185489229_1305138b6f_b

Ercole e Atlante giocano a palla con il mondo: un dialogo di Giacomo Leopardi

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone
Francesco Barbieri detto il Guercino, "Atlante", Firenze, (1646)
Atlante (1646), Firenze, realizzato dal pittore italiano Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino (1591-1666)

Giacomo Leopardi è stato uno dei più grandi poeti italiani dell’Ottocento, amato o odiato, capito o incompreso da innumerevoli generazioni di scolari che lo hanno studiato nella loro carriera. Chi non ricorda almeno una fra queste poesie: Il Sabato del villaggio, Il passero solitario, A Silvia, L’infinito o La ginestra? Il poeta di Recanati fu un esimio studioso: studiò filosofia, filologialinguistica  apprese da bambino greco, latino ed ebraico (tanto da non aver bisogno più di un tutore) – letteratura e la sua curiosità per il sapere lo spinse anche ad approfondire argomenti scientifici. Insomma, era dotato di una mente brillante e geniale; fu uno studioso moderno, più di quanto si possa pensare fermandosi all’etichetta di “pessimista”.

Una parte della produzione leopardiana in prosa è costituita dalle Operette morali, ventiquattro dialoghi scritti sul modello di Luciano di Samosata (c.ca 120180/192), autore greco di satire e invettive, testi pungenti e dissacranti che, dietro ironia e toni satirici – talvolta amareggiati -, aprono uno squarcio su una realtà connotata non troppo in positivo.

I temi delle Operette sono, a grandi linee, gli stessi che attraversano la poesia e lo Zibaldone: la natura, l’infelicità, la dialettica fra antichi e moderni, la poetica del vago e dell’indefinito. Il primo stato delle Operette venne ideato in un tempo abbastanza ridotto, con una creatività costante e vennero date alle stampe nel 1824, 1827 e 1834, anche se Leopardi non era mai del tutto soddisfatto del proprio lavoro, ritenuto incompiuto. Antonio Ranieri, amico intimo di Giacomo, ne curò un’edizione postuma (1845). Anche se il poeta di Recanati considerava incompiuto il proprio lavoro, ai nostri occhi l’insieme dei testi possiede comunque una coesione interna in termini di temi tale da far ritenere l’opera conclusa, sebbene non sistemata in via definitiva.

In questo articolo si approfondirà il secondo testo delle Operette morali, intitolato Dialogo d’Ercole e di Atlante. Si svolge, appunto, in forma dialogica tra i due personaggi del mito greco e trae ispirazione dal dialogo lucianeo Caronte e Menippo. Fu composto a Recanati tra il 10 e il 13 Febbraio 1824 e pubblicato per la prima volta nel 1827 dall’editore milanese Stella. Il titano Atlante, secondo la tradizione, reggeva il globo terracqueo oppure la volta celeste, punito in tal modo da Zeus, visto che si era alleato con suo padre Crono. Atlante era riuscito a convincere il semidio Ercole a prendere momentaneamente il suo posto nel supplizio e, a sua volta, Ercole era ricorso a uno stratagemma per far tornare Atlante al suo pesante lavoro.

Ecco l’inizio del Dialogo:

Ercole: «Padre Atlante, Giove mi manda, e vuole che io ti saluti da sua parte, e in caso che tu fossi stracco [stanco] di cotesto peso, che io me lo addossi per qualche ora, come feci non mi ricordo quanti secoli sono [1], tanto che tu pigli fiato e ti riposi un poco».
Atlante: «Ti ringrazio, caro Ercolino, e mi chiamo anche obbligato alla maestà di Giove. Ma il mondo è fatto così leggero, che questo mantello che porto per custodirmi dalla neve, mi pesa più; e se non fosse che la volontà di Giove mi sforza di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me la porrei sotto l’ascella o in tasca, o me l’attaccherei ciondolone a un pelo della barba, e me n’andrei per le mie faccende».

La Terra è diventata leggera, tanto che la si potrebbe tenere sotto l’ascella, in tasca o appesa alla barba! I due vogliono provare a rivitalizzarla:

Ercole: «[…] E anche non mi assicuro che gli uomini, che al tempo mio combattevano a corpo a corpo coi leoni e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla percossa tutti in un tratto. Il meglio sarà ch’io posi la clava e tu il pastrano, e facciamo insieme alla palla con questa sferuzza. Mi dispiace ch’io non ho recato i bracciali o le racchette che adoperiamo Mercurio ed io per giocare in casa di Giove o nell’orto: ma le pugna basteranno».

La loro intenzione è di fare del bene al mondo, ma accade un imprevisto: la Terra cade loro di mano!

Ercole: «[…] Oimè, poverina, come stai? ti senti male a nessuna parte? Non s’ode un fiato e non si vede muovere un’anima e mostra che tutti dormano come prima».
Atlante:  «Lasciamela per tutte le corna dello Stige, che io me la raccomodi sulle spalle; e tu ripiglia la clava, e torna subito in cielo a scusarmi con Giove di questo caso, ch’è seguito per tua cagione».
Ercole:  «Così farò. È molti secoli che sta in casa di mio padre un certo poeta, di nome Orazio, ammessoci come poeta di corte ad instanza di Augusto, che era stato deificato da Giove per considerazioni che si dovettero avere alla potenza dei Romani. Questo poeta va canticchiando certe sue canzonette, e fra l’altre una dove dice che l’uomo giusto non si muove se ben cade il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini sieno giusti, perché il mondo è caduto, e niuno s’è mosso».
Atlante:  «Chi dubita della giustizia degli uomini? Ma tu non istare a perder più tempo, e corri su presto a scolparmi con tuo padre, ché io m’aspetto di momento in momento un fulmine che mi trasformi di Atlante in Etna».

