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Con il fiato sospeso

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Ci sono dei giorni in cui l’unica cosa che si desidera fare è infilare la testa sotto la sabbia, come gli struzzi, e nascondersi da tutte le storie di ordinaria e malsana follia che dominano la nostra bella Italia.

Non mi riferisco tanto all’arresto di qualche esponente politico (due giorni fa è toccato a Claudio a mia insaputa” Scajola, ieri a Dell’Utri, domani attendiamo con ansia l’ennesimo nome), quanto a tutte quelle vicende tenute abilmente nascoste, lontane dai media, sospese in un limbo di silenzio costeggiato da dichiarazioni vuote ed imprecise. Sono quelle notizie di cui si legge qualcosa per caso, una volta sola, e che poi infiliamo nell’aberrante dimenticatoio di nome “indifferenza”.

Purtroppo, però, esistono. E prima o poi qualcuno, per sua sfortuna, le scopre.

Stavolta la sciagurata sono io.

Parte tutto da un film che è stato proiettato fuori concorso alla scorsa mostra del Cinema di Venezia.  Si chiama Con il fiato sospeso, con la bravissima Alba Rohrwacher. Il titolo mi incuriosisce, la regista – Costanza Quatriglio – pure: decido di guardarlo.
Non l’avessi mai fatto.
Stella è una ricercatrice presso il dipartimento di Farmacia dell’Università degli Studi di Catania che dedica le sue giornate a studiare nei laboratori di Chimica tra provette, pipette e fruscii di camici, nonostante tutti la avvertano di stare attenta. Anna, la sua coinquilina, ha mollato quel mondo per suonare in un gruppo indie rock e cerca di metterla in guardia. L’amore per la ricerca, però, impedisce  alla protagonista di far caso a tanti piccoli segnali di pericolo che un occhio più distaccato noterebbe immediatamente. La storia prosegue ed assume una sfumatura thriller: si scopre che le vite di questi giovani vengono distrutte dalle istituzioni che dovrebbero tutelare la loro vita e la loro formazione.

35 minuti, il film finisce.
La storia no, perché è una storia vera.

Nel 2008 la facoltà di Farmacia di Catania viene chiusa. Trentasei ragazzi malati di cancro. Tre morti accertati. Insalubrità degli ambienti. Uno di loro, Emanuele,  malato di tumore ai polmoni, decide di affidare ad un diario le memorie dei suoi ultimi giorni, in cui denuncia le scarse condizioni igieniche in cui i ricercatori lavorano.
Abiti  con l’odore di ruggine e acido”, cappe non funzionanti,  assenza di guanti e mascherine protettive . Come sempre poi, oltre al danno ci si mette pure la beffa. Al ragazzo viene negata la borsa di studio nonostante fosse l’unico richiedente e avesse i requisiti necessari per ottenerla. La sua storia finisce, la malattia se lo porta via.

E con lui, altre giovani vite.

A breve dovrebbe chiudersi il processo in primo grado in cui l’ex rettore ed i professori (accusati di  disastro ambientale e discarica non autorizzata) dovranno rispondere della morte di questi ragazzi , ma la domanda che pone la regista è ben lontana dal trovare risposta.
L’Italia è un Paese che investe sul progresso? Sa gestire il progresso? Sa cosa sia il progresso? Ha l’intenzione di proteggere ed aiutare le sue menti migliori? Quei ragazzi sono morti per imperizia, per cattiveria . Nei lavandini venivano smaltite le sostanze chimiche usate per la sperimentazione, le cappe aspiranti non erano a norma e chissà quali altri orrori dovranno venir fuori.
Mi metto nei panni di chi dedica la propria vita a studiare i batteri, a cercare cure per malattie che ancora oggi uccidono milioni di persone.

Una delle vittime, Agata, stava facendo ricerche per un vaccino antitumorale.  In fondo, la maggior parte dei laureati in Farmacia, Chimica, Biologia, sogna di stare nei laboratori, di fare esperimenti, di contribuire a migliorare le nostre vite. Se il costo di questo contributo si paga, appunto, con la vita, quale scelta rimane? La mia vita per la tua? Nemmeno la teoria politica di Hobbes immagina una dicotomia così netta.
Se un paese che si definisce “sviluppato” permette che accadano queste tragedie, le dimentica, le nasconde nell’armadio, significa che del futuro, perdonatemi la cattiveria, non gliene frega niente. Volete sapere qual è il peggior dramma dell’Italia? Eccolo.
Non servono tante parole, preferisco esser chiara: uno stato che ammazza i suoi laureati  è uno stato che ammazza se stesso. E non c’è nessun dio in grado di salvarci da questo inferno.

 

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About Francesca Cimò

COLLABORATRICE | Classe 1991, toscana. Studentessa di Filosofia, le interessa tutto ciò che riguarda la cultura, la politica, la società. Ogni tanto si sente una 24enne spensierata ma poi le passa. Suoi sono diversi pezzi di attualità.

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