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Focus on Super Tuesday 2016

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Candidates prepare for Super Tuesday. Top Row L to R: Ben Carson, Hillary Clinton, Ted Cruz Bottom Row L to R: John Kasich, Marco Rubio, Bernie Sanders, Donald Trump
Candidati al “Super Tuesday 2016”, da sinistra verso destra: Ben Carson, Hillary Clinton, Ted Cruz, John Kasich, Marco Rubio, Bernie Sanders e Donald Trump

Una sfida senza sorprese questo Super Tuesday 2016, se non quella rappresentata dalla tenuta (nonostante tutto) delle candidature alternative ai frontrunner dei due partiti: Hillary Clinton e Donald Trump conquistano sette Stati ciascuno, sugli oltre dieci chiamati al voto in quello che è l’evento più importante nel calendario delle Primarie, un vero e proprio trampolino di lancio per le Presidenziali di Novembre. Ma la partita resta aperta, con Bernie Sanders fra i Democratici e Ted Cruz – più di Marco Rubio – fra i Repubblicani che superano i pronostici. Il segno che, in uno scenario complesso come quello della presente campagna elettorale, il Super Martedì è determinante ma non risolutivo. Non riesce a chiudere i giochi, ma dà loro un chiaro indirizzo. In attesa dei risultati definitivi degli Stati che hanno votato per ultimi, vale allora la pena di partire dai numeri per capire cosa è successo e cosa succederà di qui alle prossime tappe che scandiranno l’anno elettorale.

Se sette è il numero magico della vittoria dei due super-favoriti, bisogna dire che questo numero ha un valore poco più che simbolico rispetto a quello dei delegati conquistati – tanto più che, negli Stati in cui si è votato questa notte, i delegati erano assegnati su base proporzionale e quindi ciò che conta non è solo vincere, ma vincere bene, seminando gli avversari: saranno loro, riuniti alla convention del proprio partito, ad eleggere i due candidati che si contenderanno la Casa Bianca.

Partiamo dal campo democratico, nel quale la sfida è semplificata, facendo un passo indietro. Dopo la falsa partenza dell’Iowa e del New Hampshire – dove aveva vinto (nel primo caso) di un soffio e perso (nel secondo) di oltre venti punti – la candidatura di Hillary Clinton è decollata in Nevada (+5 punti) e soprattutto in South Carolina (+47), e l’ex First Lady è arrivata al Super Tuesday con il vento in poppa. Un vento che l’ha spinta su percentuali da capogiro in tutto il Sud: 78% in Alabama, 66% in Arkansas (ma qui era scontato, il marito Bill fu due volte Governatore dello Stato), 71% in Georgia, 66% in Tennessee, 65% in Texas, 64% in Virginia. Meno netta è stata la vittoria nello Stato progressista per eccellenza, il Massachusetts, dove la Clinton ha battuto Sanders di un solo punto percentuale, 50 a 49. Nel confinante Vermont, da cui proviene il senatore socialista, invece la sconfitta è stata nettissima: 86 a 14 per Sanders, e nessuna meraviglia. Ma chi, come molti commentatori, credeva che il Vermont sarebbe stato (dopo il New Hampshire) l’unico terreno favorevole allo sfidante della Clinton, ha dovuto ricredersi. Sanders ha riportato una grossa vittoria in Colorado con il 59% dei consensi, e il risultato è stato ancor più significativo se si considera che lo Stato in questione non ha una tradizione progressista consolidata essendo stato, prima dell’era Obama, più sbilanciato verso i Repubblicani che i Democratici. Con Minnesota ed Oklahoma, si chiude il quartetto di Stati conquistati da Sanders: un bottino consistente per una candidatura che, nelle premesse, sembrava poter rappresentare poco più di una testimonianza. <<Let me be clear: we are going to take our fight for economic justice, for social justice, for environmental justice and for a world of peace to every state across America>>, ha dichiarato Sanders commentando i risultati, in un discorso che non era né di vittoria né di sconfitta ma che può essere tradotto pressappoco così: la corsa è ancora lunga.

Il che è senz’altro vero, ma a pesare su quest’ultima sono gli altri numeri di cui si parlava, quelli che contano sul serio. La Clinton ha un vantaggio in termini di delegati e superdelegati (non eletti, liberi di scegliere in modo indipendente per chi votare) difficile da colmare – al momento è di 1055 a 418 – tanto più che negli Stati di maggior peso dove si voterà prossimamente – il 15 Marzo toccherà a Florida, Ohio, Missouri e North Carolina – i delegati saranno assegnati secondo un criterio maggioritario, ovvero chi vince prende tutto. Inoltre, il voto di questa notte e le basse percentuali ottenute da Sanders nel Sud confermano quanto già il South Carolina aveva mostrato in modo evidente, ossia lo scarso appeal del senatore del Vermont (lo stato più bianco dell’Unione) su afroamericani e ispanici, quella maggioranza di minoranze che nel 2008 e nel 2012 rappresentò lo zoccolo duro dell’Obama coalition, e che anche nel 2016 peserà in modo decisivo sulla sfida presidenziale.

