Inter Milan's Portuguese coach Jose Mourinho smiles before their Champion's League semifinal second leg football match against Barcelona in Barcelona's Camp Neu Stadium on April 28, 2010. AFP PHOTO / Filippo MONTEFORTE

“El Puto Jefe”: l’interferenza José Mourinho

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<<Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio>>.

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José Mário dos Santos Mourinho Félix (1963) è tra i migliori allenatori della storia del calcio. Palmarés ricchissimo: trentaquattro riconoscimenti personali e con le proprie squadre, otto titoli nazionali, sette Coppe nazionali, quattro Supercoppe, una Coppa UEFA e due UEFA Champions League in meno di tredici stagioni intere in panchina

E’ il mantra che ha imparato un quasi quattordicenne la sera di Sabato 22 Maggio 2010, quando stava letteralmente sanguinando nerazzurro, ebbro di felicità per le strade di un paesino e dopo aver assistito nel cortile, del proprio liceo, alla doppietta di El Principe Diego Alberto Milito all’FC Bayern München. Esattamente 67 mesi dopo, quel ragazzino proverà a raccontarvi la storia del condottiero di quell’impresa, nonché l’uomo che ha pronunciato quella frase.

Martedì 15 Dicembre 2015, l’impensabile: Mou viene esonerato. E’ Campione d’Inghilterra in carica, ha un contratto con buonuscita da 40 milioni di sterline, zero esoneri in carriera e viene messo alla porta dal club che ha reso grande in Inghilterra, in Europa e nel mondo. E’ un disoccupato multimilionario e per i restanti sei mesi della stagione potrà godersi quella normalità che ha sempre rivendicato, ma di cui non ha mai goduto. La sua carriera, ora in stallo, potremmo definirla con un solo aggettivo: rivoluzionaria.

La rivoluzione del portoghese non vive, infatti, soltanto sul campo. José Mourinho si presenta come un’anomalia storica: stravolge in maniera copernicana i propri club, è un’interferenza continua nel corso della storia calcistica del ventunesimo secolo. Non esiste una tappa della sua carriera professionale in cui non abbia avuto un impatto assimilabile a quello di un meteorite sulla realtà che lo accoglieva. A partire dalla sua carriera da interprete e vice al fianco di Bobby Robson (SC de PortugalFC Porto e FC Barcelona) si fa notare per la lingua tagliente. Ad un giornalista che – notando la simbiosi con Robson – insinuava che lui e l’inglese fossero fidanzati, chiese di portare la sorella per vedere se fosse vero. Così facendo anticipa Zlatan Ibrahimović, che farà una dichiarazione analoga circa tre lustri dopo. Di un’intelligenza folgorante, impara le lingue rapidamente, suggerisce a Robson di vendere Jordi Cruijff, figlio del grande Johann (che non lo ama), ex allenatore dei blaugrana per non permettere che venissero spifferate le nuove tattiche della squadra: l’olandese finisce a Manchester. Nel ’97, da vice del Barcellona, vince tre coppe e durante i festeggiamenti per la Copa del Rey prende il microfono e grida in catalano: << Oggi, domani e sempre con il Barça nel cuore!>>. L’ironia della storia. E’ subito lampante che José incarni perfettamente il concetto di autonomia di pensiero.

Nel 2000 lo chiama ad allenare da head-coach la più grande squadra della storia di Portogallo, l’SL Benfica: dopo nove partite si dimette per un cambio societario. Nel frattempo batte 3-0 i rivali dello Sporting dando lezioni a tutto lo spogliatoio, instaurando legami con giocatori che diventeranno dei veri e propri suoi pretoriani (come Maniche). La capacità di infischiarsene bellamente della storia diventa il trait d’union delle diversificate tappe della sua carriera. Allena poi l’União Desportiva de Leiria, conducendolo al punto più alto della propria storia: quinto posto in Portogallo. Si permette di affermare sprezzante che con 4-5 suoi giocatori di Leiria nel Benfica avrebbe vinto il campionato. Al Porto il segno del suo passaggio è ancora più tangibile: convince il Presidente Pinto Da Costa a non auto-intitolarsi il nuovo stadio e chiamarlo Estádio do Dragão, in onore del drago sugli stemmi della squadra. Il concetto di squadra tracima le capacità dei singoli: vince alla prima stagione intera il triplete minore (Campionato, Coppa di Portogallo e Coppa UEFA). L’anno successivo si supera, vincendo Campionato e UEFA Champions League da underdog: sono passati solo quattro anni dal suo debutto e ha già vinto tutto.

E’ la capacità di partire da sfavorito che dona alla sua carriera il carattere dell’interferenza con il regolare corso degli eventi. Sembra quasi sistematicamente deputato a ingarbugliare il filo storico. Ed è Roman Abramovič, Presidente del Chelsea FC, a consegnargli ancora una volta le chiavi della leggenda, mettendolo al timone di una squadra da sempre ritenuta piena di stelle incapaci di vincere (non a caso il club londinese poteva vantare un solo campionato – stagione 1954/55 – e poco più). Esattamente a cinquant’anni di distanza, il Chelsea è Campione d’Inghilterra con il record di 95 punti nonché vincitrice della Carling Cup e semifinalista di Champions League. L’anno successivo bissa la vittoria del campionato ma si infrange contro il Barcellona Campione d’Europa. Mourinho asseconda la teoria dei cicli di Béla Guttman che esigeva lauti stipendi ed affermava che il connubio tra un allenatore e la sua squadra debba avere al massimo durata triennale. Al terzo anno il Chelsea arriva secondo e Mourinho si dimette nella stagione successiva.

Il leggendario abbraccio con Materazzi la sera del 22 maggio 2010: il simbolo dell'amore dei suoi pretoriani verso di lui
Il leggendario abbraccio con Marco Materazzi, la sera del 22 Maggio 2010: il simbolo dell’amore dei pretoriani verso di lui

Si vocifera che nel periodo sabbatico si sia presentato a Barcellona, mostrando come avrebbero giocato i blaugrana qualora fosse stato assunto al posto di Frank Rijkaard. La rivisitazione muscolare e il gioco senza palla del centrocampo tutto possesso e lustrini di tradizione catalana sono le motivazioni per cui non viene preso. Allora Massimo Moratti lo chiama a sovvertire la storia, ancora una volta: obiettivo? Vincere la coppa dalle grandi orecchie. Insiema a lui, l’FC Internazionale Milano completa una serie di cinque scudetti di fila (unica nella storia nostrana) iniziata sotto Roberto Mancini ma va fuori per il terzo anno di fila agli Ottavi di Finale in Champions contro il Manchester United FC. Dopo il ritorno, afferma di aver capito cosa mancava per la vittoria europea.

Poco più di un anno dopo, l’Inter è la prima squadra italiana della storia a vincere il triplete, reso poi manita sotto Rafa Benìtez. La Finale di Madrid è ricca di simbolismi, tanto che Mourinho si toglie lo sfizio di far entrare a partita finita Marco Materazzi (che al termine del match lo abbraccerà lungamente prima di vederlo sparire su una macchina) per potergli concedere di aver giocato la Finale dei Mondiali 2006 e quella di Champions e Mario Balotelli con il numero 45, esattamente come gli anni trascorsi dall’ultima vittoria europea nerazzurra.

Madrid è la città del destino di José, tanto che dopo aver giocato e vinto quella Finale resterà lì per allenare il Real Madrid CF nei tre anni successivi, prima di tornare al Chelsea e ricondurci a quello strano 15 Dicembre. Guida il Real a un Campionato vinto (2012) e tre Semifinali di Champions. Fa la storia dei blancos perché tornano in Semifinale dopo ben nove anni, ma soprattutto perché cerca di trasformarli nel tipo di squadra che più gli si addice: gli sfavoriti.

In Spagna avrà una faida a colpi di microfono con il barcelonismo e con Pep Guardiola in particolare, l’allenatore blaugrana arriverà a definirlo <<el puto jefe>> della sala stampa: il fottuto capo delle dichiarazioni ad effetto. Quando nel 2012 Guardiola lascerà i blaugrana, dirà a chi gli è più vicino che Mourinho ha vinto la guerra. Mou ha una “Mic skill” ineguagliabile nella storia nel calcio. Quando è arrivato a Londra da neo-vincitore della Champions, si è autonominato lo Special One, sarà inoltre famoso il suo rapporto d’astio con Arsène Wenger che definì un voyeur della vittoria. In Italia ci ha deliziati con gli iconici <<ma io non sono un pirla>> e <<il rumore dei nemici>>, oltre all’affermazione di esser stato chiamato al posto di Claudio Ranieri (allenatore di quel Leicester City FC che gli è costato l’esonero) al Chelsea perché lui non era vincente e dopo cinque anni faticava a dire ancora buongiorno e buonasera.L’apice lo tocca nella Primavera del 2011 con la sua serie di “porquè” contro il Barcellona.

 

 

Sfatiamo ora il mito che lo vede come un catenacciaro di successo. La sua preparazione tattica che muove dal 4-3-3, il più offensivo dei moduli. La migliore arma di Mourinho è il non possesso. Gioca con un trivote al centrocampo (due mediani e un trequartista leggermente schiacciato) che gli permette di poter avere costantemente sei uomini bassi anche in fasi spregiudicatamente offensive con i primi due – ben assortiti fisicamente e tecnicamente – a fare da filtro davanti alla difesa e il terzo deputato agli inserimenti e agli assist (Deco, Frank Lampard, Wesley Sneijder). Questa condizione di stabilità permette di giocare da fermo spesso la palla in avanti sull’esterno, senza muovere nessuno dei giocatori di bilanciamento e concedere anche iniziative personali alle ali che hanno un quarto di campo completamente libero per attaccare 1 vs 1 (Eden Hazard o Cristiano Ronaldo).

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Immagine di uno dei “Trivote” meno funzionanti della storia del calcio di José Mourinho. Dall’immagine, però, si intuisce la funzione del trequartista e la classica libertà che Mou lascia a uno dei suoi terzini (Maicon e Marcelo su tutti)

Il calcio zen di Mourinho sfrutta il tempo come un’arma a proprio favore: ogni situazione sembra volta a far arrivare i propri giocatori freschi agli ultimi minuti per punire i cali di concentrazione avversaria. In fase di non possesso, gli esterni di attacco si abbassano sempre a fungere da membrana davanti ai terzini (Samuel Eto’o) e in casi di emergenza, a volte, svuota letteralmente la panchina mettendo in campo sei attaccanti o difensori a seconda che voglia vincere la partita o mantenere il risultato. Ettore Messina, allenatore del Real Madrid Baloncesto affermò, dopo essere entrato nel suo ufficio con l’atteggiamento di natura analitica tipico dei cestisti, che José annulla la casualità del calcio. Probabilmente, nella sua seconda esperienza londinese, il suo stesso sistema è collassato in presenza di una campagna acquisti deficitaria e una serie di inadeguatezze tecniche e caratteriali di determinati giocatori.

L’esonero dona al personaggio Mourinho il fascino dell’eroe romantico sconfitto che non si era ancora mai cucito addosso. Sembra la figura ideale tanto per vincere con una squadra dimenticata dalla storia del calcio quanto per tornare a vincere dove ha già vinto. Si parla già di un Manchester United allo sbando che attende lo Special One.

El Puto Jefe ha soltanto sei mesi di pausa prima di tornare e prendere di mira allenatori, vincere campionati e far sanguinare il cuore dei ragazzini che attendono le partite della sua squadra.

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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