Il sindaco di Roma Ignazio Marino in Campidoglio in occasione della presentazione del progetto di illuminazione artistica dei Fori Imperiali, Roma 16 settembre 2014. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Dimissioni di Ignazio Marino: la triste fine dell’onestà

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Ignazio Marino (1955) è un chirurgo e politico italiano, Sindaco di Roma dal 12 Giugno 2013 all’8 Ottobre 2015

Era il 12 Giugno 2013. Aveva ottenuto il 63,9% dei voti, aveva dominato le primarie del suo partito, aveva sconfitto l’uscente Gianni Alemanno, aveva conquistato il cuore dei cittadini dell’Urbe al disastro. Ignazio Marino era diventato il nuovo Sindaco di Roma, con temi innovativi e poco consuetudinari per gli apparati politici capitolini e nazionali. Il chirurgo che aveva deciso di aiutare il prossimo non soltanto in una sala operatoria, ma scendendo in piazza tra i romani e provando a guidare quella città che a 14 anni sarebbe diventata la sua casa per sempre. Lui, di sangue svizzero e siciliano, era riuscito a varcare le porte del Palazzo Senatorio in Piazza del Campidoglio: alea iacta est, non si tornava più indietro.

Era ben consapevole che la strada sarebbe stata lunga, con salite dure e faticose. Decise ugualmente di addentrarsi nell’impervio sentiero in sella alla sua bicicletta, forte del suo ampio consenso popolare: la sua corazza più inespugnabile, la sua arma più efficace. Ma la Roma in versione belle époque, da qualche decennio, era ormai un miraggio: appalti, cooperative, tangenti, abusi edilizi e servizi pubblici carenti violentavano quotidianamente una delle più grandi e sofferenti Capitali metropolitane europee. Una città che era diventata il crocevia di un numero sconfinato di interessi, il palcoscenico degli affari tra corporazioni e ceti di ogni stratificazione sociale. Ma c’era un problema: dal politico al dipendente comunale, dallo strozzino al sacerdote, si erano tutti dimenticati di Roma. Il nostro primo biglietto da visita nel mondo, la nostra storia comune, la nostra identità di italiani.

Eppure Marino sembrava avere le idee chiare: incentivare il rispetto alla legalità, risanare i conti, far ripartire le opere pubbliche, rilanciare l’immagine della Città Eterna. Ha regolarizzato i tempi di stesura dei bilanci di previsione (che venivano redatti persino negli anni successivi), ha inventato la raccolta differenziata e raggiungendo la soglia del 43%, ha chiuso la discarica di Malagrotta evitando pesantissime sanzioni da parte dell’UE, ha rilanciato la travagliata metropolitana di Roma (sono ripartiti i lavori per la linea C, con nuove stazioni) ed ha aumentato i controlli, ha assunto più spazzini, ha impreziosito i Fori Imperiali (nuova illuminazione, sgombro dei rivenditori ambulanti), ha riportato in vita il Teatro dell’Opera, ha modificato sensibilmente i vertici dell’AMA e della Polizia Municipale (celebri gli episodi di assenteismo durante lo scorso Capodanno), ha previsto il registro per le unioni civili tra persone omosessuali, ha stabilito regole più stringenti per il bando degli appalti e l’affidamento dei lavori pubblici, ha risparmiato circa 120 milioni di euro all’anno tagliando molte le spese inutili, ha chiesto maggiori fondi economici al Governo per il sostegno e il mantenimento della Capitale d’Italia.

Le vicende giudiziarie e le cronache dei giornali, però, cominciavano a dipingere – per molti aspetti, giustamente – un profondo malessere nel tessuto sociale di Roma. La parola mafia (che aveva serpeggiato per anni, silente, nei meandri più bui della città) cominciava ad imporsi nelle coscienze di coloro che avevano preferito rinchiuderla in soffitta, i terremoti di una pubblica amministrazione iper-burocratica e devota al malaffare, la collusione consociativa di svariati soggetti politici (di Destra e di Sinistra) ad un modus operandi che avrebbe inesorabilmente compromesso la stabilità istituzionale e gestionale capitolina. La bomba di Mafia-Capitale investe, inesorabile, tutto e tutti: il Partito Democratico insieme a Matteo Orfini (il Presidente del PD, infatti, è chiamato a supervisionare lo stato di transizione del suo partito romano) avevano deciso d’evitare lo scioglimento del Comune per mafia – idea non cattiva – e di designare un capro espiatorio in cui convergere quella futura idea di “rottura col passato”. La sacratio hominis era solo questione di tempo.