Ercole Farnese, III sec. d.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Ercole Farnese (III sec. d.C.), Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Si conclude così questo dialogo dai toni in apparenza leggeri e scherzosi. L’effetto comico è dato dal linguaggio colloquiale farcito di alcune forme toscaneggianti, ma il testo cela un’amarezza profonda: nonostante sia caduta, la Terra non si è mossa. Leopardi muove una critica al suo mondo contemporaneo considerato immobile e fermo, dominato dalla noia che, al contrario dell’antichità, non è un valore positivo: se prima l’ozio era un aspetto fondamentale per via dei suoi effetti benefici sull’intelletto che veniva nutrito di letture, contemplazione e riposo, adesso l’ozio sfocia nel tedio e nella noia e non è affatto una virtù.

La Terra è tanto leggera quanto inutile; questo Dialogo risente di alcune discussioni filosofiche del tempo riguardanti la durata della terra che, in quanto creazione divina, era destinata a finire. Ercole e Atlante hanno l’intento nobile di rivitalizzare il globo che neppure dopo la caduta accidentale si scuote. Nonostante la veste mitologica, in questo testo appare il pessimismo sociale e storico delle canzoni leopardiane e i toni, alla resa dei conti, risultano plumbei. L’immobilità equivale, di fatto, alla morte. La iniziale condizione di gioco in cui la terra è un sollazzo, un gingillo tra le mani di Ercole e Atlante, si trasforma in inerzia e tedio. L’immobilità non è sinonimo di contemplazione, ma di ignavia per il vivere che, secondo Leopardi, dominava gli uomini e le donne del suo tempo. Il globo è visto sotto una luce decadente e molte delle operette, compresa quella successiva – Dialogo della Moda e della Morte – sono percorse da queste riflessioni.

Anche il dialogo fra la Moda e la Morte merita una lettura, tanto più che può essere adeguabile ai nostri giorni. Le due figure si riconoscono come sorelle, figlie della Caducità, perché perseguono fini simili. La Moda elenca cose che in suo nome gli esseri umani di ogni tempo attuano – realizzando così anche le aspettative della Morte – a cominciare dalle sofferenze per rispettare i costumi e a finire con gli esercizi per mantenere in salute il corpo e l’anima (visto che ormai si è perduto l’antico valore di equilibrio).

Le Operette leopardiane vennero per lo più trascurate dal grande pubblico in quanto risultavano complesse. Come accennato, non conobbero mai una sistemazione definitiva: per esempio, il testo che oggi apre il volume, ossia la favoletta cosmogonica Storia del genere umano, era stata pensata in un primo momento per esser collocata in posizione di chiusura del volume. Dal punto di vista linguistico le Operette morali rappresentano la volontà di dare una lingua nazionale alla letteratura italiana, un intento decisamente volto al progresso, visto che l’Italia non aveva ancora una “lingua ufficiale”. Chi apparteneva ai ceti inferiori non poteva comprendersi: se i contadini del Nord si fossero incontrati con i contadini del Sud o delle isole, non si sarebbero compresi perché non condividevano una lingua comune, ma parlavano ognuno il proprio idioma regionale. Il problema dell’unità linguistica venne affrontato anche da Alessandro Manzoni e grazie anche alle spinte che provenivano dagli intellettuali, a ridosso dell’Unità vennero creati programmi ad hoc per insegnare e diffondere l’italiano in tutta la penisola.

Come si è potuto osservare grazie a questo Dialogo, ci troviamo davanti a un Leopardi molto moderno e realista. Oltre ai contributi di natura linguistica, sotto una luce più prettamente filosofica aveva compreso che nella situazione corrente e con i mezzi a disposizione la felicità non era perseguibile e rimaneva un’illusione.

All’uomo restava la ragione (e, stando alle ultime riflessioni del Dialogo di Plotino e di Porfirio, gli affetti familiari) per attraversare il cammino della vita.

 

Charles Allan Gilbert, "All is Vanity" (1892)
All is Vanity (1892), realizzato dal pittore statunitense Charles Allan Gilbert (1873-1929)

 

 

 

NOTE UTILI:

[1] Allusione all’undicesima fatica di Ercole: il semidio convinse Atlante a raccogliere le mele d’oro nel giardino delle Esperidi e sostenne al suo posto la volta celeste.

Bibliografia: G. Leopardi, Operette morali, a cura di G. Ficara, con un saggio di A. Zanzotto, Milano 2015.

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Diletta Solinas

REDATTRICE | Classe 1992, sarda. Adora la lettura, l'arte, i film, i viaggi, i programmi di Piero e Alberto Angela e guarda ancora con meraviglia il mare e la natura. Laureata in Lettere sulla via dell'antico, ora prosegue gli studi in Italianistica e per questo si sente un po' un ibrido.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *