfo, sono più di venticinquemila.

Ma, nelle ultime settimane, la continua espansione territoriale del califfato sembra essersi arrestata, grazie all’azione delle forze di terra dell’esercito regolare iracheno, dell’Iran e dei peshmerga curdi, supportata dai raid aerei della coalizione di Parigi, sorta all’indomani dell’attentato di Charlie Hebdo. Secondo fonti locali, addirittura, saremmo vicini ad una controffensiva su Mosul. Tuttavia è innegabile che lo Stato Islamico abbia risorse sufficienti, economiche e belliche, per resistere a lungo. Ancora di più se la Comunità Internazionale non si dimostrerà unita e risoluta, e se paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia non prenderanno posizioni chiare e definite. Considerati i quotidiani crimini cui assistiamo nei territori governati dal califfo, la responsabilità di Occidente e paesi arabi è molto alta, e puntare sul semplice logoramento interno, per svariati motivi, potrebbe non essere la scelta giusta.

 

isis

 

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About Fabrizio Giovanni Vaccaro

COLLABORATORE | Classe 1991, è nato e cresciuto ad Augusta (SR). Diplomatosi al Liceo Classico "Megara" della sua città nel 2010, ha scelto poi di emigrare a Roma, dove studia Medicina e Chirurgia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nutre essenzialmente tre passioni: l'attualità, la politica, l'Islam ed il Medio Oriente.

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