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Elezioni Europee: terremoto euroscettico sull’Europa ma l’Italia è antisismica

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Domenica scorsa il suolo europeo ha registrato una scossa non trascurabile. Non si parla di un vero terremoto nel senso scientifico del temine, sia chiaro, ma è innegabile che alcune poltrone a Bruxelles e a Berlino abbiano tremato e non poco dopo i primi exit poll delle elezioni europee di domenica. Il terremoto euroscettico e, in molti casi nazionalista, ha infatti sprigionato tutta la sua potenza: queste elezioni ci restituiscono un nuovo assetto dell’Europarlamento; in Francia la destra radicale ed euroscettica di Marine Le Pen si attesta di gran lunga come il primo partito transalpino con il suo 25,40%.

La seconda faglia del sistema si è squarciata in Gran Bretagna, paese euroscettico per eccellenza, dove l’Ukip di Nigel Farage (dichiaratamente anti-UE) ha sbancato in patria accaparrandosi 24 deputati, 11 in più rispetto alla passata tornata elettorale del 2009.

Francia e Gran Bretagna sono sicuramente i due casi più emblematici del terremoto euroscettico che ha investito il Vecchio Continente, ma all’Europarlamento la signora Le Pen e il signor Farage non saranno da soli nella loro battaglia alle istituzioni europee tradizionali; in Olanda, infatti, il Pvv di Wilders, partito xenofobo ed euroscettico, diventa il secondo partito; in Austria i nazionalisti euroscettici rappresentano la terza forza del paese; in Danimarca un partito xenofobo e anti-immigrati addirittura il primo; in Grecia si attesta oltre il 9% Alba Dorata, partito di ispirazione neonazista;  in Italia, come è noto, la Lega Nord di Matteo Salvini è la quarta forza dello scacchiere italiano, mentre il Movimento 5 stelle di Grillo la seconda (anche se quest’ultimo non ha ancora ufficializzato alcuna alleanza all’interno dell’assemblea).

Ad una prima analisi salta subito agli occhi che in Europa, in cinque anni, le cose non sono proprio andate come si diceva; il sentimento euroscettico è cresciuto a dismisura diventando, in alcuni paesi, addirittura la maggioranza politica, e dopo l’invito della Le Pen ad unirsi siamo certi che il blocco euroscettico duro e puro che si sta venendo a formare giurerà battaglia vera ai due partiti protagonisti delle politiche europee di tutti questi anni: Partito Popolare Europeo (PPE) e Partito Socialista Europeo (Pse).

Se da una parte, infatti, queste elezioni lanciano un serio segnale antieuropeista che non può essere ignorato, dall’altra ci restituiscono risultati altrettanto interessanti: innanzitutto la vera notizia è la sconfitta del PPE, cioè il centrodestra europeo,  che passa da 275 a 212 seggi e non viene sorpassato dal PSE, il centrosinistra europeo, solo per il pessimo score di alcuni partiti socialisti come il Pse di François Hollande (14,5 per cento). A tenere a galla i popolari è la corazzata Cdu tedesca, per intenderci quella della Merkel (26 per cento), che si aggiudica una trentina di deputati e quindi la guida dell’intero gruppo politico.

Il PSE, appunto, registra invece una crescita, trascinato anche e soprattutto dai risultati incredibili (41.8%) del PD in Italia ma non raggiunge la quota 200 seggi e rimane quindi in inferiorità numerica rispetto ai rivali popolari; lo scenario che a questo punto si apre, sia per i popolari che per i socialisti, è caratterizzato da un bivio: se i primi vogliono tornare a dettare le loro politiche, come hanno fatto fino adesso, saranno costretti ad una alleanza forse proprio con i rivali storici dato che con la sinistra non possono di certo dialogare; i secondi, data la loro inferiorità numerica, dovranno decidere se accettare l’alleanza con il PPE e creare quello che da molti è stato già identificato con l’appellativo di “inciucio” o “governissimo” oppure guardarsi intorno e aprire i propri orizzonti verso i Liberali (che escono da queste elezioni fortemente ridimensionati), i Verdi (che invece hanno retto bene) o la Sinistra Unita (che grazie soprattutto al 26.5% di Syriza di Tsipras in Grecia ottiene un buon incremento da 35 a 43 deputati).

Ma veniamo adesso a dare uno sguardo più dettagliato a casa nostra; come è consuetudine, in campagna elettorale ci si affretta sempre a smentire che i risultati delle elezioni europee possano essere considerati indicatori dello situazione della situazione politica nazionale, ma in qualsiasi modo la si voglia vedere questa tornata elettorale porta con sé tanti spunti di riflessione anche per lo stato di salute dei partiti del Bel Paese.

Ovviamente non si può non partire dal “miracolo elettorale” del premier Renzi che riesce a far ottenere al suo PD uno storico 41.8% (risultato mai raggiunto neanche dalla DC); non passa inosservata neanche la sconfitta, perché non può essere chiamata altrimenti, del Movimento di Beppe Grillo che passa dal 25.5 delle politiche del 2013 al 21,16 di domenica scorsa; esce ridimensionata ma ancora incredibilmente in piedi Forza Italia che, nonostante la scissione con NCD di Alfano,  risulta la terza forza politica; altro “miracolo” politico lo ottiene Salvini che aveva raccolto un partito, la Lega, distrutto dagli scandali e in crisi di identità e riesce a portarlo oltre il 6%; un cenno poi sulla scomparsa dei Liberali di scelta Civica che non raggiungono neanche l’1% e sulla Lista Tsipras e sull’NCD-UDC che raggiungono e superano la soglia del 4% riuscendo dunque ad entrare a Bruxelles, cosa che invece non riesce a Fratelli D’Italia-Alleanza Nazionale di Giorgia Meloni per davvero poco (3.66%).

E’ innegabile dunque che gli Italiani abbiano parlato. Hanno riposto la piena fiducia nel giovanissimo (in tutti i sensi) governo Renzi ma il dato probabilmente più interessante è un altro: mentre in tutti i Paesi europei i partiti di governo perdono ampiamente il consenso (vedi Gran Bretagna, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo) Germania compresa, in Italia il Partito al governo, che opera come nella maggior parte degli altri paesi con le larghe intese e che fa parte di quella coalizione (PSE) che fino adesso ha firmato ed approvato le misure politiche e di austerity germano centriche vince, anzi stravince.

L’Italia ha parlato e probabilmente ha salvato la Merkel dal terremoto euroscettico.

 

Forse ci sentiamo ancora in colpa per aver vinto, nel 2006, il Mondiale di calcio a casa loro.

 

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About Fabiano Catania

COLLABORATORE | Classe 1990, siciliano di nascita ma pisano di adozione. Station Manager di RadioEco, radio dell'Ateneo di Pisa, da sempre ha una grande passione per la scrittura e l’informazione libera. Si interessa di musica indipendente ed è un appassionato del cinema d’autore.

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