JapaneseAmericansChildrenPledgingAllegiance1942-2

I “campi fantasma”: l’internamento dei cittadini americani di origine giapponese

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Recenti, Sabbie del Tempo
USS_California_sinking-Pearl_Harbor
L’attacco di Pearl Harbor (nome in codice “Operazione Z”, ma conosciuto anche come “Operazione Hawaii” o “Operazione AI”) fu un’operazione che ebbe luogo il 7 Dicembre 1941 nella quale forze aeronavali giapponesi attaccarono la flotta e le installazioni militari statunitensi stanziate nella base navale di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii

Conosciamo tutti l’attacco a Pearl Harbor. L’abbiamo studiato a scuola e magari l’abbiamo visto riprodotto in qualche film (più o meno romanzato). Sappiamo tutti che l’attacco aereo da parte del Governo giapponese alle basi militari marine americane lì situate determinò l’inevitabile ingresso in guerra degli USA.

L’odio nei confronti del Giappone era davvero grande: così grande da diventare cieco e da non riuscir più a distinguere i colpevoli dai non, i visi dei piloti che avevano materialmente compiuto l’attacco da quelli degli ignari ed incolpevoli nipponici. Non tutti sappiamo, invece, che nell’isteria di guerra (così come venne riportato nel provvedimento di scuse adottato dal Congresso americano, soltanto nel 1988) non furono fatte distinzioni, ma qualsiasi mezzo venne utilizzato per rispondere a tali aggressioni ed evitare che potessero ripetersi. Perché la conseguenza di Pearl Harbor non fu soltanto l’entrata americana in guerra, bensì la scrittura di un’altra triste pagina di deportazione e d’internamento della quale, per lungo tempo, non si è parlato e che fino ad un ventennio fa veniva ancora giustificata adducendola a motivi militari: l’internamento in campi di prigionia di migliaia di cittadini americani (di origine giapponese), senza effettuare alcuna distinzione tra uomini, donne e bambini, ma soltanto in ragione della loro origine. È vero: l’America ha sofferto moltissimo l’attacco aereo a Pearl Harbor, è vero che occorreva dare una dura ed immediata risposta all’aggressione, che bisognava agire per vendicare i proprio uomini e placare in qualche modo l’opinione pubblica, il cittadino comune orribilmente ferito. Ma ci si può spingere fino a non distinguere più tra autori, artefici, spie e chi con loro condivideva soltanto i tratti somatici? La risposta americana fu .

DSC03981
Executive Order 9066

Il 19 Febbraio del 1942 finirono in questi campi i cittadini americani di origine nipponica, a seguito dell’emanazione dell’Executive Order 9066, per volere del Presidente Roosevelt quattro mesi dopo l’attacco di Pearl Harbor. Obiettivo: prevenire il sabotaggio e lo spionaggio del Sol Levante. Nel mese di Giugno, i giapponesi di prima e di seconda generazione (nati e cresciuti in USA, noti come Nisei) dovettero leggere l’avviso di presentarsi entro due settimane in determinati posti, <<portando con sé solo gli effetti personali>>. Immaginate come un evento, sul quale non avete alcun controllo, possa condizionare così tanto la vostra vita: abbandonare la propria casa, il proprio lavoro, le proprie cose. Dal punto di vista economico, poi, la circostanza non fu esattamente di piccola portata se si pensa che i giapponesi contribuivano a creare circa il 60% della ricchezza in California (dove la maggior parte della popolazione nipponica era stanziata).

La loro reazione non fu violenta, se non si considerano alcuni sporadici casi. Si creò, però, una divisione fra coloro che accettarono la situazione combattendo nell’esercito degli USA (a riprova della loro lealtà) e quelli che rifiutarono l’arruolamento rinunciando, così, alla cittadinanza. Una sorte simile toccò ad alcuni cittadini di origine italiana o tedesca, ma con un’importante differenza: in questi casi non si poteva parlare di “internamento”, poiché chi veniva internato lo era per sospetti circa le proprie azioni, non dunque a priori, basandosi soltanto sul luogo di provenienza. Ai nostri connazionali oltreoceano, infatti, fu concessa regolare udienza in base alle quali molti vennero poi rilasciati.

Dentro i campi di lavoro si viveva ammassati in baracche, con servizi igienici scadenti. Lo si poteva lasciare solo per lavorare le terre o per essere impiegati nelle industrie (naturalmente sottopagati, cosa che ha determinato anche l’arricchimento di chi se ne serviva). Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, anche questo comune sentimento di sospetto misto ad odio per chiunque avesse un viso associabile a quello dei piloti distruttori dell’isola hawaiana ha conosciuto la sua fine (almeno formalmente), i campi vennero gradualmente sgomberati ed i rimanenti uomini rigettati nel mondo “civilizzato”, in cui potevano ricominciare da zero.

Come possono, esperienze di questo tipo, non intaccare profondamente l’animo umano? È proprio vero che l’uomo si abitua a tutto, se si pensa che alcuni non vollero nemmeno lasciare i campi: era quella ormai la loro vita, cosa c’era al di là di quelle recinzioni per loro? Più nulla. Costretti ad entrarci anni prima e costretti (per alcuni) ad uscirne dopo. Il mondo ha dovuto attendere il 1978 per ottenere le scuse ufficiali del Presidente Carter e vedere i sopravvissuti ricevere un indennizzo di 20 mila dollari ciascuno.

L’America è un grande Paese, forse il più libero al mondo; ma com’è stato riportato dalla testimonianza di un internato: <<a volte non riesce a garantire questa stessa libertà>>. La forte reazione emotiva degli USA ha difatti prevalso in quel tempo sul raziocinio, sfociando in una vera e propria isteria bellica che violò, ingiustificatamente ed illegittimamente, i diritti fondamentali dell’individuo.

Si dice che la storia insegna, che va studiata e ricordata per non commettere più gli stessi errori. Non sempre a queste parole, purtroppo, ne sono seguiti i fatti. Da sempre negli Stati Uniti vi è un razzismo latente e che, in alcune circostanze, riemerge persino con prepotenza. Non è un caso, infatti, che oggigiorno si alzino voci che richiedano la limitazione di taluni diritti per i cittadini di origine musulmana, proprio come ai tempi antecedenti l’emanazione dell’Executive Order 9066.

Ed è proprio per questo che la memoria deve farsi più forte: auguriamoci che le testimonianze di queste vicende possano costituire quanto meno un appiglio, di fronte al quale aggrapparsi per non ricadere negli stessi tragici errori.

 

FILE - In this Dec. 7, 1941 file photo, the destroyer USS Shaw explodes after being hit by bombs during the Japanese surprise attack on Pearl Harbor, Hawaii. Wednesday marks the 70th anniversary of the attack that brought the United States into World War II. (AP File Photo)

 

——————–

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Chiara Vilardo

REDATTRICE | Classe 1990, originaria di Sommatino (CL), studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania. Le piace leggere, soprattutto quando si tratta dei romanzi di Ken Follett. Adora la musica che appartiene al cantautorato italiano e negli ultimi tempi si sta avvicinando con interesse al mondo del cinema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *