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“In guerra per amore”: terra e libertà

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Pif (1972) e Andrea Di Stefano (1972) nei panni di Arturo Giammarresi e Philip Catelli

La globalizzante emorragia di immagini di guerra, cui i nostri occhi tentano colpevolmente di sfuggire, ci induce a riconsiderare il capitolo cinematografico sullo sbarco in Sicilia – per la verità poco fortunato, a parte l’immenso Paisà di Roberto Rossellini – partendo dall’oggettività delle testimonianze, dalla lucida e straziante esperienza di chi ha calpestato il campo di battaglia, registrandone orrori e piccoli miracoli. La storia infatti, per fortuna, non si limita ad annotare piani strategici, intercettazioni, nomi in codice (utili senz’altro ai cultori dell’arte della guerra), ma sa anche affidarsi alle intermittenze del reportage, nel senso di forma scritta dello sguardo e dunque prossimo all’idea di un cinema come memoria e documento del reale.

Il nuovo film di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) restituisce le contraddizioni di un evento traumatico quanto frainteso (almeno nella comune fruizione della cronaca), e vale come sottolineatura della profonda ingiustizia di ogni operazione bellica. Prima che la guerra diventasse un grosso affare mediatico, la scrittura dei fatti era affidata al lucido coraggio dei giornalisti sul campo, capaci di sentire gli eventi e di raccontarli senza filtri ideologici, con la sola forza delle immagini e delle parole. In guerra per amore è la storia di Arturo Giammarresi (Pif), palermitano trapiantato negli Stati Uniti, che sogna di sposare la bella conterranea Flora (Miriam Leone), ma lei è già promessa a Carmelo (Lorenzo Patanè), figlio del braccio destro di Lucky Luciano (Rosario Minardi). L’unico modo per ottenere la mano di Flora è quello di chiederla direttamente al padre della donna, rimasto in Sicilia. E siccome anche gli Alleati stanno per sbarcare in Trinacria, Arturo si arruola nell’esercito americano e approda nel paesino di Crisafulli dove comandano, in ordine sparso, la Madonna, il duce, il boss locale Don Calò (Maurizio Marchetti) e un pugno di gerarchi fascisti. I destini di Arturo si incroceranno con quelli degli abitanti di Crisafulli e soprattutto di un tenente dell’esercito yankee, l’italoamericano Philip Chiamparino, entrato in guerra per amore del suo Paese e dotato di un senso alto dell’onore. Tra le righe de In guerra per amore emerge prepotentemente la miseria di gente bombardata eppure festante, esaltata dal fragore dei vincitori, desiderosa di tornare a vivere, anche a costo di elemosinare una manciata di libertà.

Rispetto a certe forzature patetiche il film procede con grande rigore documentaristico; la flessibilità della sceneggiatura e la naturalezza della recitazione conferiscono al racconto incisività e vigore. La sostanza tematica della storia scaturisce da un sapiente equilibrio tra verità e finzione, la combinazione tra cronaca e immaginazione risulta vincente perché alcune situazioni incarnano la poetica neorealista senza rinunciare al pathos. Quel che sorprende del film è la pressoché totale assenza di retorica, la rinuncia a esaltare le ragioni della guerra o la necessità storica dell’intervento alleato; l’ottica di Pif intende piuttosto inquadrare gli effetti dello sbarco sulla popolazione, il tema dell’incomprensione linguistica e culturale fra italiani e angloamericani, la corruzione, il dramma della miseria e della fame, la mafia che non solo uccide ma soffoca e, non ultimo, il sentimento d’amore, finanche di un amore impossibile.

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Miriam Leone (1985) interpreta Flora

Nel rispetto dell’economia generale dell’opera, le vicende isolane (e in particolare del paesino di Crisafulli) sono narrate con estrema concentrazione. Se in altri film dalla stessa tematica tende a prevalere l’estetica dei cosiddetti “tempi morti”, qui tutto appare concitato e fatale, il tempo delle inquadrature è breve, il montaggio rapido e a tratti addirittura sincopato. La concitazione dei discorsi rasenta a tratti la deriva del comico. La faticosa spedizione in territorio siciliano è descritta con misura e rilievo quasi documentaristici, per cui ciò che davvero conta è il paesaggio dei volti, la tensione delle espressioni, la sofferta resistenza dei corpi alle sferzate del vento; nessun indizio lascia intuire la direzione di marcia, lo spettatore non riconosce la geografia dei luoghi – tranne quando si giunge alle saline di Trapani e alla Scala dei Turchi – perché il baricentro del racconto è dato dalle coordinate emotive dei personaggi e non dalla latitudine degli spazi.

L’iniziale stereotipia dei personaggi è via via superata dalla profondità delle inquadrature e dai dialoghi, portandolo infine a riflettere riguardo l’intera vicenda e le dinamiche che rappresentano il motivo per cui è nata la mafia e ciò che risulta ancor più encomiabile è il non minimizzare, il non tralasciare neppure un dettaglio ed il mettere a nudo qualsiasi problematica nella sua interezza. Sfugge a sentenze di condanna qualche battuta mordace («Ma qui è così importante cosa pensa la gente?», «Se la gente viene a sapere che a me non interessa cosa pensa la gente, cosa può pensare la gente di me?»).

Con la denuncia finale, basata su un documento storico davvero importante, il riso si ghiaccia in gola: la Storia finisce col travolgere i più deboli e continua ad essere un disperato gioco al massacro.

 

 


 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, è laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema". Nel 2017 pubblica il suo secondo libro dal titolo "Birdman o (Le imprevedibili relazioni tra cinema e teatro)". Tale lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea, ha come oggetto lo studio dei rapporti tra cinema e teatro, un argomento che attiene a diversi aspetti e che suscita più di una problematica e molteplici connessioni.

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