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“Gabrielle”: quel tabù chiamato diritti del disabile

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“Gabrielle” (2013) è un film diretto dalla regista Louise Archambault

Il Festival del Film Francofono di Roma 2015 è stato organizzato dall’Institut Français Centre Saint-Louis, e sponsorizzato dalle missioni diplomatiche in Italia dei Paesi francofoni Albania, Belgio, Canada, Francia, Libano, Lussemburgo, Marocco, Senegal, Svizzera e Tunisia. Dopo una settimana di proiezioni, il 31 Marzo è stata la sera delle premiazioni. A vincere come Miglior Film, tra rinomati concorrenti (come il multi-celebrato Timbuktu) è Gabrielle, film canadese diretto da Louise Archambault. La vittoria non è arrivata per sceneggiature straordinarie o disavventure adrenaliniche, quanto per la storia presentata e le questioni sollevate.

Una ragazza disabile e con ritardo mentale, può amare un coetaneo che si trova nella sua stessa situazione? Un disabile, se avverte un anelito di libertà ed indipendenza, può farsi una vita propria? Quanto siamo disposti ad accettare, e comprendere, le esigenze di un diversamente abile? 

Cominciamo dall’inizio, e dalla protagonista che dà il nome al film: Gabrielle. Una ragazza di ventitré anni, con sindrome di Williams, che vive in una comunità per diversamente abili di Montréal. Tutti gli ospiti del centro hanno un vario grado di ritardo mentale geneticamente determinato. Ma ciò non impedisce loro di vivere con gioia le iniziative proposte dagli operatori del centro. In particolare, la preparazione di un concerto corale in vista di un importante festival canoro nazionale.

Sarebbe tutto normale e sotto controllo, se non accadesse l’imprevisto. La protagonista del film si innamora, e varca la soglia di un tabù. L’iniziale simpatia per Martin, anche lui ospite del centro e affetto da deficit congeniti, è ricambiata. La disabile chiede di autodeterminarsi ma la cosa non è permessa. Entrati in territori inesplorati, i due protagonisti del dramma sono spaesati. Ogni loro scelta può essere sbagliata. Non hanno mai ricevuto lezioni di educazione sessuale, né hanno ricevuto i mezzi per affrontare problemi simili. Allo stesso modo, non hanno idea di cosa sia l’amore, di cui forse hanno un’idea bizzarra. Dinanzi alle perplessità e alle ambiguità del caso, scelgono la strada più semplice: l’istinto. E così, quando i rispettivi genitori scoprono la situazione, ci troviamo anche noi catapultati nel tabù.

Cosa fare innanzi a due ragazzi, con ritardo mentale, che vogliono vivere la loro attrazione liberamente? Come porsi dinanzi alle proprie responsabilità di tutori legali e morali? E’ realizzabile una genuina integrazione di queste persone nella società?

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Martin e Gabrielle, in una scena del film

La Convenzione ONU dei diritti dei disabili, approvata nel 2006 e ratificata dall’UE nel 2010, riconosce ai disabili dignità intrinseca pari ai “normo-abili”, e dà quindi una risposta chiara a tal riguardo. Ma, nel concreto, le nostre società sembrano vivere un tabù. Per cui, a queste domande, non si risponde; si procede piuttosto con l’occultamento. In questo modo Martin va in punizione. Non parteciperà più alle prove del coro, né frequenterà il centro per diversamente abili. Gabrielle, dal canto suo, cadrà in depressione.

Dal film, insomma, arrivano le prime indicazioni preoccupanti. Sembrerebbe, infatti, che dell’integrazione di tutti si possa parlare, fuorché di quella dei diversamente abili e dei ritardi mentali. L’accoglienza dell’immigrato è un problema inflazionato, ma dibattuto; la questione dei diritti LGBTI è scandalosa, ma persino su questo gli intellettuali si fanno sentire. E il fatto che omosessuali ed immigrati si possano sentire offesi da questo, sia pur lontanissimo, accostamento, conferma quanto radicato sia il senso di stigma e di vergogna per la malattia mentale congenita. Come se quest’ultima fosse il frutto di una punizione divina, si accantona il problema. Anche in termini di diritti naturali. Ma ovviamente non è una critica allo sconforto, anzi. Sentimenti di sgomento e di angoscia sono del tutto fisiologici in risposta a certe malattie. Figurarsi per quelle rare! Piuttosto il rischio è che, sopraffatti dall’ansia di una situazione non voluta, ci si dimentichi di essere innanzi a persone con diritti inalienabili da tutelare. Questo a maggior ragione per chi, per sua natura, non è autosufficiente.

Potersi rivolgere a strutture specializzate nella gestione di persone con handicap è sicuramente comodo e un importante sostegno. Ma non è abbastanza. La storia di Gabrielle e Martin insegna quanto anche l’ascolto, la pazienza e il dialogo siano importanti, se non fondamentali, nell’approccio con una malattia difficile come il ritardo mentale. Tutti hanno il diritto di essere felici. Ma è difficile raggiungere la felicità se la società ti ignora, se la tua famiglia risponde alle istanze di indipendenza con la punizione ed il rifiuto.

All’acme di Gabrielle si rimane sospesi tra il pessimismo e l’ottimismo. Si conclude che, forse, si fa troppo poco per aiutare i deboli del nostro Paese; che l’assistenza sociale e psicologica dovrebbero essere maggiormente promosse e finanziate. Però Gabrielle si riprenderà dalla mestizia, Martin potrà esibirsi al suo concerto. Ma i loro cari li capiranno? Capiranno che ascoltare i propri figli, e dialogarci, può essere utile anche più di riempirne puntigliosamente le giornate?

L’ingresso in scena di Robert Charlebois, autentica icona della canzone d’autore canadese, sulle note di Sono un ragazzo normale, dà spessore maggiore al finale del film. E’ come se, con prepotenza, i ragazzi chiedessero di essere trattati come persone al pari delle altre, normali nella diversità.

Ma prevedere se, e quando, queste loro richieste verranno esaudite è impossibile. Non sappiamo neanche se la nostra società è pronta per un tale salto. In ogni caso, è auspicabile un serio dibattito sulla tutela dei diritti dei disabili. Soprattutto affinché i Governi non ignorino il problema nel momento dell’azione, e forniscano un adeguato sostegno. Affinché dalla società non derivi più soltanto stigma, ma la possibilità di integrazione e di realizzazione, nel rispetto e nei limiti delle rispettive peculiarità.

Per questo, tra le altre cose, ci congratuliamo con gli autori del film, che sono stati in grado di mostrare un aspetto della nostra società denso di luci e di ombre. Il tutto senza cadere nella banalità e nello scontato, ma trasmettendo emozioni al pubblico, grazie anche all’interpretazione felice degli attori.

Nel 2015, il tabù dei diritti dei disabili è una strada che può, e che deve, essere battuta.

 

 

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About Fabrizio Giovanni Vaccaro

COLLABORATORE | Classe 1991, è nato e cresciuto ad Augusta (SR). Diplomatosi al Liceo Classico "Megara" della sua città nel 2010, ha scelto poi di emigrare a Roma, dove studia Medicina e Chirurgia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nutre essenzialmente tre passioni: l'attualità, la politica, l'Islam ed il Medio Oriente.

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