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Il fiume (in)finito dei Pink Floyd

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, The Musical Box

Oggi, in data 7 Novembre, esce The Endless River: probabilmente il disco più chiacchierato dell’anno. Un “canto del cigno”, com’è stato definito, in onore del compianto Rick Wright, morto nel 2008. Stiamo per ascoltare l’ultimo, definitivo album dei Pink Floyd, una delle rare band essenziali degli ultimi 50 anni. Vediamo insieme cosa ci aspetta.

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I “Pink Floyd” sono un gruppo musicale rock britannico, formatosi nella seconda metà degli anni ’60. Nel corso di una lunga e travagliata carriera, sono riusciti a riscrivere le tendenze musicali della propria epoca, diventando uno dei gruppi più importanti della storia musicale

L’autunno trascorso ha rappresentato una vera e propria pugnalata alla schiena dei nostalgici. Prima gli U2 che rimpinzano i nostri cellulari con il loro ultimo, poco innocente, lavoro. Quindi Freddy Mercury e Michael Jackson resuscitati a forza dalla macchina commerciale guidata da Brian May e Roger Taylor (come se The Cosmos Rocks non fosse stato un disastro sufficiente). C’erano tutte le ragioni per tremare di fronte all’annuncio (dato per la prima volta il 5 Luglio scorso dalla moglie di David Gilmour, Polly Samson) che un nuovo disco dei Pink Floyd era imminente. Va bene, spariamo qualche ovvietà: l’ultimo disco decente della band risale al 1979 ed è The Wall. Troppo commerciale? Dominato dalla tirannia verbosa di Roger Waters? Può darsi, ma The Wall resta uno dei migliori concept della storia del rock. Un mosaico di liriche geniali e aggressive, una serie di mattoni che singolarmente hanno un valore limitato, ma all’interno del più grande contesto del “muro” formano una storia dalla completezza straordinaria.

In seguito, alcuni passi a vuoto (accetto il rischio di essere lapidato dai sostenitori degli ultimi tre album). The Final Cut è personalistico, urgente, figlio di una paranoia che rasenta la misantropia: un lungo soliloquio di Waters. A Momentary Lapse of Reason segna l’inizio del regno di Gilmour, ma risulta poco più di un richiamo disperato alle classifiche. Sempre apprezzabile, ci mancherebbe altro. Ma è con The Divison Bell che si tocca il fondo: non un disco brutto ma, ed è più preoccupante, un disco dimenticabile. Gilmour si limita al compitino, guarda all’età dell’oro ma senza convinzione: tutto risuona retorico e innocuo.

Wish
“Wish You Were Here” fu il nono album pubblicato dai Pink Floyd. Uscì nel Settembre del 1975

Il fatto che The Endless River parta proprio da qui, dalle venti e più ore di registrazione che la band aveva lasciato alla polvere nel 1993, non è esattamente un valore. Ma zitti tutti: premiamo playThings Left Unsaid, in apertura, e la successiva It’s What We Do sembrano subito dirci: <<Bentornati negli anni ’70>>. Siamo a Wish You Were Here, all’epoca dell’inno per il diamante pazzo e all’altro gioiello che era Welcome To The Machine. Trasportati di peso, senza troppi complimenti, dal sintetizzatore e dagli echi di quel passato glorioso. E vi dirò, l’effetto non è disturbante, tutt’altro. Perché se ogni nota sembra evocare il periodo prima di The Wall (quello che ha innalzato i Pink Floyd a band planetaria, per capirci), il prodotto finale è abbastanza delicato da non far storcere il naso. E’ una lezione di stile, quella che stanno dando questi ragazzi, prima di lasciarci per sempre. Cinquantatré minuti di viaggio spaziotemporale.

Diciassette tracce su diciotto sono strumentali, pure, non inquinate da parole. E l’ultima, non a caso, è Louder Than Words, quasi un manifesto finale, un grande biglietto da visita per i posteri. L’avrete già sentita alla radio, ma non vi aspettate che diventi il singolo dell’inverno. Non vi scoprirete a canticchiarla sotto la doccia, nessuno stereo la sparerà a tutto volume per strada. <<We bitch and we fight/ diss each other on sight>>, canta Gilmour, come un vecchio saggio a cui si chieda di riassumere la storia della sua vita insieme al gruppo. Ed è davvero un bel riassunto, quello che si è dipanato di fronte a noi, prima di arrivare a queste parole. Ci sono strizzate d’occhio fin troppo plateali (Autumn ’68 si riallaccia a Summer ’68, da Atom Heart Mother) ma nel complesso niente è kitsch, poche cose sono fuori posto. Qualcuno dirà che l’impressione è quella di ascoltare una serie di tracce incompiute, una lista di “intro” che non sfociano mai in una vera canzone (Anisina vi farà venire voglia di The Dark Side Of The Moon). Ed è vero, questo è un album incompiuto, di un’incompiutezza pregiata e sottile: allo stesso modo in cui sono incompiuti i ricordi. Le imperfezioni ci sono (Skins, con tutti i plausi a Nick Mason, suona come un pesce fuor d’acqua), superate di gran lunga dai momenti di fascino (Ebb And Flow). Ad unire il quadro, la presenza eterea di Wright alle tastiere: quasi uno spirito, spesso celato, sempre fondamentale.

E tutto ciò non appare retorico? Forse sì, ma a differenziarlo da The Division Bell, oltre al ventennio trascorso, c’è un altro elemento: la sincerità. Questo, signore e signori, è un album sincero. Scopre subito le sue carte, non vuole prendervi in giro. Non è il nuovo Meddle, non ci restituirà gli anni dello straordinario “piattino dei segreti”, A Saucerful Of Secrets. E’ quanto di più lontano dal capolavoro possa esistere, ma al contempo riuscirà a commuovere gli ascoltatori pazienti. Non piacerà agli ortodossi della psichedelia di The Piper At The Gates Of Dawn (e, per una volta, non è presente neppure un preciso tributo a Syd Barrett). I sostenitori di Roger Waters lo snobberanno (lo stesso Waters ha ovviamente preso le distanze dal progetto), così come i fan più accaniti del quinquennio ’70-’75. Forse, un giorno, si ricrederanno.

Potreste obiettare che, alla fine, si tratta della solita mossa commerciale (che poi, quale disco non lo è, nel suo piccolo?). Che motivo c’era per far uscire una nuova opera, proseguendo in questa sorta di accanimento terapeutico?

Be’, se davvero si tratta di un raggiro, lasciatemi almeno dire che è un dolce raggiro. Non pugnala alla schiena il nostalgico, ma gli copre le spalle, lo abbraccia come un vecchio amico morente.

I Pink Floyd sono stati una delle più grandi rock band della storia. Adesso possiamo andare avanti.

 

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About Mr. Tambourine Man

Chi è Mr. Tambourine Man? Nessuno lo sa con certezza. Intorno a lui aleggia un'aura di mistero: per alcuni è un ex chitarrista dei Nirvana reso nostalgico dall'età, per altri un giovane rapper dal sound elettronico, per altri ancora una cantante di opera lirica con la passione per la pop dance. O forse lo stesso lettore. Mr. Tambourine Man vi guiderà in un viaggio mistico attraverso la musica.

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