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Effetto placebo: illusione o realtà?

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«Pensa positivo». Quante volte ci siamo sentiti dire queste parole? Quante volte ci abbiamo creduto davvero e quante, invece, in risposta a questa frase c’è stata solo una grossa e fragorosa risata?

Several Prescription Drugs Spilled From Fallen Bottle Near Glass of Alcohol.Negli ultimi anni ci si è chiesto sempre più spesso quanto un singolo pensiero positivo possa essere in grado di apportare delle modifiche nella nostra vita e, specialmente in campo medico, si è cercato di capire quanto un atteggiamento mentale potesse influire sull’esito di un determinato percorso terapeutico. In poche parole credendo fermamente che un’azione o una sostanza abbia un determinato effetto sull’organismo, molto probabilmente sarà possibile ottenere qualche risultato misurabile. In passato la remissione spontanea di una malattia veniva spesso attribuita all’intervento di sciamani o all’assunzione di intrugli particolari non sapendo che, magari, anche senza ricorrere al trattamento, sarebbe avvenuta ugualmente. Tutta la storia della medicina, dai tempi più antichi fino al 1930 circa, ruota attorno al più antico e al più efficace trattamento terapeutico conosciuto dall’uomo: l’effetto placebo.

Per placebo si intende un qualcosa che sembra essere un reale trattamento terapeutico, ma che in realtà non lo è. Potrebbe essere una pillola, delle gocce, una pomata o altre tipologie di sostanze private del loro reale principio attivo che sono in grado, però, di indurre una risposta nel corpo umano. Molte terapie dei secoli passati erano prive di qualsiasi reale azione curativa, salvo rarissime eccezioni del tutto casuali, poiché si trattava semplicemente di placebo. Infatti, basandosi su credenze religiose o metafisiche, senza alcun tipo di razionalità o scientificità, si ricorreva a pozioni in cui gli ingredienti principali erano denti, capelli, insetti o ragnatele e ad un gran numero di procedure – come il salasso – utilizzate per guarire certe malattie o migliorarne i sintomi.

La maggior parte dei trattamenti erano dunque privi di azione terapeutica, ma se ad esempio l’intruglio conteneva oppio, si poteva ottenere qualche effetto sulla sintomatologia dolorosa. Tornando ai nostri giorni, il placebo è una sostanza farmacologica inerte utilizzata dai ricercatori negli studi clinici per studiare la reale efficacia di un determinato farmaco. Solitamente i soggetti vengono divisi in due gruppi: ad uno viene somministrato il farmaco vero, all’altro il placebo e, in base ai dati statistici ottenuti, ciò permette di valutare l’efficacia reale del trattamento in esame e i possibili effetti collaterali. Talvolta però, durante tali sperimentazioni, può succedere che il gruppo che riceve inconsapevolmente il placebo ottiene un notevole miglioramento clinico. Dunque si è capito che non basta porre l’attenzione solo alla superiorità di un farmaco o un qualsiasi altro tipo di terapia rispetto ad un placebo, ma bisogna comprendere anche perché avviene il miglioramento in coloro che non assumono il reale principio attivo. Dagli studi portati avanti basandosi su tali considerazioni, emerge che per evocare l’effetto dato dalla somministrazione del placebo, non importa il tipo di sostanza inerte utilizzata o le sue caratteristiche specifiche, ma ciò che conta è la valenza simbolica e il contesto della somministrazione.

 

 

Credere che qualcosa possa aiutarci a stare meglio promuove realmente la guarigione? La nostra mente, in base alle nostre aspettative, può influenzare l’esito di un determinato trattamento terapeutico? Il placebo viene solitamente somministrato in ambiente ospedaliero, in presenza di medici e personale sanitario, odore di disinfettanti e così via. L’insieme di questi stimoli e procedure prende il nome di rituale dell’atto terapeutico e porta il paziente a maturare la consapevolezza di star effettuando una terapia che, a sua volta, induce aspettative positive di benessere e guarigione in grado di produrre cambiamenti nella percezione di un sintomo o nel decorso di una malattia. Alcuni studi hanno dimostrato che la risposta al placebo, denominata appunto effetto placebo, si basa su alterazioni dell’organismo ben precise, sia fisiologiche che biochimiche e che dipende da risposte attuate da specifiche aree del cervello.

Di recente i ricercatori Marwan Baliki e Vania Apkarian hanno condotto uno studio presso la Northwestern University di Chicago che ha coinvolto un gruppo di persone affette da osteoartrosi del ginocchio con dolore cronico. Utilizzando uno scanner di risonanza magnetica sono riusciti ad osservare in tempo reale come il cervello dei pazienti ha risposto a un placebo (una pillola di zucchero invece di un antidolorifico), riuscendo ad individuare una regione del cervello che può rappresentare la propensione della risposta di un paziente ad un placebo poiché ha mostrato una connettività funzionale più alta. I due hanno concluso che questa regione del cervello sembrava essere molto vicina ad un’altra zona nota per essere coinvolta nella risposta ai reali farmaci antidolorifici. In altre parole, Baliki sembra aver trovato il posto dell’effetto placebo all’interno del cervello.

Nel frattempo, altri ricercatori si sono concentrati sull’identificazione della base genetica dell’effetto placebo basandosi sull’idea che certi percorsi di segnalazione nel cervello aiutino a mediare l’effetto placebo. L’idea è che questi percorsi di segnalazione siano sotto controllo genetico e che alcune persone possano avere delle combinazioni di geni che le rendono più o meno reattive ad un placebo.

Certamente, più gli scienziati indagano sul placebo più strano sembra essere questo effetto, ma tutto ciò porta solo a sostenere e a dimostrare in maniera inequivocabile quanto mente e corpo siano interconnessi nei processi di salute e malattia.

 

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About Lorena Sparacello

REDATTRICE | Nata a Palermo nel 1993, cuore siciliano e anima inglese. Scrive per passione e un giorno vorrebbe girare tutto il mondo. Appassionata di viaggi, libri, lingue e fotografia, ha i piedi per terra e la testa tra le nuvole. Risiede attualmente a Brescia.

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