Il Sindaco Marino, seppur non coinvolto in nessuno scandalo – a differenza di molti suoi colleghi di partito e del Consiglio Comunale – faticava ad imprimere una visione di effettivo cambiamento e miglioramento della città. Si impegna, ma i cittadini non si accorgono dei suoi sforzi: la pressione mediatica, i funerali del clan Casamonica, i voli per Philadelphia, l’inizio imminente del Giubileo ed i battibecchi delle ultime settimane con Papa Francesco pesavano come macigni sull’immagine di un Sindaco che ormai veniva dipinto come <<onesto ma incapace>>. Non era bastata la designazione di un Assessore/Magistrato come Alfonso Sabella, non era bastato il consenso popolare senza un’oculata attenzione al consenso politico, non era bastato impegnarsi senza pensare a come districarsi dalle trappole.

E’ bene sottolineare, ancora, che nessuno arriva al Campidoglio senza essere una persona navigata: eppure l’uomo d’apparato per qualche cittadino ed intruso per qualche politico, non era riuscito a far prevalere la sua bona fides. E l’eludibile errore degli scontrini – sia chiaro, questa storia dei politici che vanno a cena in ristoranti sfavillanti e coi soldi dei contribuenti deve finire – è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, l’ultima per coloro che volevano triturarlo una volta per tutte. Il Game Over era ormai in atto, anche da chi come il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi (che ci ha abituati col suo <<stai sereno>>) l’aveva sostenuto in passato.

E noi italiani, al solito, amiamo sintetizzare i fasti e le sventure nel singolo di turno. Questa volta è toccato al povero Ignazio, che avrà certamente più di una colpa, avrà certamente più di una disattenzione, avrà certamente più di una concausa diretta/indiretta. Ma non era una divinità, non aveva una bacchetta a sua disposizione, non aveva un partito che lo sorreggeva più di tanto. Ma d’altronde, si sa, era più facile dire <<Vai a casa Marino>> piuttosto che <<Facciamo pulizia in questa città. Marino, siamo con te>>. Nei suoi occhi intravedevo molta passione, ma anche una buona dose di ingenuità. E nelle dimissioni (ritirabili, per legge, entro venti giorni) presentate con un video diffuso ieri sera ho potuto constatare, infine, soltanto rabbia e vergogna. Nei prossimi mesi leggeremo tanti nomi, sentiremo tanti sondaggi: ma il sentimento che voglio esprimere, da giovane e stanco cittadino, è quello di riuscire a vedere una figura retta e capace, con un’informazione ed un elettorato che comprendano (finalmente) le enormi difficoltà che si presentano quando si decide di governare una delle città più importanti ed influenti al mondo.

La salita si è rivelata troppo ripida, le buche e gli ostacoli invalicabili: gli era rimasta soltanto la bicicletta, prima che andasse a schiantarsi contro il muro dei compromessi e dei malaffari che negli anni hanno attanagliato Roma, specchio dell’intera penisola. Ma soprattutto, oltre alla bicicletta, è andata a schiantarsi nel muro l’onestà di una persona che ha provato ad aiutare il prossimo al di fuori di una sala operatoria.

 

 

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About Emanuele Grillo

DIRETTORE RESPONSABILE | Classe 1991, siciliano fino al midollo. Studente di Giurisprudenza, ha frequentato il Liceo Classico della sua città. Appassionato di scrittura, ha vinto numerosi premi. Immerso nella musica sin da piccolo, suona il pianoforte e ha maturato una certa esperienza in ambito corale-polifonico. Idealista, sognatore e pragmatico all'occorrenza, aspira a cambiare il mondo e a tirar fuori il meglio dalle persone; nel tempo libero, comunque, ritorna coi piedi per terra. Europeista ed antifascista convinto, progressista, crede nella giustizia sociale e nel rispetto degli ultimi. Ritiene che la legalità non sia mai un optional. Ama i viaggi, la lettura, la sua terra, il mare e i boschi. Di fede juventina da quando ha memoria, fotografo a fasi alterne, nutre un amore nascosto per l'Oriente.

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