Fiori d’arancio nell’Antica Roma

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Recenti, Sabbie del Tempo

di Francesca Bianchetti

Lo storico francese Jérôme  Carcopino, nella sua opera del 1939 La vita quotidiana a Roma descrive alcuni aspetti curiosi legati ad una delle celebrazioni più importanti: il matrimonio, con le sue caratteristiche e ritualità, a tratti mantenute nel tempo. L’autore ci spiega che un tempo,  a Roma, esistevano tre forme differenti di matrimonio, seppur con poca legislazione alla propria base e classificabili come cum manu dal momento che il marito acquisiva il totale potere sulla donna che prendeva in moglie. Tuttavia, non perdurarono oltre il secondo secolo d.C. Esse erano la confarreatio, la coemptio  ed infine l’usus.

La confarreatio, destinata alle classi più elevate, si svolgeva in presenza del sommo pontefice e del Flamen dialis, sacerdote preposto al culto di Giove a cui gli sposi rivolgevano  una torta di farro (da cui deriva il nome) come offerta. La coemptio  permetteva invece ad un padre di origine plebea di emancipare la propria figlia con una vendita fittizia al marito che ne acquisiva così la mano. L’usus prevedeva infine che, grazie alla coabitazione ininterrotta di un anno, la moglie divenisse di proprietà del marito; era dunque applicata la pratica dell’usucapione, per cui scattava il diritto di proprietà su ciò che si era ‘’posseduto’’ per tale periodo di tempo.

Accadeva tuttavia, soprattutto in epoche più tarde, che la volontà fosse quella di non far scattare questo legame ; la donna doveva allora allontanarsi di casa per tre notti, prima dello scattare dell’annualità, in modo da rendere il vincolo nullo (trinoctis usurpatio). Questa modalità cadde però presto in disuso. Si affermò col tempo un tipo di matrimonio che somiglia a quello a cui siamo abituati noi oggi, di cui è probabile antenato e destinato a fasce più estese. Esso era preceduto dal fidanzamento, celebrato  a Roma molto spesso, tanto che Plinio il Giovane non mancava di citarlo tra gli usi frequenti dei suoi contemporanei. L’impegno reciproco era dichiarato col consenso dei padri, dinnanzi ai propri famigliari e amici; il fidanzato consegnava alla fidanzata alcuni regali e un piccolo cerchio di metallo, talvolta in oro, talvolta solo rivestitone, del tutto simile alla nostra fede. Interessante notare che la fidanzata aveva cura di indossare tale fede nell’anulare e non in un altro dito casuale. Aulo Gellio ci spiega infatti perchè proprio il quarto dito della mano sinistra si prestasse meglio di altri ad accogliere l’anello: ‘’Quando si apre il corpo umano, si trova un nervo molto sottile, che parte dall’anulare e arriva al cuore. Si ritiene opportuno dare l’onore di portare l’anello a questo dito piuttosto che ad altri, per la stretta connessione che lo unisce all’organo principale’’. Con tali supposizioni sul significato della fede, Gellio voleva probabilmente sottolineare l’importanza che risiedeva dietro all’impegno del fidanzamento.

