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Fenomeno slot machine: un popolo fragile e uno Stato speculatore

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Costume e Società, Recenti

dipendenza_gioco_azzardo_psicologoLa nostra è una società estremamente vulnerabile. Le tecnologie diffuse su vasta scala ed accessibili fin dalla prima infanzia tendono infatti ad incrementare il fenomeno dell’omologazione. I mezzi di comunicazione di massa, poi, non aiutano gli individui a costruirsi dei propri punti di vista e ad elaborare un proprio pensiero. Sintomo (e al contempo causa) di questa perdita di individualismo è la debolezza da cui consegue il rifugio nei vizi, in quegli espedienti perversi che sembrano inizialmente allontanarci dai problemi ma che, successivamente, ce ne procurano inevitabilmente di ulteriori e finendo così col rovinarci.

Se fin da bambini, grazie al supporto materiale e morale delle nostre famiglie, abbiamo avuto il privilegio (che le generazioni precedenti non sempre possedevano) di accedere al mondo dell’istruzione e di acquisire col tempo una qualificazione professionale. Tuttavia, c’è un buco nero che permane nelle vite di noi giovani d’oggi e in quelle delle generazioni che ci succedono. C’è un mostro dal quale difficilmente riusciamo a non essere inghiottiti: quello delle dipendenze. Quest’ultimo è un mostro a cui molti di noi si affidano volontariamente – seppur inconsapevolmente – per sfuggire dalle paure: la paura del futuro, di non riuscire a realizzarsi nonostante le continue fatiche e quella, più semplicemente, di non riuscire ad essere felici.

L’innescarsi di un eterno circolo vizioso, in risposta a tali paure, è purtroppo un fenomeno sociale diffusosi a livello mondiale e di cui purtroppo anche il nostro Paese è protagonista. Accusare le istituzioni sarebbe teoricamente ed apparentemente scorretto – rischierebbe oltretutto d’apparire alquanto populista – ma accettare passivamente che le stesse, pur essendo a conoscenza delle tante piaghe sociali di cui la fetta più giovane della società (che rappresenta, poi, il futuro del nostro Paese) è vittima, non facciano nulla per combatterle lo è ancor meno. Diventa tutto più scoraggiante, poi, se quest’ultime ne approfittano per fronteggiare la crisi economica, speculando quindi sulle debolezze di quei cittadini che andrebbero invece tutelati. Se da un lato assistiamo ad uno Stato perbenista che moralizza ipocritamente sull’opportunità di legalizzare la canapa e rifiutando così di prendere atto di un fenomeno esistente e ben radicato nel territorio (lasciandolo nelle mani delle organizzazioni criminali), dall’altro constatiamo invece un favorevole diffondersi del fenomeno del gioco d’azzardo e di tutta la depravazione che ne consegue. Tutto ciò a dimostrazione del ruolo di preminenza che i nostri politici attribuiscono alla politica fiscale su quella sociale.

Nel corso degli ultimi anni, abbiamo assistito ad un processo di legalizzazione delle slot machine ed a numerosi incentivi forniti dal Ministero dell’Economia e delle Finanze ai locali notturni, al fine di impiantarle, nonché agli enti locali affinché sollecitino i suddetti locali, alimentando così la crescita della ludopatia e, in tal modo, incanalando sempre più dei vizi privati verso un interesse economico presumibilmente pubblico, assecondando e caldeggiando l’annichilimento di una società che già di per sé fa fatica a trovare dei valori di riferimento.

 

 

Possono degli introiti derivanti da un’abiezione – che deprava l’individuo e rovina le famiglie – considerarsi perseguimento dell’interesse pubblico? Assolutamente no. Ci sono stati svariati interventi statali sulla materia in questione e diversi sviluppi del fenomeno in generale, fino ad arrivare alla legge attualmente in vigore con la quale il Governo Renzi ha raggiunto l’apice della spregiudicatezza, come pochi altri che lo hanno preceduto. Attraverso un gioco di disposizioni contrastanti, in cui quella che legittima e finanzia le scommesse di gioco prevale su quella che le disincentiva, tutto ciò appare come l’ennesima promessa non mantenuta del nostro Premier, che in passato aveva più volte manifestato il suo sdegno rispetto a questa piaga sociale, oltre che la sua offerta d’aiuto a tutte le famiglie ridotte in rovina per tal motivo. Il gioco si diffuse in Italia come nel resto d’Europa a partire dal ‘700, con l’obiettivo di consentire ai più ricchi di tentare la fortuna scommettendo all’asta somme piuttosto ingenti, al fine di vincere somme ancora più alte. Nei secoli successivi, questo fenomeno si è esteso sempre di più.

