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“Float like a butterfly, sting like a bee”: l’immortale lascito di Muhammad Ali

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Provate a immaginare quale sarebbe il podio ideale della storia dello sport. I tre sportivi più iconici, più globali, coloro i quali davano un’aura di leggenda alle proprie gesta ogni volta che apparivano. Se doveste conoscere la storia che sto per raccontarvi non potrete esimervi dal mettere al centro tra Maradona (o Pelé) e Michael Jordan quello che è senza alcun dubbio lo sportivo dal maggior spessore della storia del genere umano, Muhammad Ali. Qualora, invece, non doveste conoscere quanto sto per raccontarvi, al termine della lettura molto probabilmente non ci mettereste molto a fargli spazio su quel podio affollato di leggende. La storia di Muhammad Ali è per certi versi inspiegabile, sembra quasi che il destino si sia divertito nel suo caso a disegnare traiettorie incontrollabili, a volte meravigliosamente toccanti, a volte crudeli, con il risultato di aver creato uno sportivo che è stato nettamente più grande dello sport in cui si è cimentato.

Muhammad Ali nasce come Cassius Marcellus Clay Jr., il 17 Gennaio 1942 a Louisville, Kentucky in una famiglia del ceto medio afroamericano che affondava le proprie origini in quasi ogni angolo del pianeta, avendo antenati in Madagascar (da parte di padre), Inghilterra, Irlanda e addirittura lontanamente in Italia (da parte di madre). Dal padre, che lavorando da pittore di insegne permise a lui e a suo fratello minore di non vivere un infanzia di stenti, Cassius ereditò il nome, in omaggio ad un politico abolizionista statunitense: nomen omen, Ali diventerà una delle personalità sportive più attive sul fronte dei diritti civili, creando delle autentiche spaccature all’interno dell’opinione pubblica statunitense.
Il momento di svolta nella vita del giovane Clay avviene quando ha solo 12 anni e , dopo che gli è stata rubata la bicicletta, un poliziotto di nome Joe E. Martin , sentendolo inveire (la lingua affilata non lo lascerà mai nel corso della carriera) contro i ladri, gli consigliò di imparare a boxare per poter effettivamente dar seguito alle sue parole. Fu Martin a portarlo dunque alla palestra Columbia di Louisville, dando compimento al disegno di qualche bizzoso Dio dello sport che aveva tracciato la strada meno convenzionale per avvicinare il più grande boxer di tutti i tempi allo sport che lo avrebbe accolto e reso un’icona planetaria.

Un giovanissimo Cassius Clay, medaglia d'oro al collo, nel Team USA a Roma 1960
Un giovanissimo Cassius Clay, medaglia d’oro al collo, nel Team USA a Roma 1960

La carriera dilettantistica di Cassius è folgorante: le Olimpiadi di Roma ’60 sono alle porte e il giovane Clay stava per abbattersi come un uragano sulla storia della più antica manifestazione sportiva al mondo. Sono delle olimpiadi avvolte da un alone mistico, un alone -per noi italiani- infoltito dal fatto che sono state le ultime da noi ospitate. Prendono parte ai giochi degli sportivi leggendari ma ce n’è uno che già allora svetta su tutti, come farà per il resto della propria vita: è un afroamericano con le labbra disegnate, i muscoli forgiati nella fucina di Efesto, la lingua affilata e gli occhi color cioccolato, 191 cm di pure vibrazioni. Cassius Clay a Roma si presenta come un’autentica epifania, un peso massimo, non solo nel quadrato. A 18 anni è medaglia d’oro olimpica, la stessa medaglia che getterà nel fiume Ohio in segno di protesta contro la situazione degli afroamericani nel suo paese. Il professionismo lo aspetta e Cassius è pronto a cavalcare la grande onda della notorietà planetaria. Il professionismo sembra quasi uno scherzo per quel ragazzino che nel giro di soli quattro anni sgretolerà ogni avversario e giungerà, nel febbraio 1964 a sfidare il campione Sonny Liston (che detiene tuttora il record di aver vinto il titolo mondiale al primo round) e a batterlo al settimo round per abbandono, mettendo in mostra alla perfezione il suo leggendario stile “float like a butterfly, sting like a bee” malgrado le scorrettezze del campione uscente che mise addirittura del sale sui suoi guantoni. Cassius Clay era campione del mondo, a 22 anni, e da quel momento in più sarebbe iniziata la sua epopea con un altro nome, quello che lo consegnerà all’immortalità. Il giorno dopo la conquista del titolo, nel 1964 Clay si convertì alla fede islamica, aderì alla Nation of Islam e cambiò legalmente il suo nome in Muhammad Ali.

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Muhammad Ali, black muslim e portavoce dell’Islam moderato statunitense

<<Muhammad significa degno di lode, e Ali significa altissimo. Clay significa creta, polvere. Quando ho riflettuto su questo, ho capito tutto>>.

