EXPO-2015

EXPO Milano 2015 in tredici ore: vi racconto la mia esperienza

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11355443_10205452073653068_762819794_nDopo ben tredici ore passate all’EXPO e dopo tredici giorni passati a riprendermi dal mal di piedi che m’è rimasto, oggi posso finalmente raccontarvi la mia esperienza ad EXPO 2015 che, da qualche settimana, si sta svolgendo a Milano. Devo confessarvi che all’inizio, più che per l’esposizione in sé, ciò che mi premeva ed incuriosiva di più era sapere se – dopo tutte le polemiche, gli insulti, i black bloc e gli stupidi eventi su Facebook – questo accidenti di EXPO fosse veramente la tragedia che tutti avevano annunciato oppure no. I pregiudizi e i giudizi negativi (spesso gratuiti) mi piacciono poco: e così ci sono andata, a constatare di presenza. E oggi vi dico quello che ho scoperto.

Con la breve premessa che – in questo pezzo – intendo tralasciare qualsiasi tipo di polemica, proteste e tutto ciò di cui si discute da troppo tempo, quello su cui voglio concentrarmi è invece la visita in sé, raccontandovela. Detto questo, vi dico che l’EXPO non è poi quella grande tragedia annunciata. Anzi. L’unica tragedia che ho vissuto è stata quando ho dovuto togliere le scarpe ai piedi, una volta tornata a casa, e quando ho dovuto convincerli di nuovo a svolgere la loro funzione l’indomani. Battute a parte, l’impatto con l’EXPO è, senza dubbio, impressionante. Se hanno puntato su qualcosa per sorprenderci, per attirarci, per impressionarci è stata proprio la grandezza e la maestosità dell’intero allestimento. Chi riteneva che l’Italia avrebbe fatto una figuraccia si sbagliava di grosso: l’EXPO sembra ben riuscito e gli intrattenimenti per i visitatori sono talmente tanti che chi ne esce, a fine giornata, non può che dirsi soddisfatto. Stremato, ma soddisfatto. Di sicuro tredici ore non bastano per visitare tutti i padiglioni presenti, ma posso dire che bastano per farsi un’idea generale su quello che è l’intero complesso, per visitare i padiglioni più gettonati e per darne infine un giudizio più o meno oggettivo.

Sono circa le 10:30 del mattino e si parte dal Padiglione Zero. Quest’ultimo è messo lì apposta per catturarti, per farti entrare nello spirito giusto, per metterti di buon umore, per acchiapparti insomma. Acchiappa sia quelli che si fanno semplicemente imbambolare dalla grandezza e dalla tecnologia, sia quelli un po’ come me, che cercano sempre qualcosa di filosofico e di profondo pure dentro una pozzanghera. La verità è che ci potete vedere qualunque cosa (sono stati bravi e furbi al riguardo) e state certi che questa cosa, qualunque essa sia, vi piacerà. Una volta entrati nel padiglione, vi trovate davanti ad una grande, enorme, gigantesca facciata alta 23 metri, piena di cassetti e boiseries in noce e faggio. Lo spettacolo intimorisce e ti fa sentire piccolo, talmente piccolo da poter stare dentro ad uno di quei cassetti.

11350392_10205452073573066_720823388_nChe c’entra una boiserie? E perché i cassetti? Questa legnosa facciata vuole riprendere il tema della memoria, intesa proprio come un insieme di cassetti da cui ripescare le cose ogni qualvolta ne abbiamo bisogno. E della memoria, in questo lungo viaggio, attraverso Paesi e culture diverse, ne abbiamo proprio bisogno. Una volta oltrepassato questo gigante di legno, si attraversano dodici stanze che vogliono presentare al visitatore il tema di questa grande esposizione: il cibo. Si parte dall’antica arte della conservazione, dalla coltivazione, dall’allevamento, dalla pesca, dal primitivo contatto dell’uomo con la natura fino ad arrivare all’industrializzazione, alla commercializzazione, al consumismo ed allo spreco. Un gigantesco ammasso di scarti riempie una stanza: ti inquieta, ti stranisce, ti smuove i sensi di colpa e si presenta come uno dei temi principali dell’EXPO. Tuttavia, il messaggio finale del padiglione sembra positivo: possiamo ancora tornare, grazie alla memoria, a quell’antico legame uomo-natura, all’equilibrio ed all’armonia.

