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Guardiani della Galassia: analisi di un successo

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Dopo un’attesa lunga circa tre mesi, lo scorso 22 Ottobre è uscito in Italia Guardiani della Galassia, ultimo film di casa Marvel. Nel resto del mondo è stato rilasciato tra la fine di luglio e il mese di agosto, battendo record su record e diventando il film di maggiore incasso del 2014 negli Usa. Eppure, è stato tutt’altro che un successo annunciato, anzi, un anno fa nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita di un film del genere. Del resto, chi mai punterebbe su un team di supereroi sconosciuti ai più, di cui fanno parte anche un procione parlante e un enorme albero antropomorfo?

La Casa delle Idee, ormai sicura del suo brand, ha deciso di correre il rischio, basandosi su una prima stesura della sceneggiatura realizzata nel 2009 dall’autrice di fantascienza Nicole Perlman, che all’epoca era entrata a far parte di un programma degli studios per giovani sceneggiatori. Nel 2012, James Gunn (famoso soprattutto per aver scritto i due film di Scooby-Doo e il remake de L’alba dei morti viventi di Zack Snyder) viene scelto come regista e gli viene commissionata una nuova sceneggiatura, che poi sarà quella definitiva.

 

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Anche il casting è stato indubbiamente atipico, perché ai nomi che attirano il grande pubblico sono stati preferiti dei giovani talenti: Peter Quill (alias Star-Lord) ha il volto di Chris Pratt, attore conosciuto maggiormente per i suoi ruoli televisivi in Everwood, The O.C. e Parks and Recreations, qui alla sua prima prova da protagonista. L’assassina Gamora è interpretata da Zoe Saldana, ormai familiare con i grossi franchise dopo la sua partecipazione a Pirati dei Caraibi, Avatar e Star Trek, così come Lee Pace, che abbiamo già visto nei panni dell’elfo Thranduil de Lo Hobbit e che qui interpreta lo spietato e brutale Ronan l’AccusatoreI nomi più hollywoodiani – a parte Glenn Close in un piccolo ruolo – sono quelli di Bradley Cooper, Vin Diesel e Josh Brolin, che però non appaiono sullo schermo ma prestano la voce (nella versione originale) rispettivamente a Rocket Raccoon, Groot e Thanos. A completare il quadro, un insolito Benicio del Toro nei panni dell’enigmatico Collezionista, il wrestler Dave Bautista che interpreta Drax il Distruttore, e una trasformatissima Karen Gillan – che i fan di Doctor Who ricorderanno per sempre come Amy Pond – al suo debutto in una grande produzione cinematografica, nei panni di Nebula.

 

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Col senno di poi, si potrebbe pensare che le premesse fossero già allettanti, ma anche i fan più ottimisti credevano che, nella migliore delle ipotesi, ne sarebbe uscito un cinecomic divertente e strampalato che avesse il solo scopo di alleggerire l’atmosfera, inserendosi fra il robusto Captain America: The Winter Soldier e Avengers: Age of Ultron, già annunciato come uno dei film più drammatici dell’universo cinematografico Marvel.

E allora, come si spiega l’enorme successo – di pubblico e di critica – di Guardiani della Galassia?

Sicuramente, molto si deve alla libertà concessa a Gunn e alle poche pressioni da parte degli studios, che hanno lasciato il regista (relativamente) libero di dar sfogo alla sua vena creativa. Non è cosa da poco, dato che Kevin Feige (attuale presidente dei Marvel Studios) e compagni calcano spesso la mano sulle loro produzioni con risultati non sempre positivi, com’è successo – ad esempio – con Thor: The Dark World e come rischia di accadere con Ant-Man. Dall’altro lato, però, non sempre una maggiore licenza creativa equivale ad una maggiore qualità: emblematico il caso di Iron Man 3, scritto e diretto da Shane Black, al quale è stata data fin troppa libertà, tanto da mandare in bestia i fan per aver “bruciato” uno dei villain più importanti, il Mandarino, e per un finale che ha lasciato molti dubbi.

Quella di Gunn, invece, è la prima space opera degna di questo nome dai tempi di Guerre stellari – non a caso il film è stato etichettato da molti critici come lo Star Wars per le nuove generazioni – nonché uno dei migliori cinecomic di sempre.

 

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Aiutato da una solida base fantascientifica già presente nella sceneggiatura di Perlman, Gunn ha dato un taglio decisamente umoristico al film, dove le gag e le battute (a volte anche demenziali) non servono a smorzare ai toni, ma diventano parte integrante della narrazione.

La formula vincente che ha fatto dei Guardiani un successo è stata quella di prendere archetipi familiari al pubblico (la trama e i caratteri dei personaggi non sono di certo originali), svilupparli in modo classico, ma rendere il tutto unico grazie ad escamotage a dir poco geniali, primo fra tutti l’utilizzo del walkman di Quill: l’unico oggetto che lo tiene ancorato alla sua natura terrestre e che ha un forte valore affettivo perché regalatogli dalla madre scomparsa prematuramente, ma che allo stesso tempo serve da espediente per “condire” l’intero film con una bellissima soundtrack anni ’70, forse il suo vero punto di forza, assieme alla strabiliante fotografia di Ben Davis e all’ottima prova dell’intero cast (sì, compreso Bautista).

Assieme a Captain America: The Winter Soldier, Guardiani della Galassia è l’esempio concreto di come dovrebbe essere un film tratto dai fumetti: citazionista ma non autoreferenziale, con un’impostazione solida e coerente a prescindere dal genere e dai toni, pieno d’azione e/o comicità ma non “giocattolone”. Il sequel di Guardiani della Galassia è programmato per il 2017, ma l’auspicio (e la speranza) è che – nel frattempo – gli altri film di quella macchina miliardaria che è l’Universo Cinematografico Marvel si mantengano sullo stesso livello, incoraggiando progetti coraggiosi di giovani cineasti, che portino aria fresca ad un genere come quello dei cinecomic che, altrimenti, rischierebbe di diventare stantio e ripetitivo.

 

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About Marta La Ferla

COLLABORATRICE | Classe 1993, siciliana, viaggiatrice ossessivo-compulsiva. Studia Lingue e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Catania. Appassionata di musica, letteratura, cinema, serie tv e, suo malgrado, anche di politica.

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