Queste le sue motivazioni, fondate su argomenti senza dubbio di attualità in un’America in piena lotta per i diritti civili. Dopo il controverso rematch concesso a Liston (che cadde tramortito al primo round dal famoso “phantom punch”) Ali continuò il dominio sulla categoria, vincendo le otto difese titolate che gli furono sottoposte. L’unica entità capace di fermare l’autonominatosi The Greatest fu la sua ideologia, il suo uscire da ogni canone, la sua libertà di parola. Ali si rifiutò di partecipare alle Guerra del Vietnam nel 1967.

<<Non ho niente contro i Vietcong. Loro non mi hanno mai chiamato negro>>.

Un obiettore di coscienza non poteva essere campione del mondo: revoca della licenza e condanna a cinque anni di carcere. Di certo Ali non si fece smontare dalla questione: nel 1969 comparve addirittura a Broadway come attore e nel 1971 la Corte Suprema degli USA decise di riammetterlo al professionismo sportivo. A 29 anni tutti speravano fosse finito, una figura così svettante, maestosa e per certi versi tirannica terrorizzava uno sport e una nazione non ancora del tutto pronte a ri-accogliere la sua presenza. Vince i primi due match dal suo ritorno contro Jerry Quarry e Oscar Bonavena e si guadagna di diritto un match per ciò che gli è stato tolto senza che avesse mai perso: il titolo dei pesi massimi. Il suo avversario è Joe Frazier, il match è leggenda, definito all’epoca come “l’incontro del secolo”, è una battaglia all’ultimo sangue che vede Ali cadere al tappeto al round 15 e incassare la sua prima sconfitta. E’ un momento storico, la caduta di una montagna. Una seconda sconfitta arriverà poi contro Ken Norton, prima di una rivincita ai punti contro Joe Frazier, una vittoria che lo ricatapulterà nella lotta per il titolo massimo. Ali torna a combattere per il titolo mondiale contro George Foreman nel 1974, dopo che questi aveva strappato l’alloro a Frazier e battuto Norton, entrambi in soli due round. Ali era sfavorito dalla stampa, ma i tifosi erano letteralmente ai suoi piedi. Il match si tenne il 30 ottobre 1974 a Kinshasa, nello Zaire, nella battaglia che prese il nome di “The Rumble in the Jungle”.

Loncandina della leggendaria "Rumble in the Jungle"
Locandina della leggendaria “Rumble in the Jungle”

Per tutto il match gli spettatori urlarono <<Ali Buma Ye>>, letteralmente <<Ali uccidilo>>. The Greatest subì per 8 round la potenza devastante di Foreman prima di far esplodere il suo geniale talento e vincere un incontro che entra di diritto nelle immagini della cultura pop mondiale, tanto che ad esempio, a distanza di oltre quarant’anni, il wrestler e artista marziale misto Shinsuke Nakamura chiama la sua mossa finale proprio “Buma Ye” o “Kinshasa” in onore di quella nottata leggendaria. A titolo riconquistato bisogna però chiudere i conti col passato, bisogna completare la trilogia di incontri con Frazier. Il primo ottobre 1975 si tenne dunque nelle filippine “The Thrilla in Manila”. Ali costrinse al ritiro Frazier. Il cerchio si era chiuso. La velocità di Ali stava venendo meno, dal 1977 in poi non metterà più KO nessun avversario, e in quell’anno disputerà –vincendolo- quello che è definito da numerosi esperti come il match più brutale della storia della boxe, contro Earnie Shavers, battendolo per decisione unanime, nel momento al quale molti fanno risalire gli inizi della malattia che lo avrebbe colpito di lì a qualche anno. Nel 1978 perde e poi riconquista per l’ultima volta il titolo mondiale. Annuncia il ritiro. Proverà a tornare ma quella parentesi non gli renderà minimamente giustizia. Dopo una sconfitta contro nel 1981 il suo allenatore Angelo Dundee notò che i suoi movimenti erano macchinosi e le sue parole non sgorgavano con la solita fluidità.

Nel 1984 gli fu diagnosticato il morbo di Parkinson. Quando nel 1996 apparve come tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta, il mondo intero prese coscienza della discesa di questa divinità dello sport tra i comuni mortali, con i segni del Parkinson ben tatuati sulla pelle: un momento di commozione generale, una sfumatura lirica, una riflessione sulla caducità dell’esistenza prima ancora che una celebrazione sportiva. Gli anni 2000 sono costellati di eventi che segnano un tributo alla grandezza della leggenda di The Greatest: gli viene riconsegnata la medaglia d’oro vinta anni prima e nel 2005 Muhammad Ali è stato insignito a Berlino della Medaglia Otto Hahn per la Pace in oro dalla “Deutsche Gesellschaft für die Vereinten Nationen” (Società Tedesca per le Nazioni Unite).

Il 9 Novembre 2005 ha ricevuto la più alta onorificenza civile statunitense dal Presidente George W. Bush: la Medaglia presidenziale della libertà. Una dimostrazione che il tempo sa restituire ciò che ha tolto e lenisce ogni ferita. Ieri, 3 Giugno 2016, il combattente un po’ ape e un po’ farfalla è volato via per sempre.

Non pungerà più ma continuerà a fluttuare nell’etere con il suo lascito immortale.

Addio, Greatest.

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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