A proposito di questo legame uomo-natura, vorrei spendere due parole perché è uno dei messaggi chiave di tutto l’EXPO e, sebbene sembri un concetto un po’ superato e l’idea magari ci faccia un po’ ridere oggi, mi è sembrato che il tema fosse trattato nella giusta maniera da tutti i padiglioni. Passo a spiegare: il rapporto uomo-natura, secondo la maggior parte dei Paesi, è qualcosa a cui tornare oggi, qualcosa da riportare in auge, qualcosa su cui puntare di nuovo. Ma non è tutto. Sarebbe troppo semplice ed ingenuo pensare di ritornare semplicemente indietro, primitivi e felici. La cosa più interessante di tutte, piuttosto, mi è sembrata la volontà comune di voler coniugare questo antico legame con qualcosa di nuovo: la tecnologia. Adesso, è facile riuscire a coniugare uomo-natura-tecnologia in una realtà ristretta e fittizia come quella dell’EXPO – dove hai miliardi a disposizione per realizzare il tuo bel padiglione e stupire tutti – ma il concetto di base e, dunque, l’evitata presa in giro del tradizionale quadretto idillico e campestre (forse ci prende in giro così) ci fa ben sperare.

Ora non starò qui a elencarvi tutti i padiglioni che ho visto ed a raccontarvi cosa c’è dentro ad ognuno, vi annoierei e vi toglierei il piacere di visitarli, qualora voleste farlo. Era mia intenzione, piuttosto, porre l’accento sui due che forse hanno centrato meglio il tema dell’EXPO: Israele e Corea. Il padiglione israeliano, infatti, si focalizza totalmente sul cibo e sull’alimentazione, riducendo il più possibile l’uso della tecnologia (usata dagli altri padiglioni più per stupire che per far riflettere) e sfruttandola a vantaggio della comprensione dell’argomento: in mancanza di risorse climatiche, ambientali, territoriali ed economiche, per sopperire al bisogno di cibo e di varietà di cibo, mantenendo l’autosufficienza alimentare, che si fa? L’Israele si presenta pieno di risorse ed è bravo a mostrarcele ed a farci venire in mente tante belle idee. Anche qui, c’è senza dubbio un incoraggiamento al progresso, all’invenzione ed all’uso di nuove tecniche e tecnologie che possano supportare le vecchie pratiche. Tramite un banale scontro tra due generazioni – il vecchio e il giovane, il nonno e il nipote – l’Israele fa centro. Chiaro e semplice.

11356178_10205452073173056_1756202126_nLa Corea, invece, si presenta come il padiglione più critico di tutti. Cibo? Quale cibo? Che mangi? Quanto mangi? Come mangi? Ma guardati, perché ti abbuffi di hamburger e patatine fritte? Le sue domande ti colpiscono come una doccia gelata e ti fanno sentire un po’ in colpa per essere andato al fast-food la sera prima. Se l’Israele riesce a darti una visione ottimistica del futuro e dell’alimentazione, la Corea lucidamente, tramite le sue installazioni ben studiate e di grande impatto, ti dice: <<Hey, tu. Non farti incantare. C’è l’altro lato della medaglia. Ci sono gli sprechi e c’è l’obesità e, accidenti, butta quel cavolo di pacco di patatine!>>.