Ma vediamo ora quali fasi seguivano il fidanzamento iniziale. Nel giorno del matrimonio, scelto con estrema cautela in base a quelli che potevano essere momenti propizi del calendario romano, la donna indossava, secondo l’uso, una tunica senza orli (tunica recta), una cintura di lana a doppio nodo (cingulum herculeum) ed un mantello zafferano (palla), dello stesso colore dei sandali. I capelli, che la sera prima venivano raccolti in una retina rossa, erano acconciati in sei trecce e portavano un velo, atto a coprire il viso, detto flammeum poiché di un arancione vivo e fiammeggiante. Al di sopra del velo veniva posta una coroncina di verbena o di mirto e fiori d’arancio. Dopo che la sposa si era preparata e aveva accolto, presso la sua famiglia, il fidanzato e i suoi amici, ci si recava nell’atrium della casa o in santuario per compiere un sacrificio agli dèi (spesso si trattava di un maiale, altre volte di pecore, più raramente di buoi). Le interiora venivano esaminate dall’aruspex  che doveva  esprimere  l’approvazione delle divinità, senza la quale il matrimonio non sarebbe stato valido. Una volta proclamato il favore degli dèi, e suggellata la loro unione tramite un contratto vero e proprio, si pronunciava la formula ‘’Ubi tu Gaius, ego Gaia’’ (dove tu Gaio sarai, io sarò) per confermare la volontà di una reciproca unione.  Tale formula, in uso nel rituale della confarreatio, secondo diverse altre fonti, era pronunciata sulla soglia della nuova casa, dove l’uomo chiedeva alla propria sposa, simbolicamente, come si chiamasse. Si poteva poi finalmente banchettare e festeggiare fino a sera; solitamente il banchetto si teneva nella casa del padre, durante il quale si poteva udire la più utilizzata frase augurale: ‘’Feliciter!’’. Al termine, la sposa veniva condotta nella sua nuova abitazione. Durante il percorso a destinazione prendeva vita una marcia molto allegra, a tratti licenziosa, accompagnata da tedofori e suonatori di flauto. Sul cammino venivano inoltre lanciate dallo sposo delle noci, ricordo dei giochi d’infanzia, come segno di buon augurio e fecondità. Questo gesto ha diverse interpretazioni: secondo alcuni  le noci erano ghiande consacrate a Giove (da cui probabilmente deriverebbe il loro nome Juglans Regia); secondo  Plinio, invece, erano il simbolo religioso delle nozze; esse, per la loro conformazione, erano protette da un doppio rivestimento (guscio e mallo), proprio come sarebbe dovuta essere l’unione tra i due sposi: solida e duratura. Un amico dello sposo,  il pronubus, afferrava poi la torcia nuziale fatta di biancospino, simbolo di fecondità, mentre altri due sollevavano in braccio la sposa, portandola nella nuova casa ornata di drappi di lana bianchi, senza che ella toccasse la soglia con i piedi. Le compagne della neosposa, portavano successivamente un fuso e una rocca come simbolo delle abilità domestiche delle nova nupta. Il marito, invece, le porgeva, secondo un importante rituale, dell’acqua pura proveniente da un’urna, e del fuoco da un tizzone (aquae et ignis communicatio) . Secondo Plutarco questi due elementi erano simbolo di purificazione, mentre per Varrone raffiguravano rispettivamente la donna e l’uomo, la cui unione rispecchiava il vincolo matrimoniale. La matrona che assisteva la sposa, la pronuba, la conduceva poi al letto nuziale dove prendeva posto insieme al marito; quest’ultimo le toglieva il mantello e le snodava la cintura. A questo punto tutti i presenti si ritiravano con discrezione secondo quello che imponeva il costume.

Possiamo notare che molte delle caratteristiche di questa cerimonia sono in qualche modo sopravvissute, benché alcune modalità si siano modificate. Il  filologo Louis Duchesne affermava infatti

‘’salvo l’aruspicina, il rituale nuziale romano è stato conservato nell’uso cristiano. La chiesa essenzialmente conservatrice, modifica solo ciò che è incompatibile con le sue credenze’’.

Al di là del credere o meno, oggi, nel valore di un’istituzione vissuta al limite dell’usa e getta,  ciò che è interessante osservare è la base su cui poggiava il vincolo matrimoniale romano dell’epoca classica: sebbene le motivazioni fossero da ricercare pur sempre in una condizione di convenienza (il matrimonio era indispensabile per generare prole legittima), la libera scelta era sicuramente fondamento molto importante. La donna, dapprima sottoposta ad una perenne condizione di inferiorità, si ritrovò col tempo a godere di più benefici, soprattutto durante l’età imperiale.  Al tempo di Adriano nemmeno i padri costringevano le figlie a maritarsi contro la loro volontà poiché come affermava il giurista Salvio Giuliano

le nozze si compiono per consenso degli sposi, dunque il libero consentimento della giovane è indispensabile alla loro conclusione’’.

Alcune caratteristiche sono andate perdute, altre sono state abbandonate per meglio abbracciare i valori cristiani ma è interessante osservare queste usanze, per quanto non fossero obbligatorie. Ricordiamo infatti che quando,  verso la fine della Repubblica, il politico Catone Uticense si risposò con Marcia, entrambi optarono per giuramenti molto sobri, privati del fasto dei rituali, addirittura senza testimoni e parenti. Tuttavia gli elementi formali più diffusi assomigliano certamente a ciò cui siamo abituati noi oggi: la reciproca volontà, la solennità del fidanzamento, la presenza della pronuba e di altri ‘’valletti’’ che assistevano gli sposi durante la cerimonia e prendevano parte ai rituali (un po’ come i testimoni e le damigelle oggi), le varie usanze intrise talvolta di superstizione, come il  varcare la soglia di casa con la sposa in braccio, la cura nell’abbigliamento, il carattere festoso e gioviale del banchetto e della marcia a seguire e moltissimi altri elementi.

(Fonti: La familia romana: aspetti giuridici ed antiquari – Carla Fayer La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’impero – J. Carcopino              Il fidanzamento e il matrimonio nell’antica Roma – Paola Marletta)

 

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About Francesca Bianchetti

COLLABORATRICE | Classe 1990, studia Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” di Vercelli. Esperta di nulla, apprendista di molto: nel mezzo, osservatrice curiosa di tutto ciò che è umano.

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