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I Maestri e le Margherite

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Pathos, Recenti

La capacità, e la voglia, di mettere in discussione le proprie certezze è fondamentale per chi intraprende il mestiere del teatro. Il restare eternamente uguali a se stessi, ripetendo che il teatro si fa così, e basta, è da molti inteso come fedeltà al proprio credo artistico. Ma il teatro, diversamente da come vorrebbero far credere i vari accaparratori di adepti, non è una religione e non si fa in un solo modo. Il fatto di aver trovato un metodo che ci è particolarmente congeniale o nel quale riusciamo a tirar fuori il meglio di noi stessi come artisti è una grande fortuna, la quale però non ci esime dal dovere di andare avanti nella nostra personale ricerca. Ed eventualmente – succede anche questo al mondo – modificare il nostro punto di vista. Un metodo, qualunque metodo, è utile se siamo capaci di farlo nostro, declinandolo nel nostro fare scenico, e non ci limitiamo ad eseguirlo alla lettera.

Quanti seguaci di un metodo si impegnano solo a metterne in pratica alla perfezione gli esercizi durante dei seminari, piuttosto che utilizzarli sul palco, ciascuno secondo la propria sensibilità! Certo, è molto rassicurante riempire il proprio portafoglio artistico di santini ai quali votarsi, nella certezza che in ogni momento essi risolveranno qualunque nostro dubbio. Fortunatamente, nonostante in molti ci abbiano provato, nessuno è ancora riuscito a formulare gli articoli di fede del teatro.

Sia detto da subito, qui non si vuole, evidentemente, mettere in dubbio la necessità per ogni artista di avere dei punti di riferimento e delle pratiche che gli siano di guida nel suo percorso. Chi scrive si riferisce a coloro che fanno delle proprie tecniche e delle proprie interpretazioni (proprie o di altri) un dogma, un credo, qualcosa che trascende il fare scenico per diventare oggetto di culto.

Il fatto è che non è solo rassicurante professionalmente venerare un metodo, e di conseguenza, nella maggior parte dei casi, chi ce l’ha trasmesso, ma è persino dolce, bello, appagante. Quei volti, giovani o meno giovani, che ci sorridono dall’alto della loro grandezza, loro su cui possiamo proiettare un’aura di infallibilità, quasi una scienza infusa del teatro, sono per molti l’unica salvezza dalla completa confusione, per altri la scusa perfetta per non cercare nulla di più, limitandosi a praticare il verbo di Tizio. O di Caio, o di Sempronio, giacché quasi sempre dietro un metodo c’è un Maestro, da scriversi rigorosamente con la maiuscola.

Li si chiamino Maestri o in qualunque altro modo, se lo sono davvero l’appellativo sarà loro quasi indifferente. Ricordo un mio insegnante di teatro che io, giovane studente, per rispetto chiamavo appunto <<maestro>>, che replicava ironico: <<Preferisco Tetrarca, oppure Lord Vader>>. E se io insistevo, incontrandolo nei corridoi, a rivolgermi a lui dicendo: <<Buongiorno, Maestro>>, mi rispondeva sorridendo: <<Buongiorno, Margherita>>. La verità è che i veri maestri, coloro che hanno qualcosa da trasmettere e il desiderio e la predisposizione per farlo, non vogliono essere idolatrati, e non ispirano neanche queste reazioni. Ai loro allievi non viene nemmeno in mente di metterli su un piedistallo. E questo non perché questi maestri siano troppo schivi o perché i loro allievi non nutrano abbastanza ammirazione nei loro confronti, ma perché semplicemente il piedistallo è un oggetto di cui né i veri maestri né i loro allievi hanno bisogno.

Dei veri maestri quasi non ci si accorge. Costoro non cercano menti che li esaltino, sarebbe una ridicola perdita di tempo, e l’arte non ha tempo da perdere. I maestri a cui non serve la maiuscola sono persone che, in base alla propria esperienza, sanno dare ad altre persone le giuste indicazioni per aiutarli a trovare il proprio percorso, sanno valorizzare il talento e far sì che chi lo possiede impari a coltivarlo e ad accrescerlo.

In poche parole, i maestri non impongono nulla, non inseriscono corpi estranei o preconfezionati nel percorso artistico di un giovane che è alla ricerca di sé stesso. Chi si comporta così è convinto di possedere la Verità, che è cosa ben diversa dall’avere delle certezze. Le certezze servono da guida e soprattutto si possono e si devono rimettere in discussione. La Verità è assoluta, al contrario dell’arte, e modificarla, per chi crede di possederla, è segno di debolezza.

I veri maestri sono coloro che si pongono molto semplicemente come persone che hanno qualcosa da dare, che possono essere in qualche modo utili alla formazione e alla crescita artistica di altre persone, senza alcuna implicazione personale, e soprattutto senza richiedere in cambio, anche implicitamente, che i propri allievi li trattino come persone superiori o come idoli irraggiungibili, o che considerino i loro metodi come la verità definitiva su come si fa il teatro.

I maestri non vogliono essere irraggiungibili, se lo volessero sarebbero solo delle persone immature, paurose di essere raggiunte. E soprattutto non potrebbero dare nulla, se non instillare in chi li segue un vago senso di inadeguatezza, perfettamente espresso nella frase: <<Non sono mica tizio!>>. No, i maestri vogliono essere raggiunti, anzi superati. O meglio, è loro indifferente. Solo uno sciocco, infatti, ha come obiettivo che gli altri lo considerino superiore.

In conclusione c’è veramente da augurarsi che i veri maestri continuino nel loro lavoro e che chi vuole apprendere realmente un’arte sappia riconoscerli, lasciando con noncuranza che i Maestri continuino ad andarsene in giro a raccogliere Margherite.

 

 

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About Jacopo Zerbo

COLLABORATORE | Nato a Mestre nel 1986, milanese d’adozione, si diploma come attore teatrale alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2009. Ha lavorato, fra gli altri registi, con Jean-Claude Penchenat, Mimmo Sorrentino e Dario Fo, con cui ha anche collaborato alla scrittura di vari testi. Melomane di vecchia data, soprattutto pucciniano, è appassionato di storia napoleonica.

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