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Giustizia contaminata: Catania, il caso Farmacia

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Tribunale di Catania

Il Tribunale di Catania ha emesso la sentenza riguardo al caso Farmacia. Gli otto imputati per presunti casi di inquinamento ambientale sono stati tutti assolti perché il fatto non sussiste. L’accusa sosteneva che le sostanze inquinanti e radioattive, utilizzate per la sperimentazione all’interno del laboratorio della facoltà, venissero gettate direttamente negli scarichi dei lavandini, senza alcuna cautela per gli studenti ed i ricercatori. Oltre a tale capo d’imputazione – il Pubblico Ministero aveva avanzato l’accusa di omicidio colposo – il processo ne vede altri che vanno dall’inquinamento ambientale, all’omissione di atti d’ufficio ed alla turbativa d’asta. I fatti oggetto del processo sono risalenti al 2007, quando la magistratura catanese sequestrò gran parte dell’edificio adibito al Dipartimento di Farmacia dell’Università degli Studi di Catania per presunto inquinamento ambientale. Da questo, alla struttura ed allo spazio antistante vennero fatti accertamenti per provare se di inquinamento ambientale poteva trattarsi. La perizia rilevò forti percentuali di radioattività, addirittura più forti di quelle che potrebbero esserci in uno stabilimento industriale; ed ecco l’accusa di disastro ambientale e discarica abusiva.

 

  • GLI IMPUTATI :

Chiamati a rispondere a processo delle accuse avanzate dalla Procura della Repubblica Italiana, l’ex direttore amministrativo Antonino Domina, per il quale l’accusa ha chiesto 4 anni di condanna; Lucio Mannino dirigente dell’ufficio tecnico (per lui richiesti tre anni ed otto mesi) e altre persone per le quali era stata proposta la pena di tre anni ciascuna: tre componenti la stessa commissione, Giuseppe Ronsisvalle, Francesco Paolo Bonina e Giovanni Puglisi; il medico competente, Marcello Bellia; il responsabile del sistema per la sicurezza, Fulvio La Pergola; ed infine Franco Vittorio. Durante l’incidente probatorio, sono emersi altri quattro imputati per turbativa d’asta. L’ex rettore, Ferdinando Latteri, fuori dal banco degli imputati perché deceduto nel 2011.

 

  • LE ALTRE PARTI :
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L’Università degli Studi di Catania, fondata nel 1434, è la più antica Università della Sicilia, la tredicesima in Italia e la ventinovesima al mondo

Al processo hanno partecipato ben altre sedici parti, costituitesi per parte civile: i familiari di sei persone decedute per cancro e di sette malati gravi, il Codacons, l’Associazione Cittadinanzattiva Sicilia e la Cgil. L’Università ha partecipato, invece, nella duplice veste d’imputato e di parte lesa.

 

  • IL PROCESSO :

Il processo aveva il compito di accertare le responsabilità di coloro che avrebbero dovuto mantenere gli standard ed i giusti comportamenti all’interno del laboratorio della facoltà. L’inefficienza del laboratorio, oltre alle pratiche di smistamento dei materiali radioattivi, era dovuta dal mal funzionamento delle cappe d’aspirazione: dalla mancanza di protezioni, quali guanti e mascherine, alla cattiva conservazione degli stessi elementi radioattivi. Tutti questi elementi per l’accusa (e per i parenti di malati e defunti) potevano dimostrare un nesso di causalità tra l’inquinamento ambientale del luogo ed il cancro o, in alcuni casi, la leucemia, contratti dai ricercatori e studenti che lavoravano per ore all’interno di quel laboratorio. Il tribunale ha emesso una sentenza che, nonostante ciò, ha riscontrato l’insussistenza dei fatti, assolvendo quindi gli otto imputati.

 

  • GIUSTIZIA CONTAMINATA :

Catania non ha soltanto un edificio adibito al Dipartimento di Farmacia inquinato, bensì l’intero sistema. Una giustizia contaminata, che assolve otto irresponsabili che per loro negligenza ed imperizia hanno distrutto le vite di giovani talenti. Ragazzi che hanno visto la loro vita finire per colpa della ricerca, anzi della “mala ricerca”. Agata, la prima ad ammalarsi di cancro, in quel laboratorio lavorava alla sperimentazione di un vaccino antitumorale. Emanuele, conclusi gli studi cum laude, anziché andare subito a lavorare nella farmacia del padre preferì usare le sue abilità ed intuizioni per sperimentare delle nuove cure. E il primo ad andarsene è stata proprio lui, a soli 29 anni. Fino a quando non ci renderemo conto di appartenere ad un sistema marcio, dove per difendere il buon nome ed i lauti incassi delle Università si è disposti a negare persino l’evidente, non otterremo mai nulla. Assolvere otto colpevoli e riaprire l’edificio, di certo ha portato riscontri soltanto all’istituzione universitaria. Non di certo alle famiglie di quei poveri ragazzi, che si vedono negata la verità da una giustizia che dovrebbe difenderli. Nessuna colpa a nessuno: l’unica, forse, proprio a quei giovani.

Quella di aver creduto nel futuro, di aver lavorato per un Paese che non è più dalla parte dei giovani.

 

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About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

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