Era il 2002 quando dalla necessità di coperture finanziarie al fine di fronteggiare la nuova immigrazione, il Governo di centrodestra valutava l’ipotesi di liberalizzare le slot e la previsione del bingo online. Da lì in poi sono conseguiti numerosi interventi in materia-  di favore e di sfavore – tra cui uno, a parer mio, abbastanza discutibile e che ha visto protagonista non solo lo Stato ma anche la Commissione Europea la quale nel 2010 (nonostante si assurga a garante dei diritti umani e sociali)  ha avviato un procedimento contro lo Stato italiano poiché, quest’ultimo, si preoccupava di limitare l’accesso al gioco (anche online) ai cittadini di altri Stati membri residenti sul territorio nazionale, piuttosto che preoccuparsi di prevenire la dipendenza e di imporre delle restrizioni per tutti gli Stati membri. La Commissione, nel far leva sul principio della non discriminazione e sull’esigenza di consentire la libera prestazione dei servizi ha dimostrato, a mio avviso, di perdere vergognosamente di vista il problema principale, in quanto le questioni rispetto alle quali il principio di non discriminazione dovrebbe operare sono certamente altre: l’uguaglianza tra i popoli, di fatto, andrebbe perseguita con riguardo al godimento dei diritti e non tradursi, invece, con condivisione dei mali.

Da quel momento in poi, ciò che nel 2002 aveva rappresentato un’ipotesi si concretizza: il gioco d’azzardo viene liberalizzato, la scelta nei servizi di scommesse viene ampliata (soprattutto online) e il Governo Berlusconi non esitò a vantare con orgoglio gli incrementi erariali del 20% nel primo semestre dell’anno successivo.

Palazzo Chigi, sede del Governo – Roma

Oggi la situazione non è migliorata, tutt’al più peggiorata. La legge di stabilità per il 2015 si poggia, in buona parte, sugli introiti statali derivanti da proventi del gioco d’azzardo e sebbene da un lato sia prevista una maggior tassazione peri locali, più trafile burocratiche e limiti d’orario maggiormente restrittivi, dall’altro osserviamo che questi provvedimenti sono presi al solo scopo di regolarizzare il fenomeno e non di combatterlo. Situazione, questa, che comporta un incremento di vantaggi per il fisco ma non per i privati cittadini, per le rispettive famiglie, per i creduloni facilmente tranquillizzabili dall’idea di fare qualcosa che sia “sotto la protezione dello Stato” e per i disperati che tentano la fortuna nella speranza di risolvere la propria crisi economica si ritrovano. Non rendendosi conto che così contribuiscono a risolvere soltanto la crisi statale, peggiorando la propria situazione familiare.

Nel 2014 inoltre, il sindaco di Corchiano (in Provincia di Viterbo) – che si ritrova ideologicamente contrario al gioco d’azzardo – aveva previsto uno sgravio sui rifiuti per i locali che rifiutassero di impiantare slot machine, allo scopo dissuadere i proprietari ed i gestori. Poiché nella bozza di legge in attuazione della delega in materia di gioco d’azzardo il Governo Renzi prevede una riduzione di autonomia degli enti locali, aggrappandosi alla presunta esigenza di avere una normativa omogenea a livello nazionale, ne viene fuori che iniziative sane come questa non sarebbero più realizzabili.
Su queste basi è intervenuto un intergruppo parlamentare no-slot, che ha presentato una bozza di emendamento proponendo al Governo sia un ripristino (appunto) del margine di discrezionalità degli enti locali – in modo tale che i Comuni, soprattutto quelli piccoli e che conoscono i cittadini e le situazioni delle loro famiglie, possano decidere come muoversi e possano agire secondo il proprio senso civico e morale – sia una maggiore pubblicità in generale del fenomeno, indipendentemente dalle fasce orarie e dalle fasce ”protette”, considerandole tutte compromesse e non soltanto quelle evidenziate secondo questi criteri, ormai palesemente superati ed anacronistici. Lo stesso vale per l’età degli utenti, con criteri che mettono capo a principi ben lontani dalla situazione attuale e che sembrano perdere di vista il problema principale: è ovvio che chi gioca, di questi tempi, lo faccia per disperazione e non di certo perché, a causa della sua giovane età, non sia abbastanza maturo da fare una scelta ponderata e razionale.

Ecco, ci sdegna vedere uno Stato sociale (con una Costituzione, che ha come proprio fine e principio la tutela dei diritti umani, nel cui nucleo forte è previsto l’impegno dello Stato nel favorire lo sviluppo della personalità dell’individuo) che non soltanto decide di non impegnarsi nella distruzione di una piaga sociale così dilaniante, ma che riesce addirittura a servirsene cinicamente per incrementare le proprie casse e per fronteggiare una crisi che può essere risolta soltanto attraverso una buona riforma del lavoro. L’unico mezzo pulito da cui è possibile conseguire l’onesto benessere economico e sociale della società.

Perché l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, non sul profitto tratto dalle scommesse di una fetta debole e disperata della società, che andrebbe invece aiutata a risorgere e non, di certo, a fallire.

 

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

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