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I tumori del sangue: dolori e speranze di un universo complesso

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I tumori del sangue, che in gergo vengono chiamati emopatie maligne o neoplasie ematologiche, rappresentano il 10% dei tumori del nostro Paese, con circa 40.000 casi diagnosticati ogni anno. Al di là del semplice ma non poco indicativo dato epidemiologico, l’impatto di queste neoplasie è enorme, preoccupante e il continuo succedersi delle ricerche e di nuove scoperte insieme all’aggiornamento costante dei protocolli terapeutici ha migliorato la prognosi di patologie fino a poco tempo fa inesorabilmente fatali. E ci sono i due soliti, grandi estremi. Da una parte la Leucemia Linfoblastica Acuta, che rimane il tumore più frequente dell’età pediatrica, fino agli anni ’60 considerato incurabile, esso portava con sè tutto il carico drammatico che solo una malattia senza cure riesce a possedere. Finché Donald Pinkel, del St. Jude Children’s Research Hospital di Memphis, rivoluzionò la terapia di questo tumore con una frase rimasta scolpita a chiare lettere nella storia della medicina: <<La LLA si può, si deve guarire con l’uso associato di più antiblastici e di terapia precoce sul sistema nervoso centrale>>.

 

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Leucemia Linfoblastica Acuta

 

Da allora, di decennio in decennio, il miglioramento dei protocolli di terapia ha dato il via a una rapida ascesa verso il controllo di una malattia che aveva rappresentato una condanna a morte fino a non molti anni prima. All’altro estremo, purtroppo, l’incurabile, quel tumore del sangue per cui ancora oggi i libri del settore recitano la frase: <<Non è stato registrato alcun caso di guarigione completa>>.

Fulmineo, inesorabile, progressivo, infausto, atroce. Questo climax riassume all’interno di uno spettro di malignità ancora oggi difficile da combattere una delle più terribili neoplasie umane: il Mieloma Multiplo. Un tumore che deriva da una plasmacellula (cellula del sangue che dà origine agli anticorpi e che a sua volta deriva dai Linfociti B) impazzita, fuggita dai linfonodi, migrata nella compagine del midollo osseo, la fabbrica delle cellule del sangue localizzata nelle ossa, dove comincia la sua – inizialmente – silenziosa proliferazione, fino a creare un esercito di numerose cellule figlie maligne, tutte uguali alla plasmacellula madre, tutte con la stessa carica di aggressività. Questo esercito che cresce dentro le ossa è una massa molliccia che prende nome di plasmocitoma o mieloma multiplo. Ed erode le ossa, invade il circolo sanguigno, distrugge il rene, rende nulle le difese anticorpali e si muore per le gravi infezioni batteriche che normalmente sono arginate dal sistema immunitario, oltrechè per l’insufficienza renale.

 

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Mieloma Multiplo

 

La chemioterapia e la radioterapia sono palliative per questo tipo di tumore ematologico, il tentativo che può essere fatto è un trapianto allogenico di midollo osseo, ma viste le controindicazioni di questo nei pazienti più anziani (dove il mieloma si verifica con maggiore frequenza, salvo le rare forme ereditarie giovanili), la terapia del mieloma rimane oggi un serio problema clinico. Spiragli di debole luce arrivano da studi sperimentali condotti su farmaci che selettivamente vadano a colpire la cellula tumorale o i prodotti di cui essa abbisogna per sopravvivere e riprodursi, nonchè i geni che vengono a essere attivati in maniera anomala consentendo la crescita incontrollabile del tumore. Uno di questi farmaci “biologici” ancora in sperimentazione (il cosiddetto trial clinico) è il Siltuximab, un anticorpo diretto contro una sostanza, l’Interleuchina 6, necessaria per la sopravvivenza della plasmacellula maligna. I tumori del sangue sono tanti, diversi tra di loro ( in quanto possono originare da una delle diverse cellule che normalmente circolano nel sangue) e ognuno è un’entità a se stante, con una prognosi, una storia naturale, delle caratteristiche anatomopatologiche tutte sue e che come tale richiede una terapia differente, mirata. Questa diversità ha abituato e in un certo senso costretto la parte di mondo scientifico che se ne occupa a studiare ed elaborare classificazioni sempre più aggiornate e complesse. Questa diversità rende chiaro il concetto, salvo future (e auspicabili) scoperte epocali, che non esiste un’unica cura per i tumori del sangue (ma il concetto è estensibile a gran parte dei tumori umani), ma tante possibilità terapeutiche diverse in conseguenza della grande diversità fra un tumore del sangue e l’altro.

 

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Plasmacellule

 

E si è rincuorati quando, da baluardi della Medicina quali Nature Medicine, emergono studi come quello condotto da un gruppo di ricerca del’IRCCS dell’Ospedale San Raffaele di Milano che ha collaborato con dei ricercatori dell’Harvard Medical School di Boston. I ricercatori italiani e americani hanno scoperto che in numerosi linfomi, leucemie e persino mielomi, il tumore è in grado di esprimere la proteina STK4, che è in grado di disattivare un gene “guardiano” del nostro genoma, YAP1, il cui compito normale è quello di fungere da gene oncosoppressore: individuare cioè la cellula maligna e indurne il suicidio (ovvero la morte cellulare programmata definita apoptosi). Ebbene, questa scoperta molecolare apre numerosi, promettenti scenari terapeutici: identificata questa proteina tumorale, il passo successivo sarà attaccarla permettendo al gene YAP1 di riprendere la sua normale attività antitumorale. Con la guarigione della neoplasia. Incoraggiante è anche il fatto che vengano identificate anomalie condivise da tumori del sangue diversi tra loro, una sorta di leitmotiv su cui i prossimi lavori di ricerca e di studio continueranno a soffermarsi per capire come arrivare al farmaco che, in maniera mirata e con il minor numero possibile di effetti collaterali, bersagli quel componente che rende il tumore farmacoresistente e così aggressivo e che renda il tumore stesso facilmente aggredibile dalle difese naturali del nostra genoma (vedi YAP1, ma l’elenco è praticamente infinito) che il tumore, all’inizio della sua crescita, ha abilmente disattivato.

Quello dei tumori del sangue è un universo articolato, eterogeneo, spesso di non univoca interpretazione. Un universo dove più che mai è richiesta e necessaria la collaborazione interdisciplinare tra diverse figure professionali, tra diversi specialisti, dove l’unione di capacità e orizzonti dissimili ma tra loro vicini, e dei mezzi che essi possono fornire, aiuti a incasellare la patologia del paziente entro una specifica entità clinica che abbia la sua prognosi e la sua terapia personalizzata.

Ma prima della patologia, prima della mera entità clinica, viene il paziente. Con il suo carico di preoccupazioni, con la sua tenacia e la sua voglia di guarire. Con la sua dignità e la voglia di vivere, che è una lezione di vita per il medico. Qualsiasi ricerca, qualsiasi sperimentazione, qualsiasi attività medica non dovrebbe mai dimenticare che prima si cura il paziente, poi si cura la malattia.

 

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About Riccardo Intruglio

COLLABORATORE | Nato a Siena il 13 Ottobre del 1991. Diplomato al Liceo Classico "E.S. Piccolomini" nel 2010, attualmente studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Siena. Ama la sua città, che ritiene una perla nel mondo, adora viaggiare e scoprire luoghi da ricordare. Avido lettore sin da piccolo, appassionato di scrittura, dalle elementari a oggi non è mai riuscito a smettere. Instancabile curioso, affamato di vita e di scoperte, crede fermamente che si possa imparare più dagli altri che da se stessi.

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