D’altro canto, va senz’altro riconosciuto che nella storia delle primarie americane nessun candidato perdente (se così sarà per Sanders) ha suscitato un così ampio consenso, stimolato un così vasto entusiasmo in settori ampi della popolazione – i giovani soprattutto – come ha fatto il senatore del Vermont. Neppure Hillary, la superfavorita perdente del 2008, ci riuscì. Questo consenso e questo entusiasmo vanno capitalizzati e tenuti vivi di qui a Novembre, se i Democratici vogliono restare uniti. E come Obama, nonostante tutti gli screzi della campagna elettorale, chiamò la Clinton a ricoprire la carica di Segretario di Stato, non è escluso che ci sia un posto per Sanders in un’ipotetica amministrazione Clinton. Il ticket Hillary-Bernie farebbe sognare quell’America liberal che nel corso di queste primarie si mostra estremamente frammentata. Tanto più se sarà Trump e non Rubio, come per lungo tempo si è pensato e oggi riesce difficile continuare a farlo, il candidato repubblicano (fra un attimo ci spostiamo su quel fronte lì), una formula del genere potrebbe funzionare: per contrastare il giovane senatore ispanico, la Clinton avrebbe dovuto mettere in campo una figura di appeal equivalente, come l’ex sindaco di San Antonio Julián Castro – altro giovane latino in ascesa – mentre contro il miliardario Trump, il socialista democratico che parla di giustizia sociale e punta il dito contro Wall Street potrebbe essere la carta vincente. Ma questa, ad otto mesi dalle presidenziali e con le primarie ancora in corso, naturalmente è fantapolitica.

 

 

Fantapolitico, fino a poco tempo fa, sarebbe stato invece lo scenario che si profila oggi sul versante repubblicano. Chi considerava Trump nulla più che un fenomeno mediatico e di folklore che si sarebbe sgonfiato non appena fosse passato attraverso la prova dell’urna, vede adesso realizzarsi il suo peggiore incubo. Secondo in Iowa, vincitore a valanga in New Hampshire, South Carolina e Nevada, il magnate newyorchese ha conquistato questa notte Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Vermont e Virginia, e conta oggi su 315 delegati contro i 205 di Cruz e i 206 di Rubio (sono esclusi i superdelegati, che non hanno ancora espresso una preferenza). Più che un Super Tuesday, si direbbe un Super Trump-Day. Come per i Democratici, sembra che anche a destra il frontrunner sia ormai difficile da battere. E molto peso ha, in questo caso, la struttura tripolare della competizione, con un terzo candidato che vince poco – stanotte Rubio ha conquistato solo il Minnesota e la sua strategia del 3-2-1 si è fermata in Iowa, dove riuscì ad arrivare terzo, ma non ne ricevette la spinta necessaria per ottenere la seconda posizione in New Hampshire e la prima in South Carolina – ma continua ad aggiudicarsi delegati, non permettendo al secondo – dopo la performance sorprendente in Iowa, Cruz ha vinto stanotte in Oklahoma, Texas, suo Stato di origine, e in Alaska, nonostante l’endorsement dell’ex Governatrice Sarah Palin all’imprenditore newyorchese – di imporsi come un’alternativa credibile a Trump. Un’alternativa che, tra l’altro, dal punto di vista politico non esiste, essendo Ted Cruz altrettanto estremista e conservatore di Donald Trump ed altrettanto inviso all’establishment del partito. Quell’establishment che prima aveva puntato su Bush, il re degli sconfitti del 2016, e che ora sta perdendo la sua scommessa anche con Rubio. Benjamin Carson e John Kasich, dal canto loro, restano in pista da figuranti: il neurochirurgo afroamericano, a cui secondo la CNN il partito offrirebbe un seggio senatoriale in Florida se si decidesse ad abbandonare la corsa, afferma di voler gettare la spugna solo quando finirà i fondi; il Governatore dell’Ohio, l’unico vero moderato di questa tornata, aspetta il 15 Marzo quando si voterà nel suo Stato, per decidere sul da farsi. Massima è la confusione sotto il cielo del Grand Old Party, dove una voce importante come quella di Stuart Stevens, top strategist di Mitt Romney nel 2012, definisce un’eventuale presidenza Trump <<pericolosa>> e afferma che fra The Donald e la Clinton sceglierebbe quest’ultima. Lo stesso Romney viene invocato da più parti come il salvatore di cui vi è bisogno per strappare la nomination a Trump e scongiurare un’indecorosa disfatta a Novembre. Ma un appello di questo genere dimostra che ben poco si è capito, ai piani alti del partito, del clima che si respira nel Paese e soprattutto nella base repubblicana da qualche tempo a questa parte.

L’era Obama lascia un’America più divisa e con una dialettica politica estremamente polarizzata. L’entusiasmo che suscitò Barack nel 2008 fra i Democratici lo suscita oggi Donald Trump fra i conservatori e il suo parlare alla pancia del Paese, il suo essere un outsider, rende il suo messaggio ancor più trasversale. D’altronde, le prime parole con cui la rete conservatrice Fox News commentò la rielezione di Obama nel 2012 erano fin troppo chiare: <<Niente più Romney, niente più McCain, niente più Bush>>. Che tradotto significa: la prossima volta abbiamo bisogno di un vero conservatore, non di un uomo dell’establishment.

I Repubblicani sono serviti.

 

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About Gianmarco Botti

COLLABORATORE | Classe 1990, napoletano. Giornalista pubblicista e laureato alla triennale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II", attualmente è iscritto al Corso di Laurea Magistrale in Governo e Politiche presso la LUISS Guido Carli di Roma. Appassionato di politica statunitense, adora la serie TV "House of Cards" e il cinema di Stanley Kubrick.

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