Due padiglioni che si completano a vicenda, dunque, quello di Israele e Corea. E che da soli basterebbero a racchiudere il senso dell’intero l’EXPO. Ma così sarebbe troppo semplice, vero? E poi che gusto ci sarebbe? Se non ci si diverte almeno un po’, che bello ci sarebbe?

E per il divertimento ci sono tutti gli altri padiglioni, che in un modo o nell’altro tendono a fare sentire il visitatore dentro un parco giochi, a tenerlo impegnato con proiezioni straordinarie, spettacoli dal vivo, cinema 3D, percorsi interattivi e chi più ne ha, più ne metta. Lode lode lode al padiglione del Giappone che, da questo punto di vista, si presenta come il più geniale ed apprezzato (e la fila di trenta minuti all’ingresso lo dimostra) con la sua speciale app, scaricabile gratuitamente sul tuo smartphone, che ti permette di entrare in contatto diretto con le installazioni del padiglione e con la sua bellissima e virtuale cucina giapponese, dove tutti abbiamo passato mezz’ora a cercare di capire come accidenti si tengono le bacchette. Altro padiglione che punta sull’attrazione è sicuramente il Kazakistan (che nel 2017 ospiterà l’EXPO), con i suoi mille schermi a 360 gradi e col suo cinema in 3D. Un personale apprezzamento va all’Austria, che non c’entra molto col cibo, ma che mi ha reso felice come una bambinetta: invece di un padiglione, ha installato un vero bosco tipicamente austriaco, ricreandone il clima, i fiori e gli odori. Idea geniale, ottima rappresentazione. Un momento di pausa in mezzo a tutta quella tecnologia è proprio quello che ci vuole. Altra menzione va a quello del Regno Unito che, nella sua semplicità, colpisce lo spettatore: un percorso dell’ape in cui si parte da un’orchidea, si passa per un prato fiorito e, infine, si ritorna nell’alveare. Carina pure la Colombia, dove puoi passare attraverso le tre zone climatiche che dividono le Regioni del Paese.

Insomma, tra padiglioni che ti tengono impegnato per un’ora intera e quelli che purtroppo non hanno da offrirti niente di più che quattro abiti tipici e due ciotole, il tempo passa ed alla fine, arrivati alle 23:00, ti ritrovi sazio. Non di cibo. Di quello ce n’è poco. Sazio di culture, e forse, un po’ più sensibilizzato. E magari l’indomani, al posto di un bell’hamburger, deciderai di mangiare una semplice insalata. In breve, al di là delle lodi, dell’eccitazione e dell’euforia infantile che ti prende alla vista di tutte le cose da fare (e che sicuramente è un effetto attentamente studiato), l’EXPO sembrerebbe non essere poi così male. Quello del cibo è forse uno dei temi migliori che si potevano scegliere oggi: la chiave culturale ed antropologica in cui è stato trattato – no, non ci sono assaggi o degustazioni, mettetevi l’animo in pace –  ha davvero fatto centro. Per quanto riguarda il famoso cemento su cui il popolo Facebook avrebbe voluto magnanimamente soffiare per contribuire all’allestimento dei lavori, vi assicuro che di cemento fresco non c’è nemmeno l’ombra. E non c’è nemmeno l’ombra di padiglioni o allestimenti incompleti.

L’unico padiglione ancora incompleto è, per ovvie ragioni, quello del Nepal.

E vi dirò: è il più bello di tutti.

 

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Immagini restanti: a cura di Gianluca La Porta

About Antonietta Bivona

COLLABORATRICE | Nata il 16 Aprile del 1993, in Provincia di Catania. Dopo gli studi classici, si è laureata in Lingue e Culture Europee Euroamericane ed Orientali presso l'Università degli Studi di Catania, con una tesi su Cesare Pavese e il Mestiere di vivere. Attualmente è impegnata con un master in Global Marketing. E' una grande appassionata di letteratura, italiana e straniera. Ama la scrittura, l'arte ed il cinema. Sociopatica, bibliofila e